14 Aprile 2021 - Ultimo aggiornamento il: 13 Aprile 2021 alle 15:33:31

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Matichecchia riaccende la memoria collettiva del giovane Mastronuzzi


L’8 maggio del 1921 – quasi un secolo fa – sul far della sera, Domenico Mastronuzzi, uno studente del Liceo classico Archita di diciassette anni (ne avrebbe compiuti diciotto a settembre), appassionato legionario fiumano travolto, come tanti giovani della sua età, dall’entusiasmo per il fascismo in inarrestabile ascesa, fu ucciso da un colpo di pistola in un agguato a porta Napoli da avversarî politici, mentre coi suoi amici si stava recando a Crispiano per una manifestazione fascista. Al di là delle interminabili discussioni sull’identità di chi si macchiò del crimine, enorme e corale fu la reazione della nostra città, giustamente sdegnata e abbrunata a lutto, subito solidale con la famiglia di Domenico.

Ne danno ampia testimonianza la raffica di articoli pubblicati e le numerose foto della cerimonia funebre del giovane morto ammazzato. Ebbene, in quel periodo turbolento e tempestoso al nero di seppia, fra scazzottate e pistolettate (senza parlare dei famigerati beveroni di olio di ricino), Mastronuzzi, giovane perbene e di ottima famiglia tarantina, divenne ben presto simbolo, emblema e mito di giovinezza eroica avvolta nel Tricolore, innalzato sugli altari della “mistica” del fascismo, strumentalizzato ed evocato a ogni anniversario con dispiegamento di tutto il bric-à-brac del regime: gagliardetti, fasci littorî, sventolio di bandiere, eia eia alalà, fino alla consacrazione definitiva di Roberto Farinacci, giunto a Taranto nel 1925 per rendere onore a Domenico Mastronuzzi. Giusta di glorie dispensiera è morte, direbbe Foscolo, “ça va sans dire”.

L’eco del giovane, in una città inquieta come la nostra per la povertà e la disoccupazione, si affievolì a poco a poco con la caduta del fascismo e il suo ricordo divenne, col passar del tempo, sempre più fioco e condannato alla “damnatio memoriae”. Infatti il nome di Mastronuzzi fu cancellato dalla piazza che ritornò a chiamarsi Archita e così pure una strada di Statte, intestata anche questa al giovane nella foga del dolore e del giusto sdegno per la sua morte assurda e ingiusta, ritornò a essere chiamata Leonardo da Vinci. “Sic transit…”. Ad aver acceso la memoria risvegliando mai sopiti dolori fu, nel 2013, la nipote di Domenico Mastronuzzi, la figlia del fratello, cioè la preside Angela Mastronuzzi che, intrecciando memoria familiare e memoria collettiva, scrisse il romanzo “Alhambra” con struggenti inflessioni liriche, ispirandosi alla storia della sua famiglia duramente segnata da questo lutto. Ora un bel saggio del preside Guglielmo Matichecchia, storico e giornalista, pubblicato da Scorpione un mese fa, conferisce a Domenico Mastronuzzi il giusto rilievo storico e umano nel contesto cittadino e in una prospettiva nazionale, non solo municipale.

Il saggio s’intitola “Nella storia del regime – Domenico Mastronuzzi e gli anni del fascismo tarantino” e si avvale della presentazione del preside Giovangualberto Carducci, presidente della Società di Storia Patria – Sezione di Taranto (che ha patrocinato la pubblicazione), della prefazione del professor Vittorio De Marco, ordinario di Storia contemporanea dell’Università del Salento, e della postfazione dell’editore, il professor Piero Massafra che si aggiudica un asso vincente con la pubblicazione di questa importante opera di storiografia; importante perché scientifica, cioè supportata da documentazione e argomentazioni probanti, e intellettualmente onesta; la bibliografia è sterminata e le note contrappuntano la narrazione dei fatti aggiungendovi spessore scientifico, mentre le citazioni letterarie, sempre appropriate, scandiscono piacevolmente il ritmo della prosa dimostrando la cultura ad ampio raggio dell’Autore. Un’opera importante, dicevo, di cui si è già scritto, ma noi torniamo a parlarne data l’occasione della presentazione virtuale – organizzata dal Rotary club Taranto in collaborazione con il Rotary Taranto Magna Grecia – che si terrà il 12 febbraio prossimo in streaming.

Matichecchia ha avuto il merito di aver scandagliato accuratamente e con accorti specilli un periodo controverso della storia, senza preconcetti o condizionamenti di alcun tipo e senza cedere alla tentazione – che pure sarebbe stata legittima, data l’età del giovane – di indulgere al patetico e all’elegia del “funere mersit acerbo”. Per far questo, per essere obiettivo e onesto con se stesso e con il lettore, Matichecchia ha cercato, studiato e compulsato numerose fonti e tutta la folta pubblicistica del tempo. Così è riuscito ad arrivare alla conoscenza e alla verità dei fatti, anzi è entrato, per meglio dire si è calato manzonianamente nel cuore vivo dei fatti e dei personaggi e li ha disseppelliti per amore della storia e per amore della città che, per essere amata, deve essere conosciuta nelle sue tormentate vicende storiche. Il titolo è significativo: “Nella storia del regime”. Appunto: “Nella”, cioè “dentro” la storia. Di tutto quel garbuglio che fu la storia di Taranto e d’Italia, dal primo dopoguerra al “biennio rosso”, dal Ventennio alla fine della seconda guerra mondiale, Matichecchia ha preso un bandolo – la vicenda di Mastronuzzi – intorno al quale ha avvolto il filo spinoso degli avvenimenti.

