19 Aprile 2021 - Ultimo aggiornamento il: 19 Aprile 2021 alle 15:35:44

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Le cerimonie della fine dell’inverno: il Carnevale


Tra le cerimonie definite “cicliche”, ci sono quelle “della fine dell’inverno o di Carnevale-Quaresima”. Dopo la Candelora, di cui ci siamo già occupati, fermiamo ora la nostra attenzione sul Carnevale.

Il Carnevale ha rappresentato, soprattutto nel periodo medievale, l’inizio del nuovo anno, poiché coincide con il momento in cui la natura, dopo il lungo letargo dell’autunno e dell’inverno, comincia risvegliarsi. È una festa le cui origini sono antichissime. Ai nostri giorni è l’allegra festa che si celebra, nella tradizione cattolica, prima dell’inizio della Quaresima, anche se oggi ha perduto ormai il significato originale, perché, se un tempo la Quaresima era il periodo dei digiuni, delle pratiche spirituali e religiose di preparazione alla Pasqua, oggi, venuta meno quasi del tutto l’osservanza dei divieti religiosi, il divertimento a data fissa non ha più motivo di essere codificato, poiché la gente si diverte e si mortifica nel corpo nello spirito, come e quando vuole, se pure lo vuole.

Il Carnevale rappresenta da sempre una festa del popolo. È un momento in cui ogni gerarchia decade per lasciare spazio alle maschere, al riso, allo scherzo. Lo stesso mascherarsi rappresenta un modo attraverso il quale uscire dal quotidiano, disfarsi del proprio ruolo sociale, negare se stessi per divenire altro. L’etimologia del nome carnevale è ancora incerta: alcuni propongono la derivazione dal latino “carne vale “; altri da “carne levamen“; altri ancora da “carnalia“. Tra queste c’è da aggiungere forse la più certa, “carnem levare “, cioè dare addio alla carne, il cui uso era proibito in Quaresima. Tale derivazione è avvalorata da una ricca serie di confronti con le terminologie romanze: in siciliano “carnilivari”, in catalano “carnestoltes”, in piemontese ”carlevé”, in francese antico “careme-entrant”, ecc.. Ma se incertezze vi sono sull’etimologia del nome, sembra certo che nelle tradizioni carnascialesche si debbano riconoscere quelle feste religiose celebrate da tutti i popoli nell’antichità all’inizio del nuovo anno per propiziarselo. Infatti, le prime manifestazioni che ci ricordano il carnevale nel mondo risalgono a 4000 anni fa.

Gli Egizi, furono i primi ad ufficializzare una tradizione carnevalesca, con feste, riti e pubbliche manifestazioni in onore della dea Iside, che presiedeva alla fertilità dei campi e simboleggiava il perpetuo rinnovarsi della vita. Durante l’equinozio di autunno, essi onoravano i Cherubs, buoi importati dai primi sacerdoti etiopi. Furono queste stesse feste che, trasferitesi in Grecia e a Roma, presero il nome di Baccanali e di Saturnali. Il carnevale greco veniva celebrato in varie riprese, tra l’inverno e la primavera, con riti in onore di Bacco, dio del vino e della vita. Le “Grandi dionisiache” dal tono particolarmente orgiastico, si tenevano in Atene, tra il 15 marzo ed il 15 aprile, durante il nono mese del calendario attico nell’antica Grecia mese denominato Elafebolione, e segnavano il culmine del lungo periodo carnascialesco. ll nome del mese era legato alle Elafebolie, feste della caccia al cervo in onore di Artemide.

I “Saturnali” furono, per i Romani, la prima espressione del carnevale e gradualmente, perdendo l’iniziale significato rituale, assunsero l’aspetto delle feste popolari, i cui relitti sopravvivono nelle tradizioni di varie zone della nostra penisola, soprattutto nell’Italia meridionale e nelle Isole. Le feste in onore di Saturno, dio dell’età dell’oro, iniziavano il 17 dicembre e duravano dapprima per tre giorni e poi per un periodo più che raddoppiato, corrispondendo all’epoca dell’annuale ciclo delle nostre feste natalizie e, per il loro contenuto, al nostro carnevale. Caratteristica preminente dei “Saturnali” era la sospensione delle leggi e delle norme che regolavano allora i rapporti umani e sociali. Ciò provocava l’esplosione della gioia quasi vendicativa della plebe e degli schiavi e la condiscendenza del patriziato, che si concedevano un periodo di sfrenate lussurie e di divertimenti di ogni genere. Erano giorni di esplosione di rabbia e di frenesia incontrollata, di un’esuberanza festaiola che spesso degenerava in atti di intemperanza e di dissolutezza. Tutte queste tradizioni rimasero nell’uso popolare sino alle 625 d.C., nonostante che già dal 492 il pontefice Felice III le avesse fatte proscrivere per sempre dal Senato. Il Carnevale è stato, comunque, collocato nel calendario cattolico fra la festa dell’Epifania ed il mercoledì delle ceneri. Solo nel rito Ambrosiano c’è un periodo supplementare (il “carnevalone”), poiché la Quaresima ambrosiana ha inizio con ritardo su quella romana. Per quanto riguarda il calendario folcloristico – che in questo caso differisce da quello liturgico – la data di inizio del periodo carnascialesco varia da luogo a luogo: la più diffusa è quella del 17 gennaio (festa di Sant’Antonio Abate), ma in molte regioni coincide con il giorno della Candelora (2 febbraio), festa istituita nel 942 da papa Gelasio I, di cui si è già detto. In Sicilia, come in Francia, l’inizio del Carnevale è addirittura lo stesso giorno dell’Epifania.

