29 Luglio 2021 - Ultimo aggiornamento il: 29 Luglio 2021 alle 11:54:00


La Pandemia, che imperversa, da più di un anno, ci costringerà a fare i conti con i mutamenti che dovremo introdurre nella nostra vita, per gli anni a venire. Accettare questa visione delle cose, significa che, ha poco senso “attendere” che la tempesta passi, per tornare a fare quello che facevamo prima. “Attendere”, evoca quel bellissimo detto siciliano che dice: “Calati junco chi passa la China…” (Trad.”piegati giunco che passa la piena”). L’atteggiamento corretto, però, è quello di chi si attrezza a scrutare il futuro per non farsi cogliere impreparato. Fra i tanti problemi esplosi, con l’arrivo del Virus, c’è il LAVORO: la sua sopravvivenza, la sua trasformazione, il suo futuro. Alcune attività, perderanno peso, altre, cresceranno d’importanza. Per molte categorie, e per tanti lavoratori, il Lavoro cambierà, e non sarà più lo stesso. Il suo futuro, non sarà facile scrutarlo, ma sarà necessario immaginarlo.

LE CHIAVI DI LETTURA
Quali possono essere le chiavi di lettura delle trasformazioni che investiranno il lavoro? La prima e più immediata, è quella che ci costringerà a modificare l’idea che l’economia possa continuare a crescere ininterrottamente senza interruzioni dello sviluppo produttivo. Il PIL, il tasso di crescita, non avranno più solo delle oscillazioni, ma avranno delle vere e proprie interruzioni. Questo significa, che per neutralizzarle, ci si dovrà attrezzare, per rendere più elastica l’organizzazione del lavoro e l’attività produttiva, per far fronte alle ricorrenti Pandemie che periodicamente si affacceranno all’orizzonte. “Se qualcosa, diceva Bill Gates, nel 2015,ucciderà 10 milioni di persone, nei prossimi decenni, è più probabile che sia un virus altamente contagioso, piuttosto che una guerra. Non missili, ma microbi”.

La soluzione del problema, dunque, va cercata nelle modifiche da introdurre, per consentire al sistema produttivo, di non fermarsi in presenza di una Pandemia, adottando un modello produttivo sufficientemente elastico, che possa consentire alle aziende di riconvertire possibilmente la propria produzione, prima di fermare del tutto l’attività; ed ai dipendenti di continuare ad operare, anche quando gli stabilimenti si dovessero fermare, salvo ripartire quando le condizioni dovessero tornare a consentirlo. È questa è l’idea intorno alla quale dovranno ruotare le innovazioni e le trasformazioni del sistema produttivo del futuro. Altro grande tema, che toccherà da vicino la riorganizzazione del Lavoro, è quello del Mercato, che regola oggi i movimenti in ingresso ed in uscita della forza lavoro dai Centri di produzione e dalle Aziende. Oggi, i lavoratori che entrano sul Mercato, dispongono di una formazione scolastica del tutto scollegata dalle esigenze richieste dal sistema produttivo e sono quasi sempre privi di una formazione legata ai profili professionali richiesti dalle aziende; in aggiunta, c’è l’esigenza di aggiornare le competenze professionali di chi è già occupato, ma soffre il ritardo con cui si sviluppa il ritmo dell’evoluzione tecnologica in Azienda.

ISTRUZIONE E FORMAZIONE
Nel corso degli anni, il legislatore ha cercato risposte a questi problemi senza mai pervenire a soluzioni veramente efficaci. Per saldare il mondo dell’istruzione a quello delle Professioni si è pensato, in passato, a soluzioni organizzative come i Consorzi provinciali dell’istruzione tecnica in cui confluivano gli organi rappresentativi della scuola e quello delle imprese. Questi organismi sono stati poi soppressi nel 1977. Altro Provvedimento significativo, per ridurre il gap, fra titoli di studio e profili professionali, è stata l’introduzione, nel 1984, dei Contratti di formazione-lavoro (CFL), anch’essi, soppressi, 20 anni dopo, nel 2003. Da allora, il problema dello scollamento fra Istruzione e Formazione, non è stato più ripreso da nessuno.

Nel 2003, la Legge Biagi, ha aperto definitivamente il Mercato del Lavoro ai Privati, abolendo il monopolio pubblico, e cancellando il vecchio divieto di interposizione di manodopera. Le Agenzie, poterono, così, ampliare la sfera del loro intervento, affiancando al Lavoro interinale quello somministrato, e tutte le altre forme consentite, con il quale si fecero carico di saldare la formazione ai profili professionali richiesti dalle Aziende. In questi ultimi 20 anni, le Agenzie, si sono assestate spontaneamente, sul Mercato, anche se al di fuori di un disegno organico, promosso dal Ministero del Lavoro. Il Ministero, per garantire anche una parvenza di interesse pubblico, sull’evoluzione del Mercato, ha affidato, all’ANPAL (l’Agenzia Nazionale delle Politiche Attive del Lavoro), il controllo e la certificazione delle Agenzie private (ApL) che svolgono ormai a pieno titolo, attività di formazione ed intermediazione sul mercato del lavoro.

