11 Aprile 2021 - Ultimo aggiornamento il: 11 Aprile 2021 alle 17:10:34

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La Shoah, una riflessione tra passato e presente


Il 27 gennaio è un’occasione, certamente ghiotta, che consente sempre di illustrare la parabola della percezione dell’immaginario sulla Shoah. Percepita per decenni come frutto oscuro della crudeltà di un unico popolo, la persecuzione razziale, grazie a una maggiore consapevolezza, maturata sia pure lentamente, è stata sempre più considerata un evento di portata europea. E, se la responsabilità dei tedeschi resta un fatto inconfutabile, al di là di ogni revisionismo, la riflessione degli ultimi anni ha fatto apparire sempre più chiara la tessitura internazionale dello sterminio.

La commistione d’indifferenza e di partecipazione all’annientamento fisico degli ebrei e la prontezza di troppi nel mettere in pratica la terribile lezione dei cattivi maestri, sono emerse sempre più chiaramente e hanno trasformato la memoria dell’Olocausto in un percorso che tocca molte identità nazionali. Da qui la richiesta agli Stati Membri (Risoluzione approvata 1 novembre 2005 dall’Assemblea delle Nazioni Unite) di adottare programmi educativi perché la vergogna delle leggi razziali – eppoi della pulizia etnica, del genocidio di zingari e dello sterminio di disabili, omosessuali e oppositori politici- non si ripeta mai più. La pura commemorazione è purtroppo pratica sterile se non raccoglie l’eredità mettendo in relazione il passato con il presente. In tale prospettiva assume densa rilevanza educativa una matura acquisizione della distinzione fra storia e storiografia (res gestae e historia rerum gestarum): tra ciò che è realmente accaduto e la sua ricostruzione scritta.

Nel 1966 sul “Terzo programma” Delio Cantimori, in un intervento su Storia e storiogafia in Benedetto Croce, sottolineava,e a ragione, che, con quella essenziale distinzione, Croce aveva trasportato dall’esperienza filologica agli studi storici «la lama affilatissima della consapevolezza critica», consegnando agli studiosi italiani di storia un’eredità che era diventata parte costitutiva del loro metodo di lavoro, e che, tuttora, lumeggia il cammino di tanti giovani, desiderosi di conoscere la verità di quanto è accaduto. È noto: le res gestae sono rappresentate oggettivamente dalle fonti, dai documenti, conservati negli archivi. Chi controlla gli archivi controlla anche il modo in cui viene scritta la storia. Il possesso di documenti permette agli storici di regime di scrivere una storia secondo le convenienze della stessa dittatura. Solo la sconfitta del nazismo ha permesso di disseppellire l’immensa documentazione che prova la pianificazione della Shoah.

La memoria e la distruzione della memoria sono elementi ricorrenti nella storia. Si pensi alla sistematica spoliazione degli archivi compiuta, per esempio da Napoleone: fu l’esito dell’intento deliberato di sottrarre alle province annesse e ai superstiti governi rivali la materia prima dello loro memoria storica e delle loro eventuali rivendicazioni politiche. Alla caduta di Napoleone seguì l’inevitabile controesodo: le potenze vincitrici sguinzagliarono a Parigi non soltanto i cacciatori di opere d’arte rubate (antesignani dei Monuments Men celebrati nel film di George Clooney(2014)),ma anche i cacciatori di documenti. Il che non deve indurci -si badi- a ritenere che la storia la scrivono i vincitori. Continuamente citato dai revisionisti più patetici, questo stantio luogo comune, oggi, non ha riscontro, proprio perché nei Paesi democratici si ha la libertà di cercare la verità e di pubblicare tutto quello che si vuole, così come è avvenuto dopo il 1945: i fascisti hanno pubblicato, in tutta libertà, la loro versione della storia recente, senza aspettare i testi di Giampaolo Pansa che ne battessero la grancassa.

Anche se non va passato sotto silenzio che negli stessi Paesi democratici esiste, e non raramente, la tentazione di tenere nascosti i documenti, o di lasciarli vedere soltanto agli storici di provata fede, o ancora di tenere segreti, sia pure per qualche decennio, certi atti del governo. La historia rerum gestarum è -come si sa- il risultato della interpretazione dello storico, in cui appunto quest’ultimo gioca un ruolo soggettivo determinante. Due note: la prima, ci sono fatti fondamentali inconculcabili con cui lo storico non ha nulla a che fare; la seconda, la scelta dei fatti fondamentali dipende non già da una qualità intrinseca dei fatti stessi, ma da una decisione a priori dello storico. Senza con questo affermare che lo storico “si fa la storia che vuole”. A uno storico si richiede l’accuratezza procedurale ma anche il massimo rispetto della metodologia rigorosa nella ricostruzione storica o meglio storiografica. Lo storico e i fatti storici sono legati da un rapporto di reciproca dipendenza. «Lo storico senza i fatti è inutile e senza radici; i fatti senza lo storico sono morti e privi di significato» (E.H. Carr, 1966,). La storia è, dunque, un continuo processo d’interazione tra lo storico e i fatti storici, un dialogo senza fine tra il presente e il passato. Il futuro non si costruisce senza entrambi.

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