21 Aprile 2021 - Ultimo aggiornamento il: 21 Aprile 2021 alle 16:13:38

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Nandu Popu: «Ragazzi, siate sempre orgogliosi delle vostre radici»


Le origini, il dialetto, la Magna Grecia, l’emigrazione, reimpossessarsi di tradizioni e di una lingua, il salentino, tornato ad essere lingua universale. E poi la cultura, da Carmelo Bene a Bob Marley, passando per un linguaggio giovanile e delle grandi potenzialità di un territorio, fino al virus che ha rallentato qualsiasi attività artistica. Di questo ed altro parliamo con Nandu Popu, fra i fondatori dei Sud Sound System, formazione che nel tempo ha mescolato e servito meglio di chiunque altro ritmi giamaicani e sonorità locali, con l’uso del dialetto e ballate a suon di di pìzzica e tarantella.

Nandu, la pandemia e l’arte parcheggiata da quasi un anno.
«E’ un problema, siamo sospesi in un limbo, viviamo nell’incertezza. L’unica certezza, purtroppo, è che sulla nostra attività, quella in cui ci si sforza per fare arte, cultura, se vuoi, gravano le incognite su una ripresa che tarda ad arrivare. Stiamo seguendo con ansia le due fasi del vaccino che, stando ai “si dice”, dovrebbe restituirci parte di una serenità che mai avremmo pensato di perdere in questo modo. Dovesse finire anche domani la pandemia, non sappiamo quando potrebbe riprendere l’attività concertistica».

Ma chi, come voi, vive di questo lavoro, cosa fa, da cosa attinge risorse per scrivere, campare?
«Non siamo solo Sud Sound System, siamo anche un’etichetta: quanto guadagnato nel corso degli anni non lo abbiamo messo in tasca, ma reinvestito, per esempio nello studio di registrazione, negli strumenti e nelle produzioni. Così le risorse per mantenere questi aspetti della nostra attività le attingiamo dai risparmi. I “ristori”? Per carità, lasciamoli perdere, se non altro per una forma di rispetto nei confronti di quanti se la passano peggio. Non vediamo l’ora che tutto questo finisca e si possa finalmente riprendere al più presto, noi che abbiamo lavorato sempre sulle idee ci sentiamo letteralmente prigionieri di questa lunga fase di stallo».

I Sud Sound System e il salentino, una lingua che avete reso universale: avvertite più soddisfazione o più responsabilità?
«Missione ancora in corso. Tutto comincia negli Anni 80, quando il cosiddetto progresso coniugato al consumismo, al “mordi e fuggi”, insieme davano per spacciato qualsiasi dialetto. Erano i tempi dell’omologazione, della “Milano da bere”, si dava peso alla leggerezza. Il dialetto, anche nel nostro stesso Sud, era considerato un linguaggio interiore, un lessico familiare, quasi temessero nel renderlo pubblico: erano rimasti gli anziani a parlare il dialetto, tanto che il nostro slang veniva visto come qualcosa di superato, vetusto. Il dialetto era vissuto in netto contrasto con le filosofie spesso frivole di quei tempi; così abbiamo provato a farlo rivivere, coltivandolo, imparandolo e traendone insegnamento. Abbiamo dimostrato che non era qualcosa di antico, ma empatia, fratellanza, un linguaggio che avvicinava; c’erano famiglie che avevano quasi vergogna di parlare il dialetto, obbligavano i ragazzi a parlare solo l’italiano, perché secondo loro dava modo di accedere con meno complicazioni al mondo del lavoro: oggi, grazie al Cielo, tutto questo è superato».

