24 Ottobre 2021 - Ultimo aggiornamento il: 24 Ottobre 2021 alle 22:59:00

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“Storie di gente felice” nei racconti di Lars Gustafsson


“Storie di gente felice” è un libro di racconti del 1981 dello scrittore svedese Lars Gustafsson, pubblicato in Italia nel 2020 da Iperborea Editore e tradotto da Carmen Giorgetti Cima. Bella la copertina del fumettista Alessandro Gottardo. C’è un cielo, ci sono le nuvole e c’è un uomo che si tuffa nel cielo e attraversa una nuvola, sembra un salvagente che abbraccia il tuffatore. Ma è un cielo? Forse è un mare pieno di nuvole. E se non fossero nuvole ma semplici salvagenti lanciati nel mare? È bello questo senso di sospensione. Così come resta sospesa la risposta alla domanda posta nella quarta di copertina «Tutto il potere del mondo non si basava forse sulla stessa grande menzogna: che il senso delle nostre vite si trovi al di fuori di noi?». Il libro racconta storie di piccoli successi umani, gente comune che raggiunge una piccola felicità lontana dai clamori e dagli stereotipi mondani di felicità: affermazione, celebrità, ricchezza e via dicendo. Dieci storie, dieci personaggi diversi, strani, disabili, matti, insoliti, comuni.

Siamo nel corporeo, nel tangibile e nell’irreale. Felicità raggiunta attraverso l’immaginazione, il pensiero, il ricordo. Ma di che felicità si tratta? Scoprire di essere unici e fare della propria unicità il proprio piccolo culto. Le vite sono raccontate attraverso brevi frasi. In realtà ogni racconto è un piccolo trattato filosofico. Gustafsson è enciclopedico nel suo modo di narrare. Racconti delicati ed echeggianti. L’approccio è semplice, pochi effetti speciali. Sembrano racconti leggeri, ma in realtà sono ricchi di significato e mai superficiali. Soprattutto sono storie colme di una felicità nobile dalle tinte nostalgiche e malinconiche. La ricerco di felicità è accompagnata dalla ricerca di senso. Si sa che felicità e senso sono perle impossibili da trovare. Ci si deve accontentare. «Ma se invece il senso non può trovarsi che dentro di noi, in quel buio che è il nostro stesso io, al di là di tutte le trappole morali, allora naturalmente non possiamo che rimanere per sempre sconosciuti a noi stessi». Eppure, non ci arrendiamo. Testardi come muli nella «idiota convinzione umana di conoscere i propri abissi». Sembra che il protagonista sia lo stesso in tutti i racconti. Cambia pelle, epoca, sesso ma è sempre presente a dispensar saggezza «è nella mancanza di senso che comincia la Grandezza».

La vita è così veloce e tecnica, piena di regole e di mal governo dove tutti sono devoti al consumismo. Pieni «di inutili prodotti tecnici del mondo moderno, intesi a tenere tranquilla la gente nella convinzione di essere coinvolti in qualcosa di significativo. Viveva proprio in un’epoca insensata». Su cosa si poggia la vita di questa gente felice? Forse semplicemente nella fuga dalla realtà «vivevano in un mondo preconfezionato, circondati di cose che fingevano di essere desiderabili senza esserlo veramente». Una fuga che utilizza la mente e il corpo. «Il corpo era la propria fortezza, il proprio territorio personale contro un mondo esterno essenzialmente indifferente […]. Ma il corpo era ambiguo: non era solo fortezza contro il mondo esterno, era anche la prima e più immediata forma di mondo esterno che s’incontrava. L’unica che si potesse controllare. E l’unica che si potesse perdere. Il corpo era l’unica area del mondo dove dominava l’ambiguità. Per questo bisognava correre». Di cosa siamo fatti? Cosa siamo in realtà? Non siamo di certo il nostro corpo. «Le insegnò che l’essere umano non è un corpo, che nemmeno gli animali sono corpi, che sono qualcosa d’altro, qualcosa di molto diverso che è prigioniero in un forma fisica». Siamo possibilità. Siamo scelte che facciamo e possibilità che ci neghiamo. Siamo l’impossibilità desiderata, inseguita, svanita.

La felicità è lì in quello spazio di confine fra la nostra realtà e la nostra immaginazione. La felicità è «Fuori dal dolore» che è l’ultimo racconto. «Il mondo del dolore era pieno, completo, un universo in cui nulla poteva essere sottratto né aggiunto. Era il più perfetto dei mondi, perché aveva un unico contenuto, e questo contenuto si estendeva uniforme nello spazio circostante […] In questo altro mondo c’era qualcosa che mancava. Era meno perfetto». Di che sta parlando Gustafsson? Un uomo con una forte emicrania è in una pensione scarna e a basso costo. Il lago non offre grandi tramonti. Il mal di testa sta passando, forse. Si tratta di «una sospensione in mezzo alla tempesta […] aveva cominciato a sperare troppo presto». Fra il vomito e l’emicrania si creano strani spazi di quiete e «lì in quella quiete c’erano insegnamenti da apprendere». La pioggia alla finestra è insistente quasi come se volesse entrare dalla finestra. La proprietaria della pensione con i suoi rumori lo porta alla realtà. Sembra che il dolore sia passato. «In quell’istante si rese conto che stava tornando alla vita normale; poteva di nuovo odiare, e questo bastava per dirgli che ancora una volta era sopravvissuto, che era di nuovo più forte». Non era nuovo a quest’emicrania reale e metafisica. «Era stato così per quasi tutta la vita […] come una strana via di mezzo tra sogno e veglia».

C’è la scrittura che lo tormenta, una musica misteriosa per cui si deve sacrificare molto, tutto. C’è un amore nel labirinto dei suoi ricordi: Arianna «la sua chiave e la sua carceriera». Ricordi e ancora fragili ricordi. «Intorno a lui, fuori dalle finestre, il mondo si andava oscurando, e le raffiche di tempesta sul lago avevano preso nuova forza. Intorno a lui si stava industrializzando un Europa che ogni anno diventava sempre più diversa da se stessa, sempre più una parodia, una ripetizione maligna creata da divinità di basso rango. […] Antichi vincoli e antiche maledizioni erano stati sostituiti da Lo scrittore svedese, Lars Gustafsson, autore del libro “Storie di gente felice” (nella foto a destra la copertina) altri, più pesanti, più estranei». Ricordi di viaggi, infreddolito, schiacciato in uno scompartimento a difendersi dal buio e dalla solitudine. Buttato nel groviglio della vita.

«Un minotauro, solo nella notte e unico nella sua nascita, rinchiuso per sempre nel labirinto del suo secolo». Un ricordo o un bisogno di abbandono? «Tutto sarebbe stato perfetto senza di lui». «La vita degli amici, la vita dei suoi genitori, quel nuovo mondo con le sue masse di proletari senza radici in viaggio da una schiavitù all’altra, […] il Crocifisso, avviato a conquistare l’India con stoffe di cotone e a privare l’Asia della sua industria nascente a favore di un mercato mondiale cristiano». Siamo nel torbido di una mente luminosa. Siamo nell’idea e nell’idealizzazione di un congedo. Forse anche e ancora nella paura dell’abbandono. Quel congedo come «la cosa più bella che avesse vissuto. Così lieve e spiritoso, così serio e profondo al tempo stesso, che poteva ancora avvertirne il respiro, gli ricordava con forza che la vita era leggera, che consisteva del piacere più puro, e che esiste solo per chi è capace di ridere e danzare».

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