Tali differenze stanno a dimostrare che, pur nella varietà delle date, esiste un accordo sostanziale tra i cicli cerimoniali di popoli diversi, anche perché le giornate più importanti sono condensate nella settimana precedente le Ceneri, cioè dal cosiddetto giovedì grasso al successivo martedì grasso. Un’altra componente comune e poi quella liberatoria-propiziatoria, che è visibile dagli elementi principali della festa: la personificazione, il processo e la condanna, il testamento, i funerali e la morte, i fuochi e le danze, le maschere. La personificazione del Carnevale, che risale, invece, al Medioevo, può avvenire in vari modi: o con una persona vera e propria o con un fantoccio umano o anche con riproduzioni di animali. Ne furono responsabili i popoli barbari che, scendendo nell’Europa mediterranea, determinarono una sovrapposizione, o meglio una simbiosi, di usi e di costumi, assorbiti quindi dalla tradizione locale, che ne ha tramandati alcuni fino ai giorni nostri.

Nella personificazione con un essere umano (il Re del Carnevale o Episcopello) è facile trovare la corrispondenza con il Re dei Saturnali, che rappresentava appunto il dio Saturno, divinità della semina. Abbastanza frequente è la raffigurazione di un fantoccio umano, uso rimasto soprattutto nelle zone agricole dell’Italia meridionale; più rara ormai quella con maschere di animali, più legate agli antichissimi culti di divinità metà uomini e metà animali. In tutti i casi la Quaresima viene raffigurata come la moglie del personaggio-carnevale, che assiste agli ultimi momenti di vita del marito: la parodia del processo, con finti magistrati e avvocati, la lettura della sentenza di condanna, il testamento redatto prima della morte e del funerale, che si svolge con accompagnamento di maschere, che in coro danzano e cantano il pianto funebre. Infine c’è l’uccisione, di solito per bruciamento, che costituisce il momento culminante del dramma di carnevale. Il rogo sul quale il fantoccio è bruciato ha chiaramente la funzione di purificazione, di espiazione di colpe e di peccati, mentre le danze e i canti costituiscono le premesse della propiziazione per il nuovo anno. Le maschere presenti alla cerimonia assumono poi l’identità di esseri del mondo degli inferi, di anime dei morti o di demoni veri e propri.

Il carattere infernale diabolico delle attuali maschere è d’altronde facilmente riconoscibile, sia per i costumi (metà bianco e metà nero è il costume di Pierrot, così come il volto di Pulcinella; vestito policromo e maschera nera fiammante ha Arlecchino), sia per la stessa etimologia dei nomi: si pensi, soltanto, al nome di Arlecchino, che si compone (nella forma francese) della radice “Hell”, che significherebbe “inferno”. Ma delle maschere parleremo più avanti più dettagliatamente. In Puglia particolare tradizioni di Carnevale sono presenti nella Capitanata, dove vengono effettuate delle farse, delle recite (“ditt”), scritte da popolani ed eseguite dagli stessi contadini truccati alla meglio. In qualche paese ha luogo ancora la rappresentazione della morte di carnevale, mirabilmente descritta da S. La Sorsa, attento studioso di fatti popolari, ne suo saggio “Usi, Costumi e Feste del popolo pugliese”: “Numerosi cavalieri, vestiti in vario modo, formano un caratteristico corteo preceduto da un trombettiere; dietro va il carro, addobbato per lo più con bandiere e rami di ulivo, seguito da un grande stuolo di curiosi.

Sul carro prendono posto un Pulcinella, una donna (cioè un maschio vestito da donna) ed un uomo, che è sdraiato per mostrare che è in grave stato. La donna grida, piange, si dispera, perché il marito è in fin di vita, mentre Pulcinella se ne rallegra e fa baldoria, e finge di bere il vino da una bottiglia che ha in mano. Quando il carro giunge in piazza, si ferma e vi sale un voluto dottore in stiffelius e gibus, che ha al panciotto tante medaglie fatte di cortecce d’arancio; egli dà ordine alla trombettiere di suonare per far raccogliere attorno al carro i cavalieri e la folla dei curiosi, ai quali da a credere di essere un celebre medico, venuto da Parigi, che vuol salvare quel moribondo. Costui, che è Carnevale, si lamenta e si contorce; la donna, che rappresenta la Quaresima, strilla e piange; ma il dottore la rasserena e finge di operare il moribondo. Mentre tutti sono ansiosi di vedere come andrà l’operazione, il medico apre le braccia in segno di sfiducia e fa capire che non è possibile dar la vita all’infelice”.

