13 Aprile 2021 - Ultimo aggiornamento il: 13 Aprile 2021 alle 15:33:31

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Gli anni del fascismo tarantino nel racconto di Matichecchia


Il Profeta esorta a passare in preghiera metà della notte, o più di meta della notte, accorciando le ore del sonno o prolungano il riposo del mattino. Guglielmo Matichecchia, che è cristiano e uomo di vastissime letture, veglia la notte con suoi amati libri e il computer. Per ragioni di spazio e praticità preferisce le versioni digitali alla carta stampata, in pochi anni ha accumulato una fornitissima biblioteca, prediligendo gli argomenti storici, letterari, tarantini. Attingendo a piene mani dal suo tesoro ci ha regalato una splendida monografia: “Nella storia del regime – Domenico Mastronuzzi e gli anni del fascismo tarantino”, Scorpione editrice 2020. Il volume prende le mosse dalla vicenda della morte del giovane Domenico Mastronuzzi, ucciso il giorno 8 maggio 1921 da un colpo di fucile nei pressi del Ponte di Pietra, mentre attendeva con altre camicie nere un camion che deve portarlo a Crispiano per una spedizione punitiva contro alcuni comunisti, rei di aver aggredito due giovani fascisti del luogo. Il racconto poi si snoda attraverso le molteplici vicende della Grande Guerra; l’avventura fiumana, che vide lo stesso Mastronuzzi appena adolescente unirsi alla spedizione di Gabriele D’annunzio; il consolidarsi del regime fascista, gli anni del consenso e la fondazione dell’impero, per poi soffermarsi sulla crisi del regime, le leggi razziali, l’entrata in guerra e la catastrofe finale.

Filo rosso della narrazione, anno per anno, le celebrazioni dell’anniversario della morte del giovane Mastronuzzi, assurto a mito eroico della gioventù fascista. Nel dipanarsi di questa trama è difficile inquadrare l’opera di Matichecchia, che si muove tra la cronaca e il saggio storico, in un genere letterario definito. Penso che la migliore definizione che si possa dare è quella di Storia Morale. Si la sua è una storia morale nel senso più alto del termine. Una storia caleidoscopica, espressa attraverso il pensiero delle più eminenti figure di pensatori che vissero o studiarono quelle vicende, le storie individuali dei protagonisti, le cronache cittadine e quelle del regime, gli avvenimenti politici, militari ed economici che sconvolsero il modo nella prima metà del secolo. Nel suo narrare, nei commenti, nelle riflessioni espresse da Matichecchia , si sente l’educatore dei giovani, la sua dirittura morale. Il suo è un giudicare pacato e comprensivo, anche se a volte ironico ed amaro, di quei lontani avvenimenti. Si potrebbe anche parlare di storia corale, tante sono le citazioni inserite nel testo. Non per niente la bibliografia citata e letta da Matichecchia supera i duecento titoli.

Accanto ai Mazzini, Gioberti, tanto per fare qualche nome autorevole, Benedetto Croce, Gramsci, Calamandrei, De Felice, i nostri Nistri ed Acquaviva, ecc. troviamo la più minuta umanità protagonista di quella storia: politici, giornalisti, gerarchi e gerarchetti in conflitto per la gestione del potere locale, i giovani fiumani, gli operai dei Cantieri navali e dell’Arsenale. A tutti Matichecchia dà voce, li inserisce nel suo narrare, fa propri i pensieri e i giudizi. Di ogni riunione, di ogni adunata, Matichecchia annota i presenti, citati nome per nome in nota, i discorsi fatti, lo sfilare in processione, gli applausi, o il clima austero di cordoglio, le divise, i vestiti.

Si crea così una narrazione suggestiva, che porta il ,lettore a vivere l’atmosfera del tempo, con una empatia verso i protagonisti. Anche verso quelli più discutibili si avverte una umana comprensione, un giudizio distaccato che perdona e comprende debolezze e miserie proprie dell’umano agire. Avvenimenti lontani, si direbbe. Poi, almeno per quelli della mia età, ecco apparire luoghi e personaggi noti. Figure sbiadite nel ricordo infantile che si ripresentano in una veste nuova, spesso inaspettata. Nella loro autenticità storica. Anche i monumenti hanno la loro parte corale, di essi si ripercorre la storia, con particolare attenzione alle opere dei grandi architetti: Bazzani per il Palazzo delle Poste, il Banco di Napoli, La Banca d’Italia, Palazzo del Fascio, edificio dei Salesiani; Brasini per il Palazzo del Governo e la palazzina comando dell’Idroscalo Bologna. Non mancano i riferimenti alla vita culturale della città e ai suoi protagonisti: Fago, Tebano, i fratelli Rizzo ecc. E quanta storia che riguarda i luoghi! Le adunate in Piazza Archita, allora Piazza Domenico Mastronuzzi.

Lo sfilare della processione in ricordo del giovane martire dalla casa natia in Via Cavour alla piazza dove si svolgeva annualmente la cerimonia commemorativa, e poi al Ponte di Pietra, dove il giovane cadde colpito da fuoco nemico nel maggio 1921. In quella casa in via Cavour, dalla finestra incorniciata da due basse colonne, ci sono andato diverse volte da ragazzo, ho conosciuto e frequentato la sua famiglia, senza aver contezza di quegli avvenimenti. La narrazione di Matichecchia ha un andamento filmico, non per l’apparato iconografico del volume, assai modesto, quanto per la dovizia dei particolari scenografici, l’analisi psicologica dei personaggi, l’avvicendarsi sulla scena dei protagonisti, i loro discorsi, a volte riprodotti nella loro interezza. Straordinaria la rievocazione della visita del gerarca Farinacci a Taranto nel 29 settembre 1925, per la inaugurazione della lapide “al caduto fascista Domenico Mastronuzzi”, murata sulla facciata del Palazzo degli Uffici. Matichecchia parte dai giornali dell’epoca che annunziano il fausto evento; segue la descrizione delle virtù del gerarca e del suo ruolo all’interno del regime, i febbrili preparativi per l’organizzazione della visita, il compiacimento dei giornali per la “mirabile organizzazione”, il contributo dato dalle autorità locali,dai funzionari governativi e militanti politici. Segue la descrizione dell’arrivo in città del gerarca il giorno precedente la cerimonia, gli applausi; il corteo che si snoda per le vie della città, a piedi da Via Leonida, dove Farinacci scende dall’auto per mettersi alla testa del pellegrinaggio, verso Piazza Mastronuzzi; la sera Il ricevimento di gala in Prefettura con le massime autorità cittadine. Si arriva così finalmente al giorno fatidico del 29 settembre per la inaugurazione della lapide. Nel palco d’onore “con il gerarca, le più alte cariche provinciali del partito fascista in pompa magna, l’anziana e addolorata madre e tutti i familiari di Domenico Mastronuzzi”.

Nella piazza i picchetti delle forze armate, i gagliardetti, le camicie nere, avanguardisti, Balilla, i rappresentati delle associazioni combattenti, dei mutilati, dei Sindacati operai, della Milizia. Dopo gli interventi di rito, al culmine della rappresentazione, il discorso di Farinacci, che si proclama “sacerdote” della nuova fede fascista. Roboante retorica dei meriti e del programma del nuovo regime, che si vuole consacrato dal sangue e dall’eroismo di quei giovani, come Mastronuzzi, che senza esitare tutto hanno abbandonato, famiglia, scuola e affetti, per correre in aiuto della Patria, combattendo e morendo “sotto una Camera del lavoro o sotto le cooperative rosse”. Anno dopo anno Matichecchia, dal 1919 al 1943, sul filo conduttore delle celebrazioni del regime per la morte del Mastronuzzi, scrive la storia di Taranto; città, per la sua importanza militare ed industriale, all’epicentro della vita politica della nazione. Una documentata riflessione su un periodo triste della storia che vide una intera generazione, soprattutto i giovani, ingannati dai falsi miti di un regime totalitario. Valgano a giudizio le parole di Pietro Calamandrei.

“Nel dramma del fascismo, la sorte dei giovani è stata indubbiamente la più commovente e la più patetica: cresciuti in una atmosfera guerresca riscaldata dai sacrifici e dal valore dei padri e dei fratelli, questi ragazzi erano ossessionati dal rammarico di essere nati troppo tardi per avere dalla guerra la loro parte di gloria: sicché quando una oratoria forsennata li chiamò a raccolta per la guerra civile, annunciando loro che la patria era ancora da salvare e che anche per loro c’erano gesta eroiche e gloria da raccogliere, balzarono su, poveri ragazzi, collo stesso impetuoso ardore con cui, men di dieci anni prima, i loro fratelli maggiori erano partiti per liberare Trento e Trieste”. Insomma un libro da non perdere, un altro prezioso contributo di Matichecchia alla storia d’Italia e della nostra città.

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