13 Aprile 2021 - Ultimo aggiornamento il: 13 Aprile 2021 alle 15:33:31

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Candelora, la Festa della Purificazione di Maria


A chiusura del ciclo natalizio si è celebrata il 2 febbraio la festa della Purificazione di Maria. Per gli ebrei la legge prescriveva una serie di purificazioni rituali. La donna, in particolare, dopo il parto doveva compiere una purificazione speciale: trascorsi i giorni dell’impurità, essa doveva far offrire al Tempio di Gerusalemme qualcosa come sacrificio di espiazione, e come olocausto. Tale festa è detta anche festa della Candelora, o delle Candele, o dei Lumi, perché anticamente in tale giorno il clero e il popolo andavano in processione portando ceri accesi.

Il rito della purificazione è stato praticato da tutte le religioni, allo scopo di rendere l’uomo più adatto a mettersi in contatto con la divinità, liberandolo dagli eventuali influssi degli spiriti maligni. Per essa l’uomo entrava come in un luogo particolare, distinto dal profano, donde la necessità di liberarsi da tutto ciò che ha carattere di contaminazione. Quindi si purificavano le vittime destinate al sacrificio cospargendole con sangue di capro, montone, o maiale, e i sacerdoti che lo dovevano compiere con acqua, orzo e sale, secondo i luoghi. A Roma ogni cinque anni (donde lustro, lustrazione) il popolo si raccoglieva nel Campo di Marte, ed il censore gli girava attorno aspergendolo con acqua, bruciature di piante resinose, effusioni di sale, ecc.

La Candelora o festa delle Candele (dal latino “candelorum”) è una solennità religiosa, celebrate il 2 febbraio, per festeggiare la Purificazione di Maria Vergine, avvenuta quaranta giorni dopo la nascita di Gesù. Incerta e contrastata è la sua origine, certamente antica: secondo S. Beda il Venerabile sarebbe stata introdotta da papa Gelasio I (nel 496) per trasformare in una festa cristiana i Lupercali pagani che si celebravano appunto in febbraio portando in processione fiaccole accese in onore di Cerere. Secondo altri si tratterebbe di una festività istituita ex novo perché al tempo di Gelasio I quelle processioni non si facevano più. In tale giorno si usa benedire, prima della Messa, le candele che molti conservano poi gelosamente in casa, e accendono per devozione in occasione di malattie, morte, temporali, perché ad esse attribuiscono particolari poteri contro le forze della natura e contro gli spiriti maligni.

In questa celebrazione, dunque, dedicata al Fauno Lupercus, due ragazzi di famiglia patrizia erano condotti sul Palatino, in una grotta consacrata al Dio, all’interno della quale alcuni sacerdoti sacrificavano delle capre, per poi segnare la fronte dei ragazzi con il coltello intinto del sangue degli animali appena versato e che veniva asciugato con un panno di lana bianca imbevuto nel latte, per ripulire il viso dei due ragazzi, i quali dovevano subito sorridere. Successivamente gli stessi dovevano indossare le pelli degli animali sacrificati, alle quali erano state tagliate delle strisce (chiamate anch’esse “februa” o anche “amiculum Iunonis”) da usare come fruste. Così acconciati e con le fruste in mano, i due giovani correre lungo il perimetro del Palatino, percuotendo chiunque incontrassero, in particolare le donne che si offrivano volontariamente per purificarsi ed ottenere la fecondità. Un altro momento particolare della festa era la ‘februatio’, la purificazione della città, in cui le donne giravano per le vie della stessa città, recando in mano fiaccole e ceri accesi, come simbolo della luce.

Nel “Lunario Toscano” del 1805 si legge: «La mattina si fa la benedizione delle candele, la qual funzione fu istituita dalla Chiesa per togliere un antico costume dei gentili, che in questo giorno in onore della falsa dea Februa con fiaccole accese andavano scorrendo per le città, mutando quella superstizione in religione e pietà cristiana». I Papi, dunque, sostituirono quella cerimonia pagana con un’altra, fatta in onore, come abbiamo già detto, della Purificazione di Maria e della presentazione di Gesù al tempio. Secondo alcuni studiosi la festa della Candelora, presente in Oriente già da molto tempo, fu trasferita in Occidente soltanto nel 687, sotto il pontificato di Sergio I, il quale stabilì di benedire le candele, che erano portate in una processione dalla chiesa di Sant’ Adriano a quella di S. Maria Maggiore. Altri storici, ancora, ritengono la Candelora una sostituzione della festa Amburbiale, celebrata i primi giorni di febbraio: essa avrebbe avuto, quindi, inizio verso il 542, al tempo dell’imperatore Giustiniano e del Papa Virgilio, in Oriente, con il nome greco di “upapante”, cioè “incontro” con Simeone al Tempio. Qualunque sia stata l’origine, è evidente che anche la Candelora, come molte altre solennità, altro non è se non la sostituzione di un rito pagano con uno sacro, fermo restando il carattere di propiziazione del rito stesso.

