23 Settembre 2021 - Ultimo aggiornamento il: 23 Settembre 2021 alle 12:59:00


Non si conosce con certezza il periodo storico in cui la molluschicoltura, nel senso produttivo che oggi diamo a questa attività, si è affermata a Taranto. L’archeologo francese François Lenormant, autore nel 1881 dell’opera “La Magna Grecia”, dopo aver visitato Taranto, attribuì ai Tarantini il merito di aver messo a punto efficaci tecniche di coltivazione dei molluschi, le quali risalirebbero ai tempi della colonizzazione greca. Tali tecniche, probabilmente basate sulla conoscenza empirica, si sono poi tramandate oralmente di padre in figlio per secoli. Sta di fatto che la mitilicoltura tarantina ha probabilmente caratteristiche davvero uniche, se diversi anni fa alcuni molluschicoltori sono venuti addirittura dal Canada per sapere come i nostri “còzzarulɘ” riescono a eliminare gli organismi (epibionti, con termine scientifico) che vivono sulle valve delle cozze conferendo al prodotto un maggiore valore economico! I molluschicoltori canadesi erano in Italia per aver partecipato a un importante congresso internazionale sull’acquacoltura che si era tenuto a Firenze e, dato che evidentemente, la fama della mitilicoltura tarantina aveva varcato l’oceano, decisero di raggiungere i ricercatori del Talassografico di Taranto.

Ad essi illustrarono i loro vani tentativi di eliminare gli epibionti, usando ipoclorito di sodio, idropulitrici, calce e, persino, aceto, con ingenti perdite di tempo e di denaro. Rimasero letteralmente a bocca aperta quando fu detto loro che a Taranto le reste con i mitili pronti per essere venduti venivano semplicemente messe a “sciorinare”, cioè lasciate fuori dall’acqua per circa 24 ore a mo’ di festoni sui “fusoli”, stenditoi costituiti da pali orizzontali sostenuti dai filari degli impianti, e poi sbattute energicamente in mare per far cadere gli epibionti ormai morti. Tale pratica sfrutta la capacità dei mitili di vivere anche fuori dall’acqua per brevi periodi mentre gli epionti muoiono.

Dopo aver messo a parte il lettore di questo divertente (almeno per noi tarantini!) aneddoto, dobbiamo ammettere che oggi la mitilicoltura, fiore all’occhiello della nostra città, ha un elevato impatto ambientale a causa delle retine di polipropilene attualmente usate per l’allevamento. Fino agli inizi degli anni ’70 del secolo scorso, per l’allevamento dei mitili si usavano delle corde realizzate con una fibra ricavata dalla lavorazione dei fusti e delle foglie di una graminacea che cresce spontanea nelle regioni mediterranee, lo sparto. Le funi di sparto, dette “libani”, venivano insemenzate con una tecnica molto particolare, messa in pratica solo da esperti mitilicoltori: i trefoli (le corde di diametro minore che attorcigliate costituiscono la fune) venivano distanziati per potervi “insertare” i gruppi di piccoli mitili (‘nzertàrɘ ‘lɘ chiùppɘ). Poi, con il boom degli anni ‘50, le materie plastiche sono entrate in ogni campo e hanno rivoluzionato, grazie alla loro versatilità e resistenza, moltissimi aspetti della vita quotidiana, compresa la mitilicoltura. Le retine di plastica si innestano calzando nella rete uno spezzone di tubo di quelli usati per i pluviali, lungo circa un metro e di diametro variabile, lungo il quale si fanno scivolare i grappoli di mitili.

E’ evidente, quindi, quanto questo metodo di innesto sia più veloce e più semplice di quello usato per i libani. Tuttavia, sono sotto gli occhi di tutti le retine, di differenti colori e dimensioni, accumulatesi sulle coste o flottanti in prossimità della riva, alle quali se ne aggiungono molte altre, meno facilmente osservabili, che giacciono sul fondo. Ed ecco che oggi, per rimediare al danno fatto, dobbiamo guardare al passato. Pertanto, i ricercatori dell’Istituto Talassografico di Taranto stanno sperimentando retine realizzate con diverse fibre vegetali, che permetterebbero di utilizzare le metodiche di innesto già utilizzate per quelle in plastica. Gli esperimenti consistono nel testare la resistenza, nel tempo, delle retine di natura vegetale, all’immersione, al moto ondoso e alla trazione causata dal peso dei mitili. In caso di dispersione in mare, tali retine, essendo di materiale naturale, quindi biodegradabile, non danneggerebbero l’ambiente. Alcune di queste hanno già dato risultati promettenti. Inoltre, si sta anche verificando la possibilità di coltivare nei pressi di Taranto e, quindi, a Km 0, le piante da cui è stata ricavata la fibra con la quale sono state realizzate le retine che stanno rispondendo meglio.

Ester Cecere
Primo ricercatore Istituto Talassografico

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