18 Aprile 2021 - Ultimo aggiornamento il: 18 Aprile 2021 alle 17:24:06


Lo stavano pestando ben bene. Avevano teste rasate e svastiche sui loro giubbotti neri. Il malcapitato era un clochard.Tutto avveniva proprio vicino al negozio di Matteo che, udite le urla del poveretto, si precipitò fuori per vedere cosa stesse accadendo. Nessuno interveniva in aiuto del barbone. Il suono delle sirene fece dileguare di colpo gli aggressori. I poliziotti, appena arrivati, cominciarono a fare delle domande ai curiosi presenti, ma nessuno aveva niente di preciso da riferire. Matteo invitò il clochard nel suo negozio per rimettersi in sesto, tanto sapeva che nessuna ambulanza si sarebbe scomodata per un rottame di persona. Il poveretto era pieno di sangue, ma riusciva a stare in piedi. Matteo gli portò da bere e lo invitò a darsi una ripulita in bagno. Ordinò un pasto caldo e glielo offrì.

Il clochard bevve e mangiò e quando si sentì meglio ringraziò Matteo e volle andare subito via: «sono abituato ormai a prendere botte, non è stata la prima e non sarà l’ultima volta». Sentendo quelle parole a Matteo si strinse il cuore. Lui non era un buono, anzi. Era, a suo dire, intollerante, classista e razzista. Si sentiva minacciato da tutta quell’umanità di reietti. Appollaiati davanti al suo negozio, li viveva come una minaccia al suo piccolo e traballante benessere di bottegaio. Però di fronte a quell’evento violento si era intenerito ed era stato solidale. Perché? Da sempre il suo mito era la coerenza. I suoi pensieri, il suo credo, i suoi valori dovevano essere ordinati come la branda di un militare. Ora si sentiva in colpa. Non perché qualcuno l’avesse rimproverato per il suo gesto umano, ma perché non era stato coerente con i suoi valori. Provava un benessere spirituale mai avvertito prima. Realizzava in quel momento che il suo essere tutto d’un pezzo era nemico dell’appagamento interiore. Il dispotismo della coerenza aveva segnato un arretramento.

Matteo quel giorno capì che doveva liberarsi della corazza fragilissima della coerenza e lasciarsi andare di più al caos e all’istinto. Doveva imparare a vivere all’estremità dell’assurdo e a familiarizzare con l’idea del disordine. Da perfettino ora voleva trasformarsi idealmente in un ribelle. Andò nel bar del paese e ordinò un caffè. Quello, più che un bar, era il ritrovo dove le persone del quartiere si riunivano per giocare a carte. Anche il proprietario ogni tanto si concedeva una sosta al tavolo da gioco e quando arrivava un nuovo cliente sembrava quasi che lo disturbasse. Prima di allora Matteo era infastidito nel vedere quei perditempo giocare a carte, bere e chiacchierare a vanvera. Ora provava un senso di partecipazione e di comunanza. Finalmente si rilassava anche lui, lì in quel piccolo posto di perdizione di borgata. Anzi i giocatori li vedeva con nuovi occhi, gli sembravano dei signorotti genuini. Quello specchio un po’ unto era il giusto sfondo che accordava ai soggetti un decoro perfetto.

Matteo avvertiva una sorta di salto fra la serenità che manifestavano in quel posto e la dura vita che affrontavano fuori, ma si sa che i fatti non si mostrano mai in una condizione di armonia assoluta.L’aria che si respirava era leggera, uomini, tutti concentrati nelle loro partite, esprimevano una serenità che mai Matteo aveva considerato. Quelle sagome si affrontavano in silenzio e non si lasciavano condizionare dalla confusione che li circondava. Il loro isolamento faceva immaginare più a un duello, a una disputa, piuttosto che a un gioco e alla tranquillità di un’attività da dopo lavoro. Il verde e il rosso erano i colori che risaltavano di più, tonalità azzeccate che s’impastavano alla perfezione con il paesaggio di fuori, contrassegnato da una mescolanza di rossi più o meno decisi. In lontananza la vista dell’acciaieria e la sua luce rossastra era quasi accecante.

A completare quella fiera di colori c’era una sfilza di bandierine bianche e verdi fissate al solaio, che si muovevano col vento provocato dall’apertura e dalla chiusura della porta principale, che deliziavano il locale suscitando una specie di atmosfera di festa. Matteo, forte della sua fragilità, uscì dal bar per ritornare a casa. Fischiettava e ripensava a quante cose fossero accadute in un solo giorno. In prossimità del portone di casa incrociò il clochard che aveva soccorso poche ore prima. Gli andò incontro e lo abbracciò dicendogli «grazie». L’incontro durò pochi secondi. Sapeva che non c’era più nulla da aggiungere. Infilò la chiave nel portone, poi entrò nel suo appartamento e si apprestò a convivere con un’imprevista piccola felicità conseguita.

 

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