18 Aprile 2021 - Ultimo aggiornamento il: 18 Aprile 2021 alle 17:24:06

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“B-Side. Atlantide”, una vita di sconnessioni


Di colpo mi trovai in un luogo non mio. Altre persone, in un altro ambiente, ma io ero lo stesso. Cercavo la porta giusta che si riaprisse al mio mondo, ma purtroppo nessuna vi si affacciava. Il proprio mondo è sempre quello in cui ci si trova. Le proiezioni di ciò che vorremmo ci schiacciano ancora di più contro la realtà che rifiutiamo. Non capivo fino in fondo quello che mi accadeva. Nessuno notava la mia diversità, almeno presumevo fosse tale. Mi sentivo diverso semplicemente perché non accettavo la loro estraneità e tutto quello che c’era intorno.

Non ero per niente incuriosito da quella nuova esperienza, volevo tornare indietro a ciò che indietro rappresentava la mia normalità. Quel posto prima di allora non lo conoscevo, ma fatalmente mi era piombato addosso. Ero disorientato nei miei occhi, nella mia conoscenza. Quello per me era un luogo Altro. Sperimentavo uno spogliamento della mia soggettività salda, precisa, ben delineata nel mio luogo. La mia identità quasi non era più. Capivo che bisogna sempre esercitarsi a non essere, a traslarsi in Altri ambienti, vivere contemporaneamente due, tre, più vite. Io non ero abituato a farlo. Lì, in quel luogo tutti erano contemporaneamente diverse persone o diversi animali, s’immedesimavano con gli oggetti. Era una continua trasmigrazione di anime e di corpi: quelli erano esseri aperti. Cominciavano a notare la mia diversità in quanto io persistevo nella mia uniformità, diversità inalterabile, unità monotona alienata a se stessa. Per loro ero una monade autarchica, chiusa; per loro ero un folle.

Mi condannavo alla solitudine in quel mio ostinarmi ad essere aggrappato alla proiezione che avevo di me. Non volevo abbandonarmi, ma ero abbandonato dal resto. Mi aggrappavo al mio corpo, quasi fosse la cosa più preziosa; in fondo lo era, fin quando non mi capitò qualcosa di veramente inatteso. Quella parte di me, alla quale ero saldamente aggrappato, si ribellò alla mia follia. Si distaccò da me ed io diventai due. Come potevo gestire questo rapporto da me tanto odiato, come potevo tenere assieme due parti di me, una che voleva viaggiare negli Altri e l’altra che testardamente si chiudeva all’estraneità degli Altri? Mi ammalavo sempre di più di follia, di solitudine. Parlavo a me stesso, ma una parte di me, per dispetto, non mi ascoltava e quindi non riuscivo ad elaborare fino in fondo i concetti: vivevo di sconnessioni.

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