16 Aprile 2021 - Ultimo aggiornamento il: 16 Aprile 2021 alle 15:43:58

News Politica

Una democrazia senza un senso politico è qualunquismo


Caro Direttore,
Benedetto Croce nel suo “Etica e Politica”, Bari, 1967, alla pagina 183, scrive che uno Stato, se non ha senso politico, decade; e con lo Stato una democrazia: se democrazia c’è. Noi parliamo del nesso politico di questo o quel personaggio che opera nella politica e pensiamo che sia legato alle opportunità, al protagonismo, alla convenienza di altri simili scopi. Ma il “senso politico” è altra cosa perché è invece quell’altra “dote” di saper ben governare sicché un uomo politico si distingua da quell’altro che politico non è, o politico di se stesso. Saper governare, ripeto, per gli altri e non per il proprio tornaconto. Oggi in Italia abbiamo due gravi avvenimenti: l’uno legato alla malefica peste epidemica che da tempo ci investe, ci tormenta e ci uccide, l’altro è che siamo politicamente governati da un insieme di “addetti” alla politica inconciliabili fra di loro e poco apprezzati dalla volontà popolare dalla quale quella “genìa” di uomini è nata e parteciperà al governo; l’una contro l’altra diffidente e perdente. E il popolo tace sotto le sembianze della vittima sacrificale.

Ma stabiliamo un concetto: la “politica” è un aspetto, anche nativo, della “Cultura” di un popolo che ha i suoi rappresentanti in Parlamento secondo il giusto criterio di una “democrazia”. L’operare politico è nel realizzare il meglio dell’utile e del progresso per un popolo. In tal senso tutto diventa politico; pensieri, idee, moralità ed anche quel senso “religioso” della vita che è poi il compendio del tutto. E dico religioso come etica-morale. La politica diventa “vita economica” di un paese e il tutto poi si realizza nel bene di uno Stato. Il contrario è l’apolitica o l’immoralità della politica. Di qui, se onestamente volgiamo lo sguardo e, con esso, il nostro pensiero logico non possiamo non constatare come è finita la politica in Italia. O quella che si dice ancora “politica”.

Nel vuoto di pensiero e di azione. Nella frammentazione di più partiti che non sono “partiti”, ma labirinto di pensieri egoistici, personali distruttivi “inter illos”. Il Governo è nel fluttuare delle Regioni e le Regioni sono fra di loro senza un metro di disciplina che coordini gli stessi avvenimenti; ma quel che è peggio sono in dissonanza con il governo centrale e il tutto rende in fluttuante deviazione uno Stato. I giochi di potere hanno logorato il nostro Paese e, in questo inesorabile e mortale conflitto, la democrazia nata dal popolo, muore con il popolo.

Non dimentichiamo il nobile pensiero di Einaudi nel suo “Il buon governo” (1954). Il tutto in questo drammatico momento che non è solo italiano, ma italiano in Europa, si vuole risolvere attraverso l’oscuro dominio di ancor più oscure volontà di governo, che poi dominio non è, ma atto di personale di egoistica volontà governativa attraverso riunioni notturne condannate anche dal Capo dello Stato. E la “Cultura”, la tanto attesa e proclamata “Cultura”, tranne in alcuni, si è arresa, si è accomodata nel particolare guiccciardiniano degli altri, o nella assuefazione di aver perduto in partenza ogni speranza; ed è quello che, secoli dopo, il nostro Norberto Bobbio ha più volte scritto e detto; che una rassegnata democrazia recita la morte di se stessa.

Personalmente penso alla Scuola; epidemia a parte, come essa è ridotta. La Scuola, oggi, non esiste più, vive di inazione e di raccordi settimanali o mensili; una scuola che a febbraio comincia ad essere tale. Ma non è solo la Scuola; con essa il lavoro, la mancanza di un futuro prossimo sicuro, la visione deleteria della improduttività legata anche alla mortale disoccupazione, la rassegnazione di un popolo che si sente abbandonato e violentato. Mentre, per mancanza di vaccini, ogni giorno avverte che la morte è più vicina e desolante.

E’ veramente, oggi, l’Italia una nave senza nocchiero, come scrisse Dante, in gran tempesta. Certo ne usciremo non so come e non so quando da codesto mal vivere e mal costume e mal governo; un popolo nelle mani di chi litiga, di chi è legato alla poltrona e all’ottimo stipendio, momentaneamente sembra finire, ma poi esce dal suo inferno e ritorna per la restaurazione delle “cose”, direbbe il filosofo Vico; della stessa esistenza al vero, al giusto, all’onesto. Ma l’Italia come uscirà da codesta palude se non attraverso uno sforzo unitario di pensieri e di azione che unisca tutti i partiti in questo storico frangente? E se consideriamo il rapporto Italia – Europa, che è soprattutto un ruolo di assistenza politica monetaria, quel rapporto vuole anche, con l’accettazione, l’osservanza a regole e politiche imposte per un’Europa che è indivisibile nella sua divisibilità. Il grande scrittore Sciascia, che noi oggi commemoriamo, soleva dire che per essere europei nel concetto e nella forma bisognava essere prima italiani nel concetto e nella forma. Lo siamo? E’ un interrogativo che mi turba. Non turba anche voi?

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non verrà pubblicato.

Ti potrebbero interessare anche