11 Aprile 2021 - Ultimo aggiornamento il: 11 Aprile 2021 alle 17:10:34

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Responsabili e costruttori, così le Camere ora sono piazze del trasformismo


In questi giorni ci capita di assistere al circo Barnum del cambio di casacche e al mercato dei parlamentari. Si è costituito apposta un nuovo gruppo raccogliticcio di transfughi che corrono in sostegno di Conte e addirittura il PD erede “del glorioso Partito Comunista” ha dato in prestito una sua senatrice per permettere a questi scappati di casa di fare un gruppo a sostegno del presidente uscente. Berlinguer e Togliatti si stanno mordendo i gomiti.

A seconda dei casi sbandati alla ricerca di qualche scannetto e di una briciola di potere, ascari, prezzolati e merce di scambio salvo poi diventare alla bisogna responsabili, costruttori, eroi e patrioti questi soggetti sono impegnati a salvare Conte. Ma perché la politica è giunta ad un livello così basso con gente che cambia partito e schieramento come si cambia un paio di scarpe? Sarebbe troppo facile darsene una spiegazione con la tesi superficialmente liquidatoria che attribuisce il trasformismo e il voltagabbanismo alla fragilità e inconsistenza ideologica, psicologica e culturale dei singoli parlamentari. Allo storico questa spiegazione non può bastare. Io credo invece che le ragioni di questa trasformazione del Parlamento in un mercato e in una piazza del trasformismo siano più strutturali e di esse si possa dare una spiegazione storica ripercorrendo alcune tappe della nostra storia nazionale e prendendo atto di un graduale allentamento progressivo del senso di identità e dell’appartenenza.

Senza disturbare i Guelfi e i Ghibellini, i Bianchi e i Neri di epoca medioevale, nel secolo dei lumi il senso dell’appartenenza e dell’identità era un valore di primaria importanza nella vita politica non solo dell’Italia ma dell’Europa. In Francia nella rivoluzione dell’89 essere giacobini o girondini era dirimente e per un minimo tentennamento ci si giocava la testa. Il dubbio era motivo per prendere la strada del patibolo. Il più rigoroso e moralista di tutti Robespierre certamente al di sopra di ogni sospetto di tralignamenti ideologici rispetto alla Rivoluzione fu mandato al patibolo proprio con l’accusa di tradimento della Rivoluzione. Certo c’era anche la Palude ma la Palude era un’area che aveva a suo modo un’identità. Nel nostro Risorgimento il senso dell’appartenenza assume i caratteri del martirio, del sacrificio e dell’eroismo. Aderire e appartenere alla Giovane Italia o alla Carboneria aveva un marcato valore identitario e chi vi aderiva metteva nel conto di lasciare la pelle in battaglia o sul patibolo. Col nuovo regno il senso dell’appartenenza comincia ad essere parlamentarizzato. Nascono la destra liberale, nasce la sinistra storica erede di coloro che avevano fatto il Risorgimento nei campi di battaglia.

Nasce, è vero, anche il trasformismo del signor De Pretis ma quel trasformismo ha a suo modo una dignità perché è un’idea della politica, errata, ma un’idea addirittura nobilitata dal suo inventore che la propose e la praticò come servizio tesa a sbloccare l’impasse di governi che non riuscivano a governare. Il Fascismo è l’esaltazione dell’identità e dell’appartenenza fino a diventare strumento di governo e, purtroppo per gli italiani, di oppressione e di soprusi. Come si vede in questo percorso una costante è rappresentata dal livello di contrapposizione tra le parti per cui si osserva che nei momenti di contrapposizione forte il senso dell’identità e dell’appartenenza sono altrettanto forti, al contrario nei momenti di maggiore distensione quello stesso senso si affievolisce.

Durante il Fascismo fascisti e socialisti vivevano in maniera brutale, violenta e contrapposta la loro identità e appartenenza e dirsi socialisti o comunisti significava prendere la via dell’esilio, di Ventotene e Ponza dove il senso dell’appartenenza si consolidò, forgiò e preparò gli uomini che fecero la grande impresa. Pertini, Scoccimarro, Altiero Spinelli, Eugenio Colorni, Ernesto Rossi, a Ventotene consolidarono il senso dell’appartenenza al socialismo, fecero la Resistenza e scoprirono l’Europa. E fu il senso dell’appartenenza e dell’identità ideologica a dare il via alla Resistenza quando ancora una volta esso fu la spinta per imbracciare il fucile, lottare, andare in montagna e rischiare ancora una volta la vita per l’idea. Ad onor del vero per verità storica occorre dire che anche dalla parte opposta non fu diverso. I ragazzi di Salò non si arruolarono e andarono in battaglia solo per opportunismo o calcolo ma perché credettero e combatterono anche loro per un’idea, certo sbagliata e dalla parte sbagliata, ma per un’idea e un’appartenenza. Nel dopoguerra la passione politica è ancora molto forte per cui tra comunisti, socialisti e cattolici della Democrazia Cristiana la contrapposizione è ancora fortissima. Certo nei partiti soprattutto in quelli di sinistra ci sono stati mutamenti di opinioni e leaders che han no cambiato idea ma tali cambiamenti erano il frutto di culture e di ideologie, di visioni politiche quando non addirittura di visioni del mondo tant’è che si sono trasformate in scissioni.

