18 Aprile 2021 - Ultimo aggiornamento il: 18 Aprile 2021 alle 17:24:06

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Pino Rapetti: l’ultimo applauso al grande attore dialettale tarantino


«La Domenica del Corriere, uno dei settimanali più autorevoli di un tempo, aveva dedicato alla commedia “A’ Rote” un bellissimo articolo che conservo gelosamente: quell’opera fu paragonata ad “Umberto D.” del grande De Sica e lui era stato degno interprete del ruolo principale di una delle più belle commedie di Bino Gargano». Renato Forte, attore e regista, fra quanti hanno tenuto vivo il ricordo della compagnia “Angela Casavola” e del grande repertorio teatrale di Gargano, così ricorda Pino Rapetti, uno dei più grandi interpreti della commedia italo-dialettale nata a Taranto qualcosa come più di cinquant’anni fa. Ad aprile avrebbe compiuto ottantanove anni.

«Pino avrebbe meritato un ultimo saluto più appropriato per quanto aveva fatto in tutti questi anni, lui che insieme con Bino, aveva fondato la prima vera compagnia teatrale tarantina, con tanto di repertorio originale, da “Noblesse oblige” a “‘U cuggione d’a reggina”, proseguendo con “Natale cu ‘a tredicesime”, “Arrevò Pirro…”, “‘A Rote” e tanti altri titoli, e attori che non avevano nulla da invidiare a quanti calcavano palcoscenici e piazze più importanti: avrebbe meritato un lungo applauso, una presenza di pubblico più folta per quella che, purtroppo, è stata la sua uscita di scena a quasi ottantanove anni». Purtroppo, il virus e un rituale obbligatorio hanno tenuto lontano molti amici e parenti che avrebbero voluto salutare “Pinuccio” come si conviene. «Io stesso – dice Forte – avrei voluto parteciparvi, ma il confinamento che mi sono imposto a causa del Covid-19 non mi ha permesso di partecipare al rito di giovedì mattina nella chiesa Madonna delle Grazie; insomma, Pino ci ha lasciati con la stessa discrezione con cui si interfacciava con tutti, debuttanti compresi, senza mai far sentire il peso della sua grandezza a chi cominciava questo lavoro».

Rapetti, grande attore.

«Pino lavorava in Arsenale, ai suoi tempi lasciare il “posto sicuro” per accarezzare un sogno, pur avendone le qualità, era una bestemmia. Si fosse stabilito a Roma, dove era stato chiamato più volte, per partecipare a produzioni importanti, di sicuro sarebbe diventato un attore di statura nazionale: non aveva solo il sacro fuoco del teatro o l’istinto della recitazione, era dotato di una memoria paragonabile a quella di Pico della Mirandola: io stesso, che ho avuto l’onore di dirigerlo, non ultima una rappresentazione di “A’ Rote” al teatro Orfeo, mi stupivo per come memorizzasse passaggi di copione e gesti che gli avevo appena suggerito: aveva l’entusiasmo di un debuttante, primo ad arrivare alle prove, ultimo ad abbandonare la scena, lui che un copione se lo divorava in pochi istanti». Quella prima compagnia tarantina. «Faceva teatro da oltre settant’anni, accettò l’invito di Gargano a fare squadra, lo seguirono Enzo Falcone, Giulio Pagani, Edmondo D’Auria e il sottoscritto; fummo inseriti tre giorni nel cartellone della prestigiosa rassegna dell’allora Italsider, con Peppino Francobandiera in veste di direttore artistico che fino ad allora aveva ospitato le sole compagnie dei De Filippo, Gassman, Proietti, Randone, Sbragia, Lionello, Calindri, Mauri, Albertazzi e altri, questo per far capire la statura di quelle rassegne». Dalla “cartellone” dell’Italsider alla Rai.

«Con Bino e Pinuccio accettammo l’invito della nascente Raitre che stava realizzando in proprio produzioni da trasmettere in via sperimentale: quel debutto convinse il regista Pippo Volpe ad invitarci ancora con altri titoli fra i più apprezzati della produzione di Gargano; protagonista sempre Pinuccio, nostro fiore all’occhiello e che molti ci invidiavano: nonostante più di qualcuno lo tentasse, anche una volta pensionato rimase fedele alla nostra compagnia teatrale».

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