La tradizione, una risorsa.
«Grazie al dialetto abbiamo scoperto di essere Magna Grecia, considerando che un tempo, a scuola, non ti aiutavano a comprendere le tue tradizioni: tempo perso, dicevano. Nascere al Sud era come crescere con in testa l’idea dell’emigrare. Attraverso il dialetto, invece, abbiamo compreso il senso di appartenenza, essere un’espressione culturale, abbiamo spiegato ai ragazzi quanto sia importante studiare per capire chi siamo, da dove veniamo. Infine trasformare lo studio in economia: il turismo e le masserie, le tradizioni e la gastronomia; studiare le tradizioni, il nostro vissuto, un giorno permetterà ai nostri ragazzi di fare una scelta non obbligata, finalmente realizzarsi in un mestiere che piace e restare nella propria terra senza cercare soluzioni altrove, lontano dalle radici che, invece, vanno rivendicate, sostenute, aiutando i giovani che verranno a comprendere, accorgersi che hanno i piedi poggiati su una miniera».

I Sud Sound System, l’esplosione di un genere e di una rassegna, “La notte della taranta”?
«Partecipi nel promuovere un genere coniugato alla musica giamaicana, caraibica e far parte, se vuoi, di una rivoluzione musicale; dal punto di vista canoro ci esprimevamo in chiave-reggae prendendo spunto dai nostri nonni con la pìzzica, gli stornelli. Pino Zimba, Uccio Aloisi e gli altri artisti di quella generazione di colpo presero coraggio, tanto da affiancarci in una operazione culturale non ancora conclusa: c’è ancora da lavorare. Ma, attenzione, oggi il Salento non è più reggae e pìzzica, c’è anche tanto funk, soul, blues e rock; ci sono i SSS, ma anche i Negramaro, Emma Marrone, Alessandra Amoroso e quanti hanno promosso la nostra terra attraverso la musica. È nata “Puglia Sound”, progetto nato a sostegno degli artisti nella produzione e nella promozione.

Per noi, oggi, questo aspetto sembra una cosa normale, ma quando ci confrontiamo con artisti bolognesi, milanesi, avvertiamo un bonario senso di invidia per le cose che abbiamo fatto in tutti questi anni. Lusingati per gli inviti, quando è possibile andiamo nelle scuole a parlare con gli studenti, raccontiamo la nostra esperienza, cercando di capire come ragionano i ragazzi, una generazione nuova, fino a trarre noi stessi insegnamento dalle loro esperienze per costruire insieme il nuovo».

Sud Sound System sempre dinamici.
Ci sarebbe un album nuovo di zecca. «Ci autoproduciamo, ma non avrebbe senso realizzare un album e restare a casa non potendo fare concerti e, dunque, senza avere occasioni di promozione. E non solo in Italia quanto all’estero, dove troviamo i nostri fratelli emigranti, ma anche curiosi che vogliono comprendere cosa sia successo nel Sud dell’Europa. Pertanto aspettiamo che questo periodaccio assalito da questo maledetto virus finisca per incontrare il nostro pubblico».

La musica come linguaggio universale. Come vedete, ancora oggi, posizioni che fanno distinguo fra Nord e Sud, bianchi e neri?
«Mi sembra di essere tornato nei secoli scorsi: sarebbe il caso, invece, di parlare di futuro e proiettarsi in cose che la stessa musica ha migliorato; dipende molto dalla cultura, in questi anni vista come un accessorio del quale si può anche fare a meno. Papà, zii, nonni, tutti figli di contadini, magari mangiavano meno per assicurare ai propri figli le risorse per studiare, diventare medici, avvocati, architetti, ingegneri, chirurghi, professionisti che avrebbero cambiato la loro terra. Tutto questo va visto anche sotto l’aspetto di progresso economico, ma anche umano. Personalmente, preso un titolo di studio in Informatica, ho avuto modo di conoscere dal punto di vista artistico personaggi che vanno da Carmelo Bene a Bob Marley, per poi dedicarmi a tempo pieno a quanto ho sempre sognato di fare: la musica. Il razzismo, pessimo sentimento di ritorno, causa di come si possa perdere di vista la cultura che, ripeto, non è un fardello, ma qualcosa che apre il cuore e la mente, ripartendo da sentimenti che avvicinano e non allontanano».

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