22 Aprile 2021 - Ultimo aggiornamento il: 22 Aprile 2021 alle 15:06:21

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Il romanzo in versi di Silvano Trevisani tra lirismo e denuncia sociale


Ho letto il libro di Silvano Trevisani da cima a fondo, senza fermarmi, come se fosse un romanzo, con l’ansia di scoprire il finale e devo assicurare il poeta che io mi sono “voltato ad ascoltare”, più volte, con pacatezza, per non perdere l’aura di dolcezza e a volte di malinconia che percorre le pagine. Un libro stilisticamente compatto, senza una caduta, senza sovrabbondanze, anche quando forse poteva permettersi di strafare come in “Ungaretti a Taranto”, o “Per una storia d’amore (Alda Merini e Michele Pierri) o “Abito il lungomare” o “Naufragi del mito” e “Madre mediterranea”. Trevisani, pur essendo giornalista, ha saputo calibrare e tenere sul filo del rasoio i suoi “racconnti” che hanno un vago sapore sabiano e, qualche volta, addirittura pavesiano, per esempio quando racconta di antichi rituali, della madre, degli amici, di una Taranto ormai sparita.

“Era bello venirvi a passeggiare / contrattando le sagome astratte dei velieri / già insultate dal fumo delle petroliere, / trafitti ognuno dal proprio sogno, / che sconfinava nel sogno degli altri, / e di sé diceva tutto, e della propria assenza. / Gira per l’isola, vagando! / Vedi se c’è rimasto almeno il mare” – “La città sta scomparendo / dietro un’onda di rimozione, / un tappeto di vendesi-fittasi / ne punteggia l’anima, ne certifica / l’agonia. / Non basta respirare / per sentirsene parte, per sentire /gli entusiasmi di ieri risalire / dalla china di via Duomo, contromano”. È evidente che si tratta di poesia, come dicevano i critici del neorealismo, impegnata, che denuncia. Ma Trevisani è poeta e sa dosare la denuncia, la fa con il calibrato e necessario lirismo che accende ancora di più l’interesse del lettore e fa in modo che non sfumi, che resti un momento di attenzione concreta.

L’impressione è che tutto il libro sia costellato di questi momenti, anche quando si parla d’amore, anche quando si parla degli affetti familiari. Si sente la vita dentro questi versi, nonostante le “Nostalgie di carta”, tanto è vero che il poeta, in una delle composizioni più riuscite, “Typerwriter memory”, riesce a commuoverci e a darci i due versi finali come una coltellata al fianco per ricordarci che la “vita va”, come dice in chiusura, nonostante la fine della parola: “Amavo il senso stesso della vita, / quando i tasti foravano la carta / per la veemenza del tocco. / In redazione, il grido dissonante / della Olivetti 98 era / rivelazione della verità. / Gli errori cancellati dalla ics / eternavano misteri mai svelati. / Creazioni dinamiche di vita / effimere, o di morti / condivise, invece, nel racconto. / Spero che il cielo la ricordi ancora / quest’ansia di Dio sulle tastiere”. Si comprende che verrebbe voglia di citare in continuazione, e non sarebbe male, come dice Jorge Luis Borges, così eviteremmo chiacchiere più o meno inutili, anche se sono adesioni e spesso abbracci al senso del dettato.

Mi preme sottolineare che “Le parole finiranno, non l’amore” è uno di quei rari libri di poesia che sanno portare in chi legge una ventata autentica di verità, non camuffata né chiusa nello scrigno della letterarietà, che è nemica acerrima del sentimento, delle emozioni. Verrebbe voglia di polemizzare con chi si è scagliato contro la poesia che fa sentire le vibrazioni dell’anima e che crea amozioni, ma è bene restare a Trevisani che ha saputo distillare, verso dopo verso, una quantità enorme di vicende, oltre che di pensieri, di sensazioni e di desideri. Si può dire che non ci sia argomento che non sia stato toccato dal poeta, che non abbia trovato un consenso o un dissenso e il tutto detto con forbitezza e con la chiara coscienza di compiere un’azione che illumina il senso della vita e le dà una svolta. Direi che Trevisani ha saputo amalgamare con estremo equilibrio ragioni umane antiche e nuove e ne ha saputo trarre questa sorta di sinfonia che parte da “Passaggi in luce”, passa dal mito, attraversa-menti-in-versi, recupera “storie a brandelli”, si ferma a Taranto, naviga verso “i giorni dell’amore”, per la città, per “Le stanze degli affetti, nella sacralità (“Insegnami a graduare / il dizionario / dei significati”) della vita, che poi va… Mi piace ripetere, lo faccio molto spesso, le parole di Oscar Wilde: “Non esistono libri belli o libri brutti, ma libri scritti bene o scritti male”. Questo di Silvano Trevisani è scritto benissimo, con convinzione, con partecipazione, addirittura spesso con evidente passione e ciò mi fa dire che la poesia non è morta, l’amore non è finito, non finirà: “La vita sta passando, e tra segmenti di oggi, mi nascondo, per non dirti gli angoli acuti che hanno i sentimenti”.

 SILVANO TREVISANI, Le parole finiranno, non l’amore, San Cesario di Lecce, Manni, 2020, pp. 128, euro 13.

Dante Maffia
Poeta, scrittore e critico letterario tra i più noti, amico tre gli altri di Spagnoletti, Luzi, Caproni, originario della Calabria ma da molti anni residente a Roma, ha fondato riviste di poesia e ha ricