22 Aprile 2021 - Ultimo aggiornamento il: 21 Aprile 2021 alle 16:13:38

La città vecchia vista dal mare
La città vecchia vista dal mare

«Un’Italia più verde, più vivibile, innovativa e inclusiva. Così potrà diventare la Penisola da qui al 2030 se saprà utilizzare al meglio le opportunità e le risorse che l’Europa ha messo a disposizione dell’Italia con il Next Generation Eu (Ngeu)». Di ciò ne è convinta Legambiente, che ieri è stata ascoltata in Parlamento in Commissione Ambiente della Camera dei deputati e che, per dare una “scossa” alla recente discussione, ha presentato il suo Recovery Plan, frutto di un lungo dialogo durato 5 mesi con istituzioni, imprese, associazioni, sindacati, e di una scrittura collettiva e condivisa. «Il documento in questione – spiegano da Legambiente – ci proietta verso l’Italia del 2030 e indica, per le 6 missioni indicate dall’Europa, 23 priorità di intervento, 63 progetti territoriali da realizzare – tra rinnovabili, mobilità sostenibile, economia circolare, adattamento climatico e riduzione del rischio idrogeologico, ciclo delle acque, bonifiche dei siti inquinati, innovazione produttiva, rigenerazione urbana, superamento del digital divide, infrastrutture verdi, turismo, natura e cultura – insieme a 5 riforme trasversali necessarie per accelerare la transizione ecologica del Paese per renderlo più moderno e sostenibile, dando il via ad una nuova stagione della partecipazione e della condivisione territoriale».

Il faro che ha guidato Legambiente nella redazione del suo Recovery Plan è la lotta alla crisi climatica che riguarda trasversalmente le 23 priorità nazionali di intervento. Nel documento, inoltre, l’associazione ambientalista descrive, regione per regione, quelle che a suo avviso sono le opere da realizzare e quelle da evitare, indicando in maniera chiara come spendere i quasi 69 miliardi di euro destinati per la “Rivoluzione verde e transizione ecologica” e i 32 miliardi destinati alle “Infrastrutture per la mobilità sostenibile”. Nel Piano uno specifico capitolo, che riportiamo, è dedicato alla Innovazione industriale a Taranto e Brindisi. «La prospettiva di una giusta transizione energetica del polo energetico di Brindisi e di una riconversione industriale carbon free (e non semplicemente coal free) della produzione di acciaio a Taranto sembra contrastare con le scelte che si stanno compiendo per i due principali poli industriali pugliesi – si legge nel piano di Legambiente – Le scelte industriali per Taranto e Brindisi sono un banco di prova della capacità del governo italiano di dotarsi finalmente di una politica industriale che guardi al futuro e di saper diversificare l’economia e le opportunità occupazionali di questi territori.

È prioritario a Taranto il ridimensionamento della produzione con ciclo integrale a carbone (riduzione della potenzialità impiantistica da valutare in modo preventivo con la Viias, Valutazione integrata dell’impatto ambientale e sanitario), la realizzazione di un mix di tecnologie che prevedono il forno elettrico e l’uso dell’idrogeno verde per produrre acciaio in maniera davvero pulita. L’’obiettivo è arrivare in pochi anni ad una capacità produttiva relativa alla sezione impiantistica a idrogeno verde di almeno un milione di tonnellate all’anno per riuscire a per raggiungere la neutralità climatica entro il 2040. Inoltre, l’utilizzo del Fondo europeo per la giusta transizione (Just Transition Fund) deve essere finalizzato a creare per Taranto e Brindisi un distretto dell’innovazione industriale green. È necessario promuovere la trasformazione delle Asi in aree produttive ecologicamente attrezzate (Apea), qualificando i servizi nelle aree portuali e industriali (in primo luogo con elettrificazione da fonti rinnovabili), ripensando programmi e finanziamenti nei Contratti Istituzionali di Sviluppo (Cis) e nelle Zone Economiche Speciali (Zes) sulla base di criteri di sostenibilità e ad alto valore aggiunto (si pensi allo sviluppo della logistica e dei trasporti intermodali da collegare a linee ferroviarie efficienti)».

Un altro capitolo che ci riguarda direttamente è relativo alle Bonifiche. «In Puglia i Siti di interesse nazionale (Sin) che necessitano, e aspettano da decenni, di essere bonificati riguardano i territori di Bari, Brindisi, Manfredonia e Taranto. Secondo i dati del Ministero dell’Ambiente pubblicati a febbraio 2020 le aree a terra bonificate sono l’1% a Bari, il 6% a Brindisi, il 18% a Manfredonia, l’8% a Taranto. Quanto alle falde acquifere – osservano da Legambiente – sono state bonificate il 15% a Bari, l’8% a Brindisi, nessuna a Manfredonia, il 7% a Taranto. Il quadro delle aree a mare, che costituiscono la maggioranza dell’estensione dei Sin pugliesi (il 75% circa a Manfredonia, il 60% a Taranto) ha esiti ancora peggiori rispetto alle aree a terra. Va accelerata la bonifica per chiudere definitivamente con l’eredità dell’inquinamento industriale, ripristinando la qualità delle acque e del suolo: si creerebbero posti di lavoro, specializzazione delle imprese locali e si renderebbero disponibili vaste aree per nuove attività economiche senza consumare altro suolo».

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