21 Aprile 2021 - Ultimo aggiornamento il: 21 Aprile 2021 alle 09:30:12

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Senza l’opera di Dante non saremmo italiani nella lingua


Dante Alighieri

Caro direttore,
l’epidemia, peste del nostro tempo, ha svuotato anche le Chiese (l’antica greca “Ecclesía”); ha lasciato solo, anche senza l’ultima ecclesiale benedizione, Colui che di male epidemico è finito; ha reso deserte le vie, le piazze e, quel che più colpisce e rattrista, ha lasciato che anche il Pontefice romano parli a noi, solo, in una solitudine di angoscianti pensieri anche in quella piazza San Pietro vuota di umane esistenze. Codesta solitudine ci viene da fuori, da un male che non si vede, ma che ci invade, ci atterrisce e ci sconfigge. Non è la famosa solitudine invocata da Seneca e poi cristianamente da Agostino a Tommaso ed anche, per nostra memoria, da Dante, che in solitudine “in secreto” si sentiva nell’esilio di Ravenna. Intorno a noi spesso si forma un deserto spirituale, anche a fronte di un anticristianesimo non sempre latente e non sempre ascoso, ma materializzato in continui declassamenti di valori etici, morali, politici e, quindi, “religiosi” nel significato proprio di “fede”, in qualcosa che ci unisce e ci conforta e ci consola di fronte ai mali dell’esistenza.

Noi, oggi, al di là del pestifero male che ci abbatte e ci atterrisce, siamo ed eravamo lentamente e inevitabilmente moralmente caduti, perché attratti, da una filosofia sensitiva e materialista mai in confronto con l’altra etica – spiritualistica, ma in assoluto consenso di se stessa, del suo essere quale non antagonista, ma protagonista; e così in operazioni mediatiche, giornalistiche, virtuali. Dobbiamo dirci la realtà del nostro vivere reale; una concreta decadenza dello spirito come espressione della intelligenza e della “ratio” sulla pur vittoria dell’uomo sullo spazio celeste e sulle conquiste dell’impegno umano in campo scientifico e medico. E tuttavia si è attuato un fenomeno di natura, diciamo, culturale. Abbiamo cento libri al mese in più, cento libri che durano un giorno alla lettura e abbiamo dimenticato, giorno dopo giorno, le grandi conquiste della poesia e della letteratura universale e dell’Arte, specialmente negli anni della giovinezza che è propiziatrice alla esistenza del tempo futuro. Un tale contrasto e turbamento di valori eterni stanno allontanando da noi, da noi italiani, la grande universale poesia di Dante e il pensiero corre proprio in questo tempo di rievocazione dantesca.

C’è una continua, costante erosione della civiltà cristiana, dico civiltà, che favorisce altre civiltà incompatibili con quella evangelica. Ma civiltà è anche qualcosa di più, e di più, oltre. E’ quella “Humanitas” incomparabile realtà dello spirito umano in tutti i campi del nostro scibile: dalla filosofia all’arte, alla narrativa, alla poesia, alla musica. E fummo grandi perché fummo allievi e custodi del Cristianesimo, come lo stesso laico Croce, ebbe a scrivere: “Perché non possiamo non dirci cristiani”. E lo scriveva guardando soprattutto all’Arte che il Cristianesimo aveva prodotto, ma in quell’arte non c’era solo la consapevolezza del genio, c’era la suprema armonia che il senso religioso aveva creato nello spirito dell’uomo, sia pur non credente. Pensiamo al Caravaggio! E non solo in Italia. Caro direttore, l’altro giorno ritornando al quattordicesimo canto del Paradiso, mi sono trovato in quel verso, che già di per sé è un canto, e che testimonia la suprema aderenza di Dante al significato unico del Vangelo. Dante con Beatrice passa al Cielo di Marte ed entrambi vedono le anime di coloro che difesero la religione cristiana e che formano una luminosissima Croce: e Dante in quella Croce vede “lampeggiare Cristo”. È una visione reale, non un’estasi.

Ed anche l’ultima parola nel verso fa rima con la prima, cioè Cristo! E mi sono venute a mente alcune significative espressioni di un amico che mi diceva amaramente: anche Dante nelle scuole superiori è ridotto a nulla o a poco. Dante come studio della Commedia; degli altri suoi scritti quasi nulla. Ma senza Dante, noi non solo non saremmo italiani nella lingua dalle Alpi alla Sicilia, ma saremmo nulla in Europa. Quando gli uomini si sono allontanati da Lui hanno trovato decadenza di pensiero e di opere. Dante non paga subito: forma il carattere degli uomini, sempre a patto che quel carattere lo sappia formare chi carattere nella vita possiede. Papini nel finale della sua “Storia di Cristo” ha scritto: “Cristo ha detto: se uno è solo, io sono con Lui”. Anche oggi c’è solitudine: ma Lui è con noi: non avanti o dietro di noi: ma, dice Agostino, accanto a noi, al nostro fianco per tornare ad essere uomini. Se vogliamo essere uomini.

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