21 Aprile 2021 - Ultimo aggiornamento il: 20 Aprile 2021 alle 20:01:12

Cronaca News

Analogie e differenze con l’esperienza del 2013


L’aver vissuto in prima persona, insieme con tanti altri compagni di viaggio, l’avventura del concorso di Taranto capitale europea della cultura, mi induce a fare alcune riflessioni sulle analogie ma anche sulle differenze tra i due eventi. Le analogie. Entrambi gli eventi hanno preso origine da un ormai radicato comune sentire sulla necessità di sottrarre la città ad una immagine oppressiva di landa industriale tetra e inquinata, recuperando altri valori che connotano la sua geografia, la sensibilità al bello di molta parte dei suoi abitanti, la sua storia.

E’ stato un leitmotiv che chiunque avvertiva nella costruzione dei dossier. Un comprensibile desiderio ma che agli occhi di chi doveva giudicare, almeno a livello europeo, era un limite. Lo abbiamo imparato dopo. Non è tanto importante la ri-costruzione della storia della città né tantomeno la elencazione di una serie di eventi di arte varia più o meno nutrita e ben organizzata. Era ed è importante la proposizione di una visione di una comunità, con una ben precisa identità, interessata a recuperare alcuni valori fondanti del viver comune sul piano urbanistico, sociale, relazionale e culturale. Un modello esistenziale, insomma, per l’Europa attuale intrisa spesso di tutt’altri dis-valori.

Non si capirebbe, infatti, come mai Matera si sia imposta su altre ben più blasonate città come Siena, Ravenna e altre. Quale è stato il messaggio trasmesso dai Sassi se non quello di essere un luogo fisico, ma soprattutto spirituale, di un modello di vita in cui viene privilegiata la accoglienza, l’integrazione, la tolleranza, la comprensione dei bisogni dell’altro, il rispetto dell’ambiente. Tutti valori espressione della cultura di una comunità se per cultura intendiamo la stratificazione di conoscenze che operano trasformazioni a livello intellettuale, morale e pratico, aperte a tutti gli individui di una comunità. Un percorso che, lo ricordiamo, Matera aveva iniziato nel 1993 con il riconoscimento dei Sassi a patrimonio mondiale dell’UNESCO e, successivamente, con la decisione di presentare la candidatura a capitale europea della cultura.

Con la convinta consapevolezza che il progetto doveva contemplare la dimensione europea e, soprattutto, la partecipazione dei cittadini. Ventimila persone di varie associazioni cittadine avevano stilato la metà dei progetti. Questo avevamo imparato e questo avremmo potuto trasmettere a chi poi ha proposto la candidatura di Taranto a capitale italiana della cultura. Ma senza alcuna nota polemicanon ne sento la necessità né mi diverte-per una tendenza, direi strutturalmente genetica, ad ignorare le esperienze della storia passata, nel nostro caso la partecipazione di Taranto a capitale europea, da parte di un consesso di concittadini che ha proposto la città a capitale italiana, ciò non è avvenuto. Proprio sulle pagine di questo giornale Silvano Trevisani ha riproposto, con forza, questo limite: l’autosufficienza di chi vive un presente continuo dimentico che cultura è anche stratificazione di conoscenze ed esperienze che si trasmettono. E veniamo alle differenze tra i due eventi. La prima, forse la più importante, la decisione di partecipare al concorso di capitale europea partì, come si dice, dal basso.

Fu Gianni Liviano a farsi promotore della iniziativa. Il sindaco e il consiglio comunale la avallarono con gran battage mediatico senza, però, alcuna convinzione né tantomeno partecipazione emotiva. Anzi, di più, nella più totale indifferenza. Almeno questa fu la mia impressione. Cui fece da contraltare la nascita di un comitato promotore composto da docenti, istituzioni e associazioni culturali, presidenti di ordini professionali, rappresentanti di istituzioni economiche, club service. Una risposta corale che portò alla stesura di un dossier sottoposto al MIBACT da alcuni componenti il comitato promotore. Un lavoro che fu l’espressione di una forte e sentita spinta di una gran parte del tessuto cittadino e provinciale. Una testimonianza, già questa, di cultura che si espresse con una forte motivazione ad un cambiamento. I limiti. Prescindendo dalle capacità individuali, un modestissimo appoggio della istituzione civica; l’assoluta mancanza di un adeguato tempo di programmazione; l’aver dovuto redigere un dossier in una manciata di mesi; la consapevolezza di enorme divario tra investimenti di altre città partecipanti e l’assoluta irrilevanza dei nostri.

Era stata decisamente prevalente la voglia di segnare, comunque, un cambiamento pur nella consapevolezza di un tentativo per molti versi velleitario. Il contrario di quanto si è percepito per il concorso a capitale italiana. Un progetto costruito quasi esclusivamente all’interno di alcuni assessorati di province diverse con scarsa o nulla partecipazione della comunità cittadina chiamata, in alcune circostanze, a fare il tifo come i supporter di una squadra di calcio. Le conclusioni. Penso che siano maturati i tempi perché si dia corpo, con continuità, ad un percorso che porti alla più importante operazione culturale: il consolidamento di una identità di comunità al di là di tanti più o meno pregiati dossier. Talora i processi sono più importanti degli obiettivi.

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