LE MASCHERE
L’uso delle maschere è antichissimo ed è strettamente collegato a momenti sacrali, alle religioni primitive ed in particolare ai diritti stagionali, al culto degli dei e dei defunti. Alla maschera è legata la nascita del teatro, poiché l’attore, indossandola e quindi trasformandosi, entrava nella parte del personaggio da rappresentare. Oltretutto la maschera aveva nell’antichità la funzione di ampliare la voce dell’attore, serviva, in pratica, da megafono. Nel teatro greco la maschera ha un’importanza fondamentale, soprattutto nelle opere dei maggiori tragediografi, Eschilo, Sofocle ed Euripide. Vi erano quasi una trentina di maschere tragiche, di colore scuro per i personaggi maschili e bianche per quelli femminili, suddivise fra vari tipi di personaggi (il Vecchio, il Giovane, lo Schiavo, la Donna). Identico ruolo importante ebbero le maschere del teatro orientale, specialmente di quello giapponese, con valore segnatamente rituale e mimico, ed infatti le maschere più antiche furono quelle usate in uno spettacolo pantomimico che si svolgeva davanti ai templi, il gigaku.

Anche presso i Romani era diffuso l’uso delle maschere, soprattutto con le pantomime delle periodo imperiale, ma anche in precedenza con le atellane. Nel Medio Evo la rappresentazione dei Misteri e delle Passioni era effettuata con maschere, che assume vano un carattere demoniaco, successivamente scomparso nel teatro umanistico e rinascimentale. Nell’ambito della commedia dell’arte i tipi fondamentali erano quattro: ”il Magnifico”, “ il Dottore“, “ il primo Zanni “, e “il secondo Zanni“. Con il nome di Zanni si indicava, già nella produzione di commedie popolari del ‘500, una maschera che impersonava il servo buffone. Secondo alcuni l’origine di tale maschera risalirebbe alle antiche Atellane latine, a personaggi chiamati ‘Sanniones’; questa ipotesi oggi è però in parte respinta e si propende per la forma Zani o Zane, diminutivo di Giovanni, nome proprio usato abbastanza frequentemente nel Veneto, regione della quale le maschere hanno trovato maggior fortuna; e, peraltro, nome di molti famosi attori (Gian [o Zan] Cappella, Zan Farina, Zan Batocchio, Gian [o Zan] Gurgolo).

La maschera si configurò meglio nel XV secolo, ispirandosi agli istrioni mascherati, che nelle sacre rappresentazioni medievali interpretavano comicamente la parte dei diavoli. Gli Zanni erano originariamente due contadini delle valli bergamasche: il “primo” (che indossava un camice completamente bianco) impersonava il servo furbo, inventore di stratagemmi; il “secondo “ era, invece, il servo sciocco, ricco soltanto di mimica, di vivacità e allegre battute e che indossava un abito multicolore. Successivamente il numero degli Zanni aumentò; c’è a tal proposito, una lista, in versi ottonari, molto esplicita e dettagliata, che fa:
Arlecchino,
Truffaldino,
Sia Pasquino,
Tabarrino,
Tortellino,
Naccherino.
Gradellino,
Pezzettino,
Polpettino,
Nespolino,
Bertolino,
Fagiolino,
Trappolino,
Zaccagnino,
Passerino,
Traccagnino,
Passerino,
Bagattino,
Vagolino,
Gemellino,
Fagottino,
Pedrolino,
Frittellino,
Tabacchino.

Tra le manifestazioni pugliesi legate al Carnevale, non possiamo non citare quelle che annualmente si svolgono a Massafra, considerato uno dei più festosi. Differentemente da altri carnevali la maggior parte del percorso della sfilata dei carri non è transennata e cittadini e forestieri possono partecipare direttamente all’animazione e al divertimento. Il governo italiano lo ha riconosciuto come uno dei Carnevali storici d’Italia. Le maschere più famose ed originali di questo Carnevale sono “Gibergallo” e “Lu pagghiuse”. Il primo è stato ideato nella seconda metà del ‘900 dal massafrese Gilberto Gallo, il quale era solito indossare un frac bianco e nero e una maglia a strisce gialle e rosse, truccato come un clown. Immancabilmente, portava con sé un gallo al guinzaglio.

Il secondo rappresenta una delle caratteristiche principali, almeno secondo la tradizione, degli abitanti di Massafra: la passionalità, l’infervorarsi immediatamente, caratteristiche che, però, svaniscono subito, brucia tutto come un fuoco di paglia, da cui il nome di n”pagghiuse”.Con la morte di Carnevale inizia il periodo quaresimale di preparazione alla Pasqua liturgica e al risveglio di tutta la natura che, prima nella stagione primaverile e poi in quella estiva, esploderà in tutto il suo fulgore. Ma della Quaresima parleremo più avanti.

Stefano Milda
Vice Presidente Società Dante Alighieri Comitato di Taranto

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