14 Aprile 2021 - Ultimo aggiornamento il: 14 Aprile 2021 alle 15:33:27


A cento anni dalla scissione di Livorno, 21 gennaio 1921, e a trent’anni dalla fine della storia del PCI, 3 febbraio 1991 (al XX Congresso Nazionale la maggioranza dei delegati approvò la svolta della Bolognina (12 novembre 1989), una riflessione sul ruolo svolto dal PCI nella politica italiana penso sia necessaria. Certo occorrerebbero pagine e pagine, qui mi limiterò, per ora, ad annotare qualche considerazione sui primi passi del Partito fino alla svolta togliattiana del “Partito nuovo”.

Queste fasi storiche sono importanti perché ci consentono, attraverso lo sviluppo interno del PCI, di capire meglio la storia e la politica italiana nei suoi risvolti interni e internazionali. Il movimento operaio italiano, dopo l’ondata rossa del famoso biennio ’19-’20, inizia una lunga fase di arretramento anche a causa della prova di forza degli imprenditori che provoca la reazione dei lavoratori con l’occupazione delle fabbriche metallurgiche. Questa risposta della classe operaia (parteciparono circa cinquecentomila lavoratori) insieme ai “21 punti” dell’Internazionale comunista è, senza dubbio, all’origine della scissione di Livorno. Le contraddizioni del PSI, manifestatesi poi in tutta la loro drammaticità e virulenza nel corso del XVII congresso di Livorno, durante il “biennio rosso” e la politica giolittiana del compromesso, si accettavano richieste parziali delle rivendicazioni salariali, fecero tramontare il sogno rivoluzionario e spinsero sempre più un gruppo di intellettuali e dirigenti (Bombacci, Bordiga, Fortichiari, Gramsci, Misiano, Polano, Terracini) verso una posizione più aderente alla III internazionale. C’è da dire, in verità, che l’origine del Partito Comunista in Italia non è dovuta solo all’adeguamento alle tesi dell’Internazionale.

Esso nasce dalla consapevolezza che la classe operaia necessitava di acquisire una coscienza politica rivoluzionaria che nel “biennio rosso”, come sottolinea Gramsci, era del tutto mancata. Questo aspetto è di rilevante importanza nella storia non solo del PCI ma della politica italiana. La nascita del PCd’I avviene nella piena adesione ad una logica rivoluzionaria sia pure nelle differenti interpretazioni di coloro che saranno i primi tre segretari del partito: Bordiga, Gramsci, Togliatti. Tre segretari per tre diverse letture del ruolo del movimento operaio nella storia d’Italia. Con Amadeo Bordiga il PCd’I (si chiamerà così fino al 1926) rimase su posizioni di rigida ortodossia marxista. Onesto intellettualmente, ma non in grado di leggere con lucidità la realtà storico-politica e sociale dell’Italia, Bordiga sarà in seguito sfrattato dal pantheon del comunismo italiano e sarà emarginato nella seconda metà degli anni Venti. Gramsci prende le distanze da Bordiga proprio per la diversa strategia del movimento proletario.

“Amedeo, scrive Gramsci, pensa che la tattica dell’Internazionale risenta i riflessi della situazione russa, sia cioè nata sul terreno di una civiltà capitalistica arretrata e primitiva. […] Egli pensa che per i paesi più sviluppati dell’Europa centrale ed occidentale questa tattica sia inadeguata o addirittura inutile. Io credo che la situazione sia molto diversa. La concezione politica dei comunisti russi si è formata su un terreno internazionale e non su quello nazionale. […] Nell’Europa centrale e occidentale [l’assalto rivoluzionario] si complica per tutte quelle superstrutture politiche, create dal più grande sviluppo del capitalismo. Il partito rivoluzionario deve perciò mettere in atto tutta una strategia e una tattica ben più complessa e di lunga lena di quelle che furono necessarie ai bolscevichi nel periodo marzo-novembre 1917 (A. Gramsci, La costruzione del PCI, 1923- 26, Einaudi, 1972, pp. 196-97). Le critiche a Bordiga per la sua posizione nei confronti del Komintern (a suo parere la III internazionale sarebbe “inficiata da una propensione velata per la politica della sinistra borghese”) e la successiva fase storica a seguito dell’omicidio Matteotti con la scelta aventiniana e la sua stessa crisi, spinsero la classe dirigente comunista a trovare nuovi equilibri ed un nuovo gruppo dirigente.

Gramsci nell’agosto del 1924 diviene segretario del Partito comunista d’Italia. L’intellettuale sardo combatte duramente il fascismo ed orienta l’azione del partito verso l’unità con i socialisti massimalisti e per un radicamento nella società italiana, basato sull’alleanza tra gli operai e le masse contadine del Mezzogiorno. Le sue tesi si affermano nel terzo congresso del partito (assume la denominazione PCI), che si svolge a Lione nel gennaio 1926, ma entrano progressivamente in contrasto con le linee prevalse in Urss a seguito dell’affermazione di Stalin. Arrestato nel 1926 dalla polizia fascista, nel 1928 è condannato a vent’anni di carcere, la reclusione ne mina il fisico e lo conduce alla morte, avvenuta il 27 aprile del 1937. Dopo l’arresto di Gramsci divenne segretario del partito P. Togliatti (1927) e lo fu fino alla sua morte avvenuta nel 1964. Lo sforzo di Togliatti fu quello di elaborare un “partito nuovo” sia sul piano organizzativo sia per la linea politica da seguire. Ebbene, il “partito nuovo” dovrà affrontare una contraddizione di fondo: era nato come partito di governo e di collaborazione antifascista per poi divenire un partito che doveva difendersi dagli stessi antifascisti a causa della guerra fredda. Il partito togliattiano riesce a dare casa ad un popolo che altrimenti sarebbe stato escluso da ogni rappresentanza e, inoltre, contribuisce in maniera determinante a una modalità di fare politica (dalla Costituente alla quotidiana attività parlamentare) che diventa forma e sostanza della democrazia italiana. Sul ruolo del “partito nuovo” per la via italiana al socialismo mi riprometto di parlarne successivamente.

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