20 Aprile 2021 - Ultimo aggiornamento il: 20 Aprile 2021 alle 15:55:41

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Le grotte delle Murge, la riscoperta della civiltà rupestre


A differenza della Sicilia, dove i viaggiatori sin dallo spirare del secolo dei lumi, pur con motivazioni e interessi culturali differenti, avevano dedicato non incongrua attenzione alla sua facies rupestre – si pensi a Jean Houel incuriosito dal rialzo roccioso del «castello di Ispica» o a Dominique Vivant Denon, interessato alla specificità dell’habitat della Val di Noto da Rosolini a Pantalica — la Puglia rupestre non registra nel ‘700 impressioni, giudizi che affidavano ad immagini suggestive il rapporto tra natura e opera dell’uomo quale con immediatezza si dispiegava dinanzi ai loro occhi. Solo nella seconda metà dell’Ottocento una chiave di lettura del paesaggio pugliese, quella della civiltà mediterranea, aveva reso più accorti i viaggiatori al fenomeno rupestre.

Il Gregorovius ripete, senza attenuare la portata, sia che scriva di Massafra, di Manduria o di Fragagnano, sia che parli di altri borghi pugliesi, l’aggettivo «orientale» nella sua più ampia accezione di «mediterraneo»: «Le due masse bianche di edifici gradualmente disposti a ridosso di una collina — così nel 1870 si presentava Massafra al grande storico di Roma medioevale – rivelano inconfondibilmente il volto dell’architettura orientale». E per il Gregorovius l’architettura orientale era la seriazione di «case a forma di cubo con tetti piani e strade anguste». Alcuni anni più tardi un altro fine conoscitore ed esegeta di monumenti mediterranei, il de Jerphanion, recepisce le medesime sollecitazioni del Gregoroyius a fronte dello stupendo scenario dell’habitat massafrese: «la città con le sue case di pietra bianca a tetti piani ha un’aria tutta orientale, con l’eccezione del castello costruito nel Medioevo e rimaneggiato durante il Rinascimento».

Ma per il de Jerphanion, come per gli altri studiosi interessati più che alla storia del paesaggio, alla individuazione degli influssi culturali stratificatisi in lunghe stagioni entro il territorio, il connotato «orientale» si carica di significati ben precisi in rapporto all’influenza artistica, oltre che politica, di Bisanzio nel quadro delle alterne vicende della Puglia prenormanna. Acquista, pertanto, nelle loro descrizioni, un maggior rilievo più che l’aggregato urbano, la struttura delle gravine, gli spalti degradanti dei costoni tufacei «forati da una moltitudine di aperture corrispondenti ad altrettante grotte artificiali». Il Diehl che sosta a Massafra in occasione del suo viaggio in Terra d’Otranto, Basilicata, Calabria e Sicilia tra il 1883 e il 1884 e il Bertaux che ripete, alla fine secolo, l’itinerario del suo conterraneo, si soffermano sugli spaccati delle grayine, sugli effetti scenografici del paesaggio, sulle grotte sormontate da minuscoli camini, sugli affreschi che ornano le pareti delle caverne per ritrovare le matrici culturali di un ‘arte cosiddetta «bizantina» o cosiddetta «monasticobasiliana» fiorita in questa provincia limitrofa dell’Impero.

Il fascino del «bizantinismo» ormai domina incontrastato e avvince il viaggiatore che approda fortuitamente o punta volutamente a Massafra: si pensi alle mistiche rievocazioni di Kazmiera Alberti e alle sapide pagine di Cesare Brandi. È pur vero che al Brandi non sfugge la singolarità del paesaggio («quelle gravine sono letti di fiume abbandonati, tombe violate d’un’acqua scomparsa: geologiche o preistoriche, da non riuscire mai a combaciare col nostro usuale calendario…»), ma si tratta sempre di una lettura formale, dove è prevalente il gusto del racconto, la folgorazione dell’immagine poetica, la sensiblerie espressa con estetica raffinatezza. Egli non dà rilievo ai rapporti d’insieme, a quelle che potremmo chiamare le interrelazioni ambientali, le stratificazioni storiche, i valori urbanistici. I tentativi di una indagine sul paesaggio in tale direzione sono recenti: da quello dell’americano Edward Allen, volto (pur con tutti i limiti storici e filologici) all’analisi dell’edilizia primitiva di Massafra e all’intervento dell’uomo sul tufo friabile della gravina, al saggio fondamentale di Roberto Pane tenacemente attento alla storia urbanistica e alla visione dei valori corali presenti nella stratificazione degli antichi insediamenti della Puglia. «La tradizionale edilizia pugliese, annota il Pane, è profondamente radicata nel suolo, proprio perché ricavata dal sasso o addirittura scavato in esso».

È questa la chiave per ritrovare l’unità urbanistica del paesaggio della grande Regione Puglia-Basilicata (Matera fino al ‘600 ha fatto parte della Terra d’Otranto): individuare i rapporti genetici tra insediamenti rupestri e aggregati urbani, tra antiche strutture trogloditiche e attuali condizioni di vita associata, allargando necessariamente lo sguardo a quell’area mediterranea entro la quale civiltà antiche e nuove, medioevali e moderne trovano la loro più esatta collocazione storica. Massafra, Pasqua 1988

*Tratto da “Civiltà delle grotte” Napoli, 1988

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