Saragat, Basso, Vecchietti hanno cambiato idea ma hanno fatto le scissioni. E’ l’epoca della grande passione politica e dei grandi partiti che si identificano con i loro leaders la DC di De Gasperi, il PCI di Togliatti, il PSI di Nenni. Partiti leaderistici certamente ma dietro questi leader c’erano un partito, una ideologia, una storia, una cultura politica, come negli anni 80 quando il PCI era il partito di Berlinguer, il PSI di Craxi, la DC di Zaccagnini. Questo senso dell’appartenenza era determinato dalle condizioni della geopolitica internazionale con il mondo diviso nei due blocchi americano e sovietico e con il muro di Berlino che dava l’immagine plastica di questa contrapposizione. O si stava di qua o si stava di là. La caduta del muro di Berino è lo spartiacque che determina un cambiamento epocale non solo nei rapporti tra gli Stati ma anche nel costume politico.

Caduto il muro di Berlino l’operazione mani pulite spazza via i partiti con i loro simboli, le loro storie, le loro identità. Il senso dell’identità e dell’appartenenza comincia ad allentarsi e a venir meno. Comincia l’era post ideologica e nascono i primi partiti antisistema e padronali imperniati su un leader senza né ideologia, né storia nè cultura politica. E’ l’epoca dei Bossi e dei Berlusconi. Lo stesso PCI, il più ideologizzato e granitico di tutti i partiti novecenteschi, comincia a sfaldarsi e l’idea comincia a mostrare delle crepe. Cambia anch’esso pelle. Anche nel PCI che, nel frattempo è diventato prima PDS poi DS, nascono le correnti, i gruppi e capi bastone e, malgrado sfugga al massacro di tangentopoli, comincia ad assumere gli stessi caratteri degli altri partiti che intanto sono spariti. Si dissolve il granitico collante dell’ideologia e della storia politica e nascono i partiti ircocervi, sommatoria di partiti diversi e fino ad allora opposti, nasce la fusione a freddo della Margherita fra post comunisti e post democristiani.

Con il berlusconismo l’identità e l’appartenenza ad una cultura, ad un’ideologia ad una storia spariscono e vengono sostituite dalla fedeltà ad un uomo, alla sua leadership che diventa indistinta e trasversale poiché sotto di essa si raccolgono uomini, idee e culture diverse, cattolici, socialisti, post democristiani, repubblicani, liberali. Nasce l’idea del rappresentante della società civile e sparisce il merito politico, l’esperienza, il merito della militanza. Un quidam de populo può diventare sindaco o presidente del Consiglio in un giorno questo a prescindere da ideologie, appartenenze, storia personale. Il colpo di grazia all’idea di democrazia novecentesca disegnata dalla nostra Carta Costituzionale lo dà Grillo con il suo “Vaffanculo” diventato slogan e linea politica di un partito antisistema che considera il Parlamento non la sede nella quale vengono rappresentati gli interessi del popolo ma “un luogo da aprire come una scatola di tonno da cui tirare fuori il marcio”.

E’ la fine della politica e dell’appartenenza che è all’origine del processo di degenerazione e di degradazione a mercato del Parlamento a cui stiamo assistendo in questi giorni. In Parlamento i parlamentari eletti in liste di partito che hanno una ideologia, una storia e una cultura politica vengono sostituiti da individui eletti in liste raccogliticce sotto il marchio di liste civiche messe su in base al numero dei voti che ciascuno porta. La coerenza con le proprie idee e con la cultura di appartenenza viene sostituita dal trasformismo, l’impegno d’onore con il voltagabbanismo, la serietà con il mettersi in vendita. E’ il Parlamento che si trasforma in mercato. Al ruolo di parlamentare portatore di interessi collettivi si sostituisce il tornaconto e l’interesse personale che trasforma il parlamentare in un oggetto acquistabile al mercato dal miglior offerente. Razzi irrompe nel Parlamento con la sua filosofia del “Amico mio pensa a te. Fatti li cazzi tua” che fa scuola e diventa prassi comune e consolidata. Oggi infatti il Parlamento non si scioglie non per esigenze di governabilità ma perché “non si possono perdere due anni di stipendio, per la pensione e perché non si è sicuri di ritornarci”. Fare il parlamentare è diventato un mestiere, un concorso vinto per un lavoro a tempo determinato ben retribuito che dura cinque anni con un signor stipendio a cui nessuno vuole rinunciare. Una soluzione a questo degrado della politica? Io non ce la vedo e non credo alla giaculatoria della “politica che deve rigenerarsi” “della politica come servizio” e altre amenità del genere. Anzi con questa vergogna a cui stiamo assistendo ritengo che non si sia ancora toccato il fondo perché il fondo deve ancora venire.

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