07 Marzo 2021 - Ultimo aggiornamento il: 05 Marzo 2021 alle 18:00:25

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Togliatti, la necessaria scissione di Livorno


Palmiro Togliatti

Togliatti colloca la nascita del Partito comunista all’interno del grande paradigma delle rivoluzioni e contro- rivoluzioni europee. A partire dal 1951 fino alla sua morte, 1964, Togliatti si dedica a ricostruire storicamente il PCI al di là di preoccupazioni propagandistiche o di particolari circostanze. La situazione storica italiana e internazionale (sconfitta elettorale del ’48, ingresso nella Nato, piano Marshall, ricostruzione, nascita di due stati tedeschi, divisione del mondo in blocchi consolidati), il forte legame con l’Unione Sovietica, il logoramento della politica moderata inaugurata con la “svolta di Salerno”, l’esclusione dei partiti di sinistra dal governo, convincono Togliatti che è necessario riflettere sulla nascita del PCI e della sua evoluzione. Egli scrive nel 1951 “Appunti e schema per una storia del Partito comunista italiano” (pubblicato su di un Quaderno di Rinascita, 1951) opera con la quale si sforza, a trent’anni dalla scissione di Livorno, di rivolgersi pedagogicamente ad “un largo fronte nazionale democratico della cultura” che avrebbe dovuto o potuto fondare una politica culturale organizzata e strutturata.

Togliatti fa sua la lezione dei Quaderni del carcere di Gramsci che ritiene essere fondamentali per una “interpretazione storica che dà inizio a una nuova scienza, della nostra storia e della politica” (A. Guiso, 2006, p. 455). La ricostruzione togliattiana, di impianto marxista, e con alle spalle Gramsci, parte dall’assunto che la storia del Partito comunista non è legata alla narrazione di vicende interne al Partito stesso, bensì si tratta di leggere o rileggere la storia d’Italia e del capitalismo italiano. Il Partito, per Togliatti, ha una funzione nazionale proprio a causa della debolezza delle classi dirigenti liberali e capitalistiche incapaci di saper fronteggiare una nuova situazione creatasi con l’emergere della società di massa. Gli eventi successivi al 1951 (invasione di Ungheria, 1956) e la scelta inequivocabile di Togliatti di stare senza riserve nel “campo socialista” non sono in contraddizione con la “via italiana al socialismo” e Togliatti per ribadire questo riprende alla fine degli anni Cinquanta l’analisi storica del PCI avviata nel 1951. Egli intende dimostrare la necessità storica della presenza del Partito comunista nella società italiana. Gramscianamente Togliatti ritiene che il Partito comunista matura nel profondo della società italiana ed è destinato a farsi Stato.

È questa la profonda differenza con tutte le altre espressioni del movimento operaio italiano, sempre nelle derive o riformiste o massimaliste. La scissione di Livorno, scrive nel 1958 (Il Partito comunista italiano,1958), è legittimata dalla inettitudine mostrata dalle opposte frange del Partito socialista di fronte alla crisi italiana del primo dopoguerra. Nell’opera suddetta Togliatti rivaluta l’esperienza gramsciana dell’”Ordine nuovo” perché attribuisce agli ordinovisti la elaborazione del tema della funzione dirigente del movimento operaio nella formazione di un nuovo “blocco sociale” in grado di avere uno sguardo nazionale, quindi non limitato al sindacato e alla fabbrica, con il quale dare vita ad una politica italiana in grado di superare i nodi ancora aperti dalla esperienza risorgimentale. Questo nuovo giudizio su Gramsci e l’“Ordine nuovo” consente a Togliatti di vedere in essi la radice autentica del comunismo italiano e di bocciare l’azione di Bordiga (mai citato nel testo del 1958) ritenuta inutilmente estremista in quanto né marxista né leninista. Con queste tesi Togliatti traccia un filo di continuità tra la sua segreteria e quella di Gramsci (1924-1926).

Il pensiero di Togliatti nella ricostruzione della genesi del PCI (a Livorno si chiama PCd’I, successivamente a Lione, 1926, PCI) coinvolge l’azione svolta dal Partito sotto il regime fascista. Egli sostiene che il Partito svolse funzione di avanguardia democratica. È evidente che questa interpretazione serve a Togliatti per cogliere il nesso tra resistenza, opposizione al fascismo e una nuova politica democratica nel secondo dopoguerra. È interessante questa lettura togliattiana. Essa, in effetti, prelude all’idea di “democrazia popolare” intesa come democrazia progressiva. Insomma, il Partito comunista aveva un ruolo salvifico per l’Italia. In quest’ottica la “svolta di Salerno” non rappresenta un compromesso contingente, ma una politica democratica di lunga durata. Si vede come Togliatti cerca la giustificazione storica e politica della necessità della presenza del Partito comunista nella politica italiana. Sempre su questa strada si colloca l’analisi del rapporto KominternPCI a proposito del quale ritiene che ci sia stata armonia sulla tesi del Komintern di “stabilizzazione capitalistica”, quando, invece, sappiamo che essa era stata oggetto di disputa tra il gruppo dirigente bolscevico e i comunisti europei. Togliatti con questa lettura sorvola sul difficile rapporto avuto con Gramsci per la diversa interpretazione sulla linea politica dei bolscevichi nei confronti dei comunisti europei per la formazione della classe dirigente del movimento comunista. La scissione di Livorno per Togliatti è meno trionfalistica di quanto possa essere sembrata. Togliatti critica i bordighiani e ritiene che un gruppo dirigente tardasse a formarsi.

Il merito di questa operazione Togliatti l’attribuisce a Gramsci. Tasca, però, aveva sostenuto (A. Tasca, I primi dieci anni del PCI, 1953) che gli stessi Gramsci e Togliatti avevano appoggiato l’estremismo bordighiano. Come si vede, la ricostruzione storica della nascita del PCI è un terreno controverso e scivoloso per gli stessi artefici della scissione di Livorno. E non poteva essere diversamente, visto il difficile rapporto con l’Unione Sovietica e la “via italiana al socialismo”. Togliatti rammenta sempre l’appartenenza internazionale dei comunisti e mette in guardia contro una attribuzione ipertrofica della esperienza italiana.

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