15 Aprile 2021 - Ultimo aggiornamento il: 15 Aprile 2021 alle 16:13:34


TARANTO – Gianfranco Solazzo, tarantino, laureato in sociologia, sposato e padre di una figlia, già componente del Consiglio generale Cisl, proveniente dalla Flaei (settore chimico) è da due mesi il segretario generale della Cisl di Taranto e Brindisi, ruolo che ha ereditato da Michele Castellucci. Subito a confronto con i problemi gravosi di un territorio vasto e diversificato, Solazzo ha già potuto farsi un’idea del lavoro che lo aspetta nei prossimi mesi. Per questo abbiamo voluto intervistarlo.

Diventare segretario generale di un sindacato come la Cisl in un territorio ampio come quello che comprende le province di Taranto e Brindisi in un momento delicato come quello che stiamo vivendo a causa della pandemia, richiede una certa forza d’animo e di coraggio. Molti sono, però, i nodi che attendono di essere sciolti. Con molte vertenze aperte.
Certamente qualsiasi ruolo di responsabilità nell’organizzazione sindacale oggi richiede assunzione di responsabilità, ma questo vale anche per i delegati sindacali che sono in prima linea nei posti di lavoro, chiamati a svolgere funzione di filtro, anche se il segretario ha una responsabilità politicamente più marcata. In questo periodo, poi, il territorio è caratterizzato dalla vertenzialità diffusa. Allo stesso tempo, viviamo un’emergenza sanitaria che ha complicato l’economia non soltanto del territorio ma del Paese intero e credo che proprio sull’emergenza sanitaria oggi dobbiamo assolutamente intervenire. Se non “curiamo” la questione sanitaria noi non curiamo l’economia. Abbiamo trattato anche la sanità come se fosse un’azienda, tant’è vero che oggi si chiamano aziende sanitarie locali. Il sistema sanitario, costituito nel 1978 con un grande principio di solidarietà che rispondeva all’articolo 32 della Costituzione doveva rispettare la salute dell’individuo e quella della collettività. Trattare la sanità con la logica della finanzializzazione ha comportato il considerare la persona con una variante e non come il centro del problema, che è stato dato al costo. Ora bisogna riportare al centro la persona. La stessa cosa è accaduta nella scuola, così proprio le due entità che mettono al centro la persona sono state quelle più maltrattate.

Parliamo della sanità. Mi sembra che Taranto stia pagando in maniera maggiore anche rispetto alle altre provincie pugliesi, con un ospedale SS. Annunziata gravato in maniera assurda e con tutta una serie di inefficienze che vanno dalla concentrazione dei ricoveri quasi tutti su un unico ospedale, a mezzi insufficienti, tamponi fatti con tempi lunghissimi. Chiudere alcuni presidi o ridimensionarli come è stato fatto, non è stato un errore?
Si è pensato erroneamente che concentrando l’attenzione sull’ospedale si sarebbero risolti i problemi. Il piano nazionale interviene anche su questo: bisogna ripristinare la medicina territoriale, i distretti, le case della salute, e così via; c’è un grande progetto che si può fare. Guai se dovessimo far passare quest’anno di tragedie sanitarie come se nulla fosse successo. Bisogna tornare alla logica della legge 933 del ‘78. Se avessimo avuto una medicina territoriale anche a Taranto non avremmo patito questo.

Insomma: abbiamo concentrato tutta la medicina sulla cura, ora bisogna concentrarsi sulla prevenzione.
Proprio così. E bisogna pensare che il sistema sanitario non è qualcosa che interessa gli anziani, poiché la logica della prevenzione vuole che il giovane sia inserito in un percorso di salute per tutta la vita futura. Questo abbiamo sofferto con l’emergenza epidemiologica. Se pensiamo poi che l’OMS ha previsto anche altre pandemie, guai se non non dovessimo preventivamente attrezzarci per il futuro. Stiamo dicendo di tutto su questo virus, ma dimentichiamo che a monte il vero problema è che abbiamo distrutto l’ambiente. Anche Papa Francesco ha parlato di sostenibilità ambientale, che significa sostenibilità sociale e ambientale: le due cose vanno viste insieme, tant’è che anche l’Europa insiste molto sulla inclusione sociale. La sanità è la vertenza madre del nostro paese.

Nei giorni scorsi lei ha diffuso un appello alla pacificazione in un territorio che ha conosciuto forti divaricazioni.
Sembrano un po’ frasi fatte, ma non è un caso che anche i fondi europei debbano intervenire sulle politiche industriali e sulla scuola. Ci viene chiesto dall’Ue di condividere i percorsi. Se noi pensiamo che nel territorio si possano affrontare i grandi problemi che abbiamo, di politica industriale, di sanità, viaggiando in ordine sparso, non approderemo da nessuna parte. Serve una condivisione tra istituzioni, parti sociali, cioè imprenditoriali e sindacali, l’associazionismo attivo delle città; gli egoismi, gli individualismi hanno creato solo diseguaglianze economiche e sociali. Non possiamo più guardare al nostro orticello, senza renderci conto che i paesi che sono ancora nella povertà, debbono raggiungere i nostri livelli. Dimostrare una sorta di menefreghismo verso tutta la gente che fugge dalle crisi ambientali, da povertà, da guerra, da violenza, che nel Mediterraneo ci sono oltre 20.000 corpi di bambini, donne, uomini scomparsi nell’indifferenza, pensare che alzando i muri ci potevamo difendere, è un errore fatale. Il mondo o si salva insieme o no si salva.

La pacificazione cui faceva riferimento riguardava soprattutto la vicenda industriale, però. Non possiamo dimenticare che è questo questo il centro del problema, per noi.
Sì. Non possiamo giudicare oggi se l’industrializzazione fu opportuna, ma certo fu da tutti auspicata. Anzi pretesa. Parlare di smantellamento di uno stabilimento del genere, mi sembra pericoloso, se non ci chiediamo innanzi tutto qual è l’alternativa. Se ci fosse una vera alternativa, dal punto di vista ambientale e occupazionale, noi la firmeremo subito. Ma sappiamo che la chiusura non comporterebbe un risanamento, come mostra il caso Bagnoli, chiusa decenni fa, rimasta un deserto senza alcuna bonifica. Allora noi pensiamo a una transizione: bisogna certamente ambientalizzare e andare verso l’idrogeno, ma non lo si può fare oggi, però per l’oggi abbiamo fatto un accordo che prevede un momento di transizione, ad esempio con la produzione di 2,5 milioni di tonnellate di acciaio attraverso l’uso di preridotto, Ma pensare che la chiusura sia un’alternativa valida no! Non c’è nessuna lavorazione manifatturiera che prescinda dall’acciaio: le navi, i binari, i treni, le auto, gli elettrodomestici, a meno che non vogliamo importare tutto… Ma dimenticando che parliamo di una realtà che dà qualche punto importante di pil al Paese e al territorio. Come si crea occupazione, ricchezza in questo Paese? Ribadisco che la questione ambientale per noi è una priorità, ma non pensiamo assolutamente che chiudendo lo stabilimento si risolva la questione ambientale. Si aggraverebbe ambiente e lavoro. Per concludere, però, ci tengo a precisare che il merito ad Arcelor Mittal il piano industriale presentato comunque andrà tutto verificato negli incontri sindacali che si terranno sito per sito, poiché non diamo nulla per scontato.

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