LA RIFORMA DELLA CIG
Ultimo grande tema, è quello dei lavoratori espulsi dal sistema produttivo, (sia quelli in CIG sia quelli in mobilità definitivamente licenziati). Questi lavoratori, che già in periodo pre-Covid, rappresentavano un quarto della forza lavoro occupata (stimati in 5-6 milioni su 23 milioni di occupati), arrivano, oggi, per effetto della Pandemia, a superare la metà dei lavoratori occupati; e se non usciremo presto dalla crisi, questo rapporto sarà destinato a pareggiare addirittura il numero degli occupati con quello dei licenziati. Nel 2013, l’anno pre-covid, più critico, la spesa per ammortizzatori sociali in Italia, ha raggiunto la cifra record di 7 mld di €uro . Quella spesa si è già raddoppiata, passando da 7 a 14,3 Mld di €uro. nei primi 5 mesi del 2020. (Investire Oggiƒonte Ufficio Studi della UIL) A questo punto, dopo più di 70 anni (l’istituto fu introdotto nell’ordinamento con decreto legislativo del Capo provvisorio dello Stato 12 agosto 1947, n. 869, che conteneva disposizioni sulle integrazioni salariali, poi ratificato con modificazioni dalla legge 21 maggio 1951, n. 498), è arrivato, forse, il momento di riaprire la discussione anche sulla riforma degli ammortizzatori sociali, che hanno fatto ormai il loro tempo.

Se dobbiamo tener conto delle crisi ricorrenti, sarà utile rivedere anche il sostegno fornito con la CIG, alle imprese in crisi ed ai lavoratori espulsi. Oggi, la CIG è concepita come un intervento di natura assistenziale e, come tale, affidato all’INPS; nell’ottica della Riforma, la CIG, dovrebbe diventare un intervento economico, erogato dall’ANPAL, l’Agenzia del Ministero del Lavoro, a fronte, di una prestazione fornita dal lavoratore. Il meccanismo di finanziamento rimarrebbe quello attuale, in cui i costi sono ripartiti fra imprese e Stato; ma la forza lavoro muterebbe completamente natura passando dallo stato assistenziale a quello economicamente produttivo.

I vantaggi della Riforma, sarebbero ben evidenti: l’ANPAL si porrebbe, come struttura pubblica al centro del Mercato ed assumerebbe i lavoratori espulsi, riservandosi di reimpiegarli su richiesta delle aziende, o di impiegarli, altrove, dove se ne manifestasse l’esigenza. La differenza fra ANPAL ed Agenzie di somministrazione, nell’attività di reimpiego dei lavoratori, sarebbe legata alla qualità dei soggetti assunti: l’ANPAL assumerebbe solo i lavoratori espulsi da reimpiegare, le Agenzie private, i restanti soggetti, quasi sempre giovani, da formare e in cerca di prima occupazione. L’ANPAL, inoltre, con la sua disponibilità ad assorbire manodopera, offrirebbe un supporto fondamentale all’intero sistema produttivo, che troverebbe nell’Agenzia del Ministero, la struttura idonea a flessibilizzare la forza lavoro occupata, sempre più esposta alla imprevedibilità delle crisi.

L’ANPAL, a sua volta, opererebbe con personale a costo ridotto, perché godrebbe del contributo di tutte le imprese che oggi concorrono al finanziamento della CIG e si finanzierebbe con le entrate derivanti dalla forza lavoro che ricolloca presso le imprese che ne fanno richiesta. Il Personale che, invece non ricolloca, rappresenterà per ANAPL, un patrimonio di professionalità a disposizione dello Stato, che, l’ANPAL potrà utilizzare, per i grandi Progetti pubblici: dai Piani nazionali di manutenzione del territorio nelle zone fragili del Paese; alla manutenzione degli edifici scolastici e più in generale del patrimonio edilizio pubblico; Per non dire di una forza lavoro di Pronto intervento a disposizione della Protezione civile, per non dover dipendere solo dall’intervento del volontariato; ed, una riserva di forza lavoro qualificata per integrare gli organici carenti nelle varie strutture pubbliche; infine, per sottrarre spazio al lavoro nero, oggi alimentato dalla disponibilità dei lavoratori in CIG, privi di altri impegni lavorativi. Il risultato finale, sarebbe una struttura pubblica al centro del sistema delle imprese che potrà regolare il flusso delle richieste in entrata ed in uscita della forza lavoro sul Mercato, assicurando all’intero sistema la massima elasticità di movimento, nei periodi di espansione del ciclo economico ma, soprattutto, nei periodi di crisi, quando per fattori esterni il ciclo costringe il sistema a fermarsi.

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