I vari momenti della festa erano celebrati un tempo con grande fasto ed in pompa magna. Nel 1839, sotto il pontificato di Gregorio XVI, dopo il cerimoniale d’uso, il Papa riceveva le casse con le candele e le distribuiva, dopo averle benedette, ai fedeli, fra i quali v’erano principi ed ambasciatori. Oggi la Candelora è conosciuta soprattutto come festa popolare: le candele, sempre benedette, sono conservate dai fedeli, nella convinzione che esse scongiurino tempeste, piogge, grandinate, malattie personali e del bestiame. Sono anche usate nell’assistenza agli agonizzanti o nella veglia ai defunti, facendo cadere alcune gocce di cera liquefatta. Nella zona della Savoia, le donne usavano raccogliere rami di nocciolo selvatico, per devozione, poiché secondo la tradizione, la Vergine avrebbe staccato un ramo di nocciolo, mentre si recava al tempio.

Nel corso degli anni la festa ha assunto anche una carattere meteorologico; esiste, per esempio, un proverbio latino: “Si sol splendescat Maria Purificante, maior erit glacies post festum quam ante” (“se il sole risplenderà durante la festa della Purificazione di Maria, maggiore di prima sarà il freddo dopo la festa “). In alcune zone di montagna si crede che all’alba del 2 febbraio l’orso si affacci dalla sua tana e guardi il cielo; se è nuvoloso, esso fa salti di gioia, per annunziare la fine dell’inverno; se, invece, è sereno, si rintana nuovamente, perché sa che ci saranno altri giorni di freddo. In altre zone al posto dell’orso si trova un leone o un lupo, chiamato anche il lanuto. Sotto questo nome si raffigurava anche un vecchio, vestito di pelli di animali, con una folta barba, che richiama alla memoria il latino Mamurio Veturio, rappresentante il mese di Marzo, che nel ciclo della Natura simboleggia la fine del vecchio anno ed il principio del nuovo.

Al popolo che salutava, nel giorno della Candelora, con la frase: “ fuori, fuori, il verno è fuori! “ , il vecchio rispondeva: “fuora o non fuora, quaranta giorni vi sono ancora!”. In Toscana esistono altri versi a tale proposito, che recitano così: “Per la Santa Candelora, /se nevica o se plora, /dall’inverno siamo fora;/ ma se è sole o solicello, / noi siam sempre a mezzo il verno. / Delle cere la giornata / ti dimostra la vernata:/ se vedrai pioggia minuta,/ la vernata fia compiuta; /ma se tu vedrai sol chiaro, /marzo fia come gennaro” Gli abitanti di Ferrara usano invece affermare: “Par la Zeriola che neva o che piova de l’inverno a sem fòra”. I veneti, dal canto loro: “Se piove o se nevega de l’inverno semo fora, ma se fa sol o solesce, semo ancora a mezzo inverno”. I cremonesi hanno invece questo proverbio: “La Madona Purificada l’è la decisione de l’invernada; se l’acqua vien minuta, l’invernada l’è compiuta; e se ‘l suol risplende chiaro, el mes d’april l’è come genaro”, oppure: “E’ la Madonna Seriola, de l’inverno sem fora, o no, quaranta dee ghe ammò”. Anche nel dialetto tarantino esistono alcuni proverbi ‘meteorologici’: “Ci d’a Canelore vene acqua menute/ ‘a vernate se n’à sciute;/ ci d’a Canelore luce ‘u sole chiare,/ marze devente scennare”. Oppure: “D’a Canelore ‘a vernate è fore;/ ma ci megghie ‘a vueè cuntà,/ n’otre ‘ttante nge ne stà “ . Un’ultima annotazione va fatta a proposito della materia prima, cioè delle candele. La loro origine risale all’epoca dei Gentili, secondo alcuni, o degli ebrei, secondo altri. Di certo è che i cristiani le usarono nelle catacombe, sia per necessità di illuminazione, sia per i momenti di gioia e di esultanza nelle varie feste: si pensi al Cero pasquale, che la notte del sabato santo, durante la Veglia, viene acceso nelle chiese al canto di “Lumen Christi” (la Luce di Cristo), per rappresentare con la luce la gloria del Dio Risorto.

 

Stefano Milda
Vice Presidente Società Dante Alighieri Comitato di Taranto

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