24 Ottobre 2021 - Ultimo aggiornamento il: 24 Ottobre 2021 alle 22:59:00

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L’informazione nella fase di “interregno” nel saggio di Giancarlo Tartaglia


Giancarlo Tartaglia, segretario generale della Fondazione Paolo Murialdi per il giornalismo, a lungo direttore della Federazione nazionale della stampa, è uno dei più importanti storici del giornalismo. Giuslavorista per formazione, cultore di studi storici per passione, Tartaglia è un contemporaneista ad ampio spettro, non solo settoriale.

Cosa che rende ancora più interessante e prezioso il suo ultimo libro, “Ritorna la libertà di stampa. Il giornalismo italiano dalla caduta del fascismo alla Costituente (1943-1947)” (Il Mulino, pp. 620, 42,000 euro), che non è “soltanto” l’atteso secondo volume della sua storia del sindacato dei giornalisti ma un importante saggio che scandaglia un periodo cruciale e poco indagato della nostra storia contemporanea: quello della transizione dal fascismo all’entrata in vigore della Costituzione repubblicana: l’Italia di Badoglio capo del governo dal 25 luglio ’43, quello de “la guerra continua” al fianco dei Tedeschi; l’Italia della resa senza condizioni dell’8 settembre; poi della cobelligeranza con gli Alleati contro i Tedeschi e della guerra civile, spaccata in due, fra il Regno del Sud e la Repubblica sociale del Nord, con poteri realmente esercitati dall’Amgot (il governo militare alleato) al Sud e dai Nazisti al Nord; l’Italia del referendum costituzionale, dell’elaborazione ed entrata in vigore della Carta costituzionale.

Che cosa accadeva in questi giorni convulsi ai mass media ed ai giornalisti? Tartaglia ricostruisce minuziosamente il difficoltoso e tutt’altro che lineare ritorno alla libertà di stampa: lunedì 26 luglio (il cambio di governo fra Mussolini e Badoglio era stato comunicato dall’Eiar, la radio di Stato, alle 22,47 di domenica 25, ed ai giornali era arrivato anche il comunicato ufficiale dell’agenzia Stefàni, l’agenzia ufficiale italiana di notizie) uscì a Milano l’ultimo numero del Popolo d’Italia, il quotidiano della famiglia Mussolini, che dava notizia dell’incarico conferito a Badoglio, invitava all’”armonia dei sentimenti” ed alla riscossa dell’Italia. Ma non arrivò al pubblico, perché gli edicolanti si rifiutarono di accettarlo; mentre il 27 mattina sempre a Milano veniva diffusa, non più clandestina, l’Unità, organo del Pci. Intanto, alle nove del mattino del 26 luglio, poche ore dopo l’annuncio delle “dimissioni” di Mussolini, a Roma, nel circolo della stampa, a palazzo Marignoli (dove ha avuto sede fino a pochi anni fa la Sala stampa italiana, sede dei corrispondenti dalla capitale dei quotidiani italiani), su iniziativa di Leonardo Azzarita, Sinibaldo Tino e Francesco Tatò, un gruppo di 25 giornalisti, con attività professionale iniziata prima del fascismo, e spesso dal fascismo “silenziati”, proclamò la rinascita della Federazione nazionale della stampa italiana, il sindacato unitario dei giornalisti che il regime aveva disciolto, sostituendolo col Sindacato fascista.

Ma era davvero tornata la libertà di stampa? In realtà restava in vigore, anche per il giornalismo, l’impianto giuridico ed amministrativo del fascismo; non solo: se nei 45 giorni badogliani in molti giornali tornarono (o si palesarono) giornalisti antifascisti, e vi fu una effettiva “esplosione” di libertà, dopo l’8 settembre il controllo militare (alleato al Sud; nazista nel Centro-Nord) sulla stampa ritornò pesante. In questo zig-zagante ritorno alla libertà di stampa la Puglia – dove il Re col suo governo si era rifugiato dopo l’8 settembre – giocò un ruolo essenziale. Pugliese era Azzarita, che era stato capo della redazione romana e poi direttore del Corriere delle Puglie di Bari (cessato nel ‘23 poi fuso con la Gazzetta della Puglia, per dar vita alla Gazzetta del Mezzogiorno) e che nel ‘22 era entrato nel consiglio della Fnsi in rappresentanza dell’Assostampa di Bari.