E la vita folgorante ma breve del giovane e il ricordo che di lui ebbe la città in orbace è vista di pari passo con la storia collettiva. Taranto è sullo sfondo e poi in primo piano, ma sempre in prospettiva nazionale. Di tutti questi fatti storici Matichecchia ha scritto pacatamente, come è nel suo stile di uomo e di professionista, riuscendo a tenere alta l’attenzione del lettore perché la sua scrittura, chiara e fluida, sempre avvincente come un romanzo, nonostante la materia ostica che scotta ancora le mani, è quella, certo, dello storico serio, che ha già dato luminosa prova di sé nel saggio di qualche anno fa su Federico De Palma, ma anche del giornalista. Infatti, proprio con taglio giornalistico, Matichecchia inizia “in medias res”, dalla cronaca di quella “funesta domenica” del “maggio di sangue” al susseguirsi concitato degli avvenimenti; e poi, con flashback, illustra gli avvenimenti nodali degli anni prima e durante la guerra, il sacrificio dei tarantini caduti per la Patria, la vittoria mutilata, l’avventura di Fiume con quel maliardo di D’Annunzio, il precipitare inesorabile verso il fascismo, prodigo di “illusioni, inganni e miti”, e poi, dopo la morte di Mastronuzzi che funge da spartiacque di questa storia , i primi anni del regime, gli anni Trenta, la guerra e la caduta del fascismo e delle illusioni gonfiate dalla retorica; una storia ricca di nomi della storia nazionale, ma anche locale, da mons. Mazzella a mons. Bernardi, da Criscuolo a Imperatrice, da Spartera a Voccoli, da Mandragora a Magnini e così via citando.

Matichecchia pone attenzione scrupolosa agli echi e alle risonanze che tutta questa storia ha avuto sulla nostra città ferita a sangue quella tragica notte dell’11 novembre 1940, così la “storia” si dilata nella “Storia” vista dalla prospettiva di Taranto, una città che era paradigma di tutta Italia. Non solo: leggendo il libro, possiamo capire la generazione di Mastronuzzi, una generazione di giovani lungo la linea tricolore che inizia dal cuore del Risorgimento, e a sbalzi e a scossoni, va diritta a Fiume; erano giovani idealisti, delusi e arrabbiati per la “vittoria mutilata”, giovani che sognavano la gloria sui campi di battaglia per amor di Patria, desiderosi di cambiamenti e impazienti di scrostare la muffa che copriva le istituzioni del tempo; una generazione ingannata dalle trombe reboanti della retorica e per tanti versi ingenua; ma così, grazie a Matichecchia, possiamo mettere a fuoco le ragioni, le cause economiche e morali che spinsero tanta gioventù, cresciuta in un clima guerresco, a diventare fascista e a farsi accecare e travolgere da miti che la sprofondarono nella tragedia della guerra.

E Matichecchia ce lo fa comprendere con la simpatia e la comprensione dell’uomo di scuola verso i giovani, che sempre, di generazione in generazione, hanno acceso la loro vita di grandi ideali poi spenti dalla severità della vita reale. Certo, quella di Mastronuzzi fu una vita sacrificata e chi se lo pianse veramente a calde lacrime fu la mamma sua, Anna Bianculli, che si chiuse nel suo dolore muto, nuova icona di Mater dolorosa in versione jonica. Davanti a quel dolore, ancora oggi restiamo in rispettoso silenzio meditando sulle mutevoli e umane sorti travolte dal vento tempestoso della storia. Siamo allora grati all’autore, anche per questa nuova opera che arricchisce le nostre conoscenze e aggiunge una tessera aurea per completare il mosaico storico della nostra città.

Un’ultima cosa: Guglielmo Matichecchia ha dedicato il suo saggio alle “tre donne benedette” (a voler citare Dante) della sua vita: la madre Filomena, la moglie Maria Rosaria Cagnazzi (che ha redatto il lungo indice dei nomi) e la nipotina Anna, speranza di continuità della memoria e di un futuro migliore per i giovani, che non richieda loro sacrifici e martirî. “Sventurato quel popolo che ha bisogno di eroi” scrisse Brecht in “Vita di Galileo”, ma doppiamente sventurato anche quello che dimentica la sua storia, perché un popolo senza memoria non ha futuro, ma va incontro ai rischi di nuovi errori e nuovi pericoli.

Josè Minervini
Presidente Società Dante Alighieri Comitato di Taranto

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