27 Novembre 2021 - Ultimo aggiornamento il: 27 Novembre 2021 alle 20:41:00

Cronaca News

Processo Ambiente Svenduto, “Con gli atti d’intesa città venduta ai Riva”


“Gli impegni assunti col primo atto d’intesa del 1997 riguardano gli stessi interventi di ambientalizzazione contenuti nell’Aia 2011. E’ la conferma evidente della negligenza nella gestione e nella manutenzione degli impianti. Sì, certo, qualche opera i Riva l’hanno fatta ma era di maquillage, di facciata, quando hanno capito che c’era un’inchiesta in corso. In realtà tutti gli interventi effettuati avevano l’obiettivo di migliorare le performance produttive degli impianti non quelle ambientali. L’esempio più evidente è quello della copertura dei parchi che avrebbe evitato lo spolverio dei minerali sul quartiere Tamburi; non è stata effettuata perché non era necessaria per la produzione ma solo per l’ambiente”.

Il pm Mariano Buccoliero, nella sua requisitoria, proseguita anche ieri, nella terza giornata consecutiva davanti alla Corte d’Assise, ha fatto ancora leva sugli atti d’intesa, anche ieri usando parole pesanti, “fumo negli occhi serviti per vendere la città ai Riva“. Il disastro ambientale contestato all’Ilva dei Riva si evince da quanto scritto nelle relazioni Arpa anche antecedenti al periodo delle indagini e in quelle dell’ingegnere Barbara Valenzano e degli altri custodi dello stabilimento e dell’Ispettorato del Lavoro. “Polveri sottili come borotalco si sollevavano ad ogni passo”. La descrizione dell’Ispettorato del Lavoro della situazione all’interno dello stabilimento a febbraio del 2010 è stata letta in aula dal pubblico ministero. La relazione è stata redatta dall’ispettore Fernando Severini (testimone in dibattimento) inviato in Ilva durante l’ispezione disposta dallo stesso pm Buccoliero dopo la prima relazione del professor Lorenzo Liberti, ora imputato ma all’epoca consulente della Procura. L’ispezione, secondo il pm, non sarebbe stata effettuata in maniera rigorosa.

Mentre Liberti, sostiene il magistrato, nella prima relazione traccia un quadro che ritraeva fedelmente la situazione delle emissioni diffuse “per poi fare una giravolta nella relazione integrativa”. L’ex rettore del Politecnico è finito sotto processo con l’accusa di aver ammorbidito la sua relazione per renderla meno sfavorevole ai Riva e ai vertici del Siderurgico del 2010. Il pm ha contestato la “dispersione incontrollata di polveri” degli elettrofiltri di captazione dell’area agglomerato e del camino E 312. “I filtri si bloccavano perché erano pieni di polveri che poi finivano nei polmoni dei lavoratori”. Inoltre ha sollevato dubbi sullo smaltimento di queste polveri raccolte in sacchi che prendevano una destinazione ancora ignota, sempre secondo l’accusa: “I sacchi si rompevano mentre venivano caricati sui camion che non su sa ancora dove venivano trasportati”.

Sullo smaltimento, nel processo c’è un video di Fabio Matacchiera prodotto dalla pubblica accusa. Non solo polveri ma anche diossina, benzopirene e altre sostanze pericolose, ha ribadito il magistrato. Gli altri dati allarmanti sui quali il magistrato ha richiamato l’attenzione riguardano anche la diossina: “Nel periodo 1995-2012 – ha sottolineato Buccoliero – l’Ilva ha riversato sulla città di Taranto un quantitativo di diossina maggiore di quello sprigionato durante l’incidente a Seveso, nel 1975”. Le cause? Concause, secondo l’accusa, poiché “gli impianti acquistati dall’Iri erano vecchi” ma c’era “negligenza nella gestione” e proprietà e dirigenti erano “perfettamente consapevoli che gli impianti inquinavano con conseguenze devastanti per l’ambiente”. Quindi, è la tesi accusatoria, andavano fermati: “Questo è quello che un imprenditore illuminato avrebbe dovuto fare”.

Perché le “emissioni oltre i limiti di legge imponevano, fra l’altro, “il totale rifacimento e lo spegnimento” degli altiforni 1 e 5”. Il pm ha puntato il dito anche contro le cokerie che “con le emissioni di benzopirene devastavano l’aria del quartiere Tamburi”. Secondo il pm se fossero stati effettuati tutti gli interventi indicati da testimoni e consulenti della difesa “i custodi avrebbero dovuto trovare uno stabilimento modello invece hanno trovato impianti come cokerie e altiforni in condizioni che richiedevano lo spegnimento”. Evidentemente, è stata la suaconclusione, gli interventi erano “farlocchi“. Nel corso del dibattimento, i difensori dei Riva e del direttore dello stabilimento Luigi Capogrosso hanno prodotto documentazione tecnica e contabile, sostenendo che gli interventi di ambientalizzazione sono stati regolarmente effettuati.

Tesi confermata da alcuni consulenti ascoltati in aula, che è stata respinta dal pubblico ministero: “Bilanci e memorie sono un libro dei sogni diventato libro degli incubi delle famiglie dei lavoratori che non ci sono più”. Il pm Buccoliero, al contrario di quanto stabilito dal calendario, non ha terminato ieri la sua discussione. Quindi continuerà nella giornata di lunedì. Ha chiesto due udienze ma il presidente Stefania D’Errico gliene ha concessa una. e, di conseguenza, slitteranno le discussioni dei suoi colleghi Remo Epifani (inizialmente prevista lunedi), Giovanna Cannarile (in servizio alla Dda di Lecce che ha conservato l’applicazione al procedimento) e Raffaele Graziano. Sotto accusa e in attesa del verdetto ci sono 47 imputati, di cui 44 persone fisiche e tre società.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non verrà pubblicato.

Ti potrebbero interessare anche