La Gazzetta del Mezzogiorno fu l’unico quotidiano italiano a non interrompere neanche per un giorno le pubblicazioni, né dopo la caduta del fascismo né dopo l’8 settembre. E si trovò ad essere l’unico quotidiano nel Regno delle quattro Province (Bari, Taranto, Brindisi, Lecce), dove l’Amgot aveva concesso un residuo di sovranità al Re ed al suo governo. Beninteso, la transizione, dal fascismo al badoglismo all’antifascismo ed agli alleati anglo-americani, ebbe anche risvolti grotteschi (alla caduta del fascismo, dopo la “fuga” del direttore Pupino Carbonelli, fascista antemarcia, da poco rientrato dagli Usa, dove era stato internato e dove era stato corrispondente del Corriere della Sera, nominato direttore nel luglio ’43, il vicedirettore Pascazio, che veniva addirittura dal Popolo d’Italia, lo accusò di essere “direttore squadrista imposto dal defunto regime”; ma poi fu epurato pure lui; e fu inserito in un elenco di epurandi anche il redattore capo De Secly, antifascista, che aveva gestito il giornale, con o senza titolarità di direzione, nei giorni convulsi delle giravolte del 1943) ma consentì che un minimo di informazione cartacea non venisse mai meno. Copie della Gazzetta vennero addirittura lanciate il 6 ottobre su Roma sotto occupazione nazista, insieme con volantini di propaganda, da due aerei dell’Aeronautica italiana partiti da Brindisi, la nuova capitale dei Savoia.

Ancora, Radio Bari, la potente stazione radio dell’Eiar che irradiava anche programmi per il Mediterraneo orientale ed il mondo arabo, diventò dopo l’8 settembre, requisita dagli anglo-americani, la voce ufficiale dell’Italia liberata, ancorché sotto il controllo del Pwb (Psycological warfare branch, l’organo militare alleato che controllava i mass media del Regno d’Italia durante la seconda fase della guerra), con non poche “interferenze” del governo Badoglio. Che inventò anche la par condicio, con molto anticipo sulla legge del ‘93; nel gennaio ‘44 il capo dell’ufficio stampa del governo “autorizzò i sei partiti del Cln ad esprimere la loro posizione un giorno alla settimana alla radio; il settimo sarebbe spettato al governo”. Nello studio di Tartaglia c’è anche tutto il dibattito sul futuro assetto della stampa, delle imprese editoriali e della professione giornalistica.

A partire dal destino degli editori che avevano fiancheggiato il fascismo, o che addirittura grazie al fascismo si erano impossessati dei giornali. I partiti antifascisti (tranne il liberale) volevano evitare che questi editori collusi riprendessero in mano i giornali; così come volevano epurare i giornalisti compromessi col fascismo. Complici l’amnistia togliattiana e il clima della incipiente guerra fredda, invece i beneficati dal fascismo si ripresero i giornali, ed i giornalisti radiati dall’albo furono pochi. E l’albo, per fortuna, rimase, nonostante i tentativi degli editori di farlo abrogare. Nel convulso periodo transitorio l’Eiar cambiò nome in Rai, ma rimase emittente di Stato (con polemiche, soprattutto da sinistra, su come occorresse un controllo “politico” e “popolare” sulla radio), mentre dalle ceneri della Stefàni nasceva l’Ansa, agenzia non ufficiale ma ufficiosa, gestita da una cooperativa formata dagli editori dei quotidiani (inizialmente, dei quotidiani dei partiti del Cln), paradossalmente guidata però per un certo periodo (anche a livello amministrativo, non solo giornalistico) dai massimi esponenti della Fnsi: Facchinetti ed Azzarita.

La Federazione della stampa, principale protagonista del saggio, emerge come soggetto unitario perché capace di rappresentare ampiamente tutte le sensibilità e le aree politiche, senza pretese egemoniche e senza sognare il dominio di una corrente; un sindacato, peraltro, realmente forte e rispettato, dal potere politico come dagli editori; un sindacato che mandò al governo molti dei suoi dirigenti nazionali (dallo stesso Bonomi, capo del governo, a Facchinetti, Gonella, Spano, Lupis). Nella redazione della “nuova” legge sulla stampa largo spazio ebbero i rappresentanti della Fnsi, e nella Costituzione la libertà di stampa, prevista nello Statuto albertino in una formulazione che poteva essere aggirata, veniva sancita in modo inequivocabile; dopo aver respinto – anche grazie al vigoroso intervento della Fnsi nel suo congresso di rifondazione, a Palermo, assise cui presenziarono De Nicola e De Gasperi – tentativi di imbrigliamento di giornali e giornalisti. E dopo un vivace confronto su chi, quando e dove potesse sequestrare pubblicazioni.

Abbondano poi le curiosità, neanche troppo fini a sé stesse, come i provvedimenti adottati per rifinanziare le pensioni dei giornalisti (l’Inpgi era in crisi…) attraverso il 10% dei proventi della lotteria di Merano ed il 2% del gettito pubblicitario Rai (un provvedimento similare sul gettito pubblicitario odierno di tv e testate web, che si aggira sui 6 – 7 miliardi di euro l’anno, contribuirebbe fortemente a mettere in sicurezza l’Inpgi). Un libro imprescindibile per chi si occupa di Storia del giornalismo e per i giornalisti che credono nel giornalismo come professione intellettuale e non come mestieraccio, ma anche per i cultori di Storia contemporanea.

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