27 Febbraio 2021 - Ultimo aggiornamento il: 26 Febbraio 2021 alle 16:29:51


Mimmo Confessa è uno scrittore, o meglio narratore collaudato, che, prima del presente “Marie Claude” ha dato alle stampe: “Le donne di Valerio” e, successivamente, “Il barone di Salaparuta”. Quindi Marie Claude è il suo terzo romanzo, che ho letto con particolare attenzione e piacevole trasporto di scrittura, non tanto romanzata, e quindi, favolistica o immaginativa, quanto attualistica e, quindi, storicamente narrata. E per chi abbia un minimo di visione estetica tra prosa narrativa di fatti accaduti e intensamente psicologici e prosa romanzata c’è una notevole differenza che non è tanto, ripeto, nelle figure o figurazioni dei protagonisti ed antagonisti della vicenda, peraltro interessante e ben costruita da Confesssa, quanto nello svolgimento movimentato delle azioni, cioè dei fatti sempre aspri episodi esistenziali, nel tono e nel carisma delle vicende che inquadrano momenti drammatici della seconda guerra mondiale, partendo dal massacro degli ebrei da parte dei nazisti in quel criminale campo di reclusione dal tragico nome: Bergen – Belsen.

Anzi, a scavare ancora nella vicenda tanto assurda quanto realisticamente e umanamente folle difronte all’impavido destino, mutati i tempi e personaggi, mi è subentrato, a conclusione della narrazione, di essere nel più vivo e profondo e presente mondo tragico greco. Un mondo nel quale la “nemesi” ovvero la “vendetta” diventa giustizia e la giustizia conduce a quelle a quella “catarsi tanto cara ad Aristotele, e che si realizza nel vittorioso esito nel quale il male degli uomini è vinto dalla supremazia etica e morale del divino ordine che ricompone nel bene e risana le fratture del cuore lacerato dalle dolorose e colpevoli azioni di personaggi infatuati da ideologie rinnegatrici della vita umana nella sua diversa dimensione di storia e di esistenza collettiva nel segno di una fraterna umanità senza “nicciana” profezia verso il nulla. E mi viene incontro l’antico tragico Euripide e quel suo “eudemonismo” che era la forma del riscatto dell’uomo “sapiens” verso l’uomo, nemico dell’uomo, che volle piuttosto le tenebre alla luce. E quel corvo che nel becco stringe un fiore rosso di “notro” e che, nel finale del romanzo, pone accanto alla protagonista Libby e poi riprende il volo è metaforicamente l’esito di una lontana e vicina giustizia come un antico “Deus ex Machina” che entra in azione come ultima simbolica visione di un percorso umano, terreno, nel suo sublimale epilogo.

Un’altra osservazione va fatta; prima del “Prologo” lo scrittore Confesa scrive di non aver voluto, dopo ripensamenti, dedicare il suo romanzo a Colei o Colui cui avrebbe potuto essere rivolto. Solo all’attenzione del lettore “ sì a voi, a tutti noi”. Ma a noi che viviamo ancora nella mediocrità, nelle incertezze, come in un eterno campo di concentramento, con un numerico tatuaggio sul braccio. Qui il lettore di una valida cultura non può che ritornare, e lo scrittore lo prescrive, a due grandi filosofi citati nei primi istanti del romanzo: Nietzsche e Schopenauer. Perché quei filosofi noi ci chiediamo? Perché alla base del lungo narrare la “vis” operativa dello scrittore porta il lettore a due considerazioni: che l’uomo può distruggere l’uomo e che la vera libertà si ha quando finalmente si rimane soli. E l’atmosfera che avvolge e stringe il romanzo è nel senso tragico della vita cui proprio la protagonista Marie, poi detta Libby, va incontro, ancora bambina sacrificale, proprio in quel gennaio del 1945, in Germania nel campo di concentramento, nella Bassa Sassonia, di Bergen – Belsen, alle ore 8 del mattino; e accanto al suo desolato corpicino c’è la madre, ebrea, detenuta in una squallida baracca, malata e destinata a morire. E morrà in una gelida mattina sotto la violenza di una frusta, ripetuta sul suo ormai finito corpo, da una vigilante tedesca.

Sotto gli atterriti occhi della bambina, sua figlia, che portava sul braccio quel numero: 6862. Maria stringeva al petto una bambola. Ebbene quel numero e quella bambola saranno la fiaccola sotto il moggio che, un giorno, tuttavia, daranno luce nel cielo ancora oscuro e tormentato della esistenza di quella che fu Maria e poi sarà, come vedremo, Libby, liberata, per finire in un istituto delle suore e poi rintracciata da coloro che sarebbero diventati i suoi genitori adottivi: Nora e Charles, quest’ultimo tornato dall’inferno della guerra e da quel campo di concentramento dove, lui liberatore, aveva ancora negli occhi il volto atterrito di quella bambina, allora Maria. Fu adottata con il nome di Libby: ed era l’anno 1969. Nel tempo incontrò un certo Marcel Montreux che le propose di risalire, mediante quel numero sul braccio, alla sua vera identità. Di qui alla fine del romanzo o del “narrato” una intensa e drammatica trama sino alla risoluzione “catartica” della vicenda; trama che lascio alla “curiositas” del lettore.

Avvincente nello sviluppo delle sue azioni. Ed ora qualche considerazione sulla struttura linguistica della narrazione; con terminologia fonetica tedesca, ora spagnola o messicana; differenze glottologiche che danno una certa icasticità verbale allo stesso narrato che si avvale di ordine ipotattico o paratattico delle parole, e che si avvale di pause ortografiche che rendono più vivo e interessante il dialogo. Il romanzo si divide in due parti e c’è un Prologo e un Epilogo. Così anche nella tragedia greca. E il romanzo è una tragedia greca moderna.

A distanza di oltre duemila anni tra l’ “Elettra” di Sofocle e la Marie Claude del romanzo di Confessa c’è una rispondenza di male e di delitti che hanno, al di là dell’enorme spazio di tempo, qualcosa che unisce certi personaggi sofoclei a protagonisti che sono nel romanzo. Sono parte di una tragedia tutta umana; di quella tragedia dell’uomo contro l’uomo che sconfina nel “surreale”. Con la morte violenta del colpevole si chiude l’ultimo atto del dramma; la catarsi è compiuta, il sipario può calare; ma una redentrice già appare all’orizzonte; una luce che viene dal mare. Dal mare infinito che al cielo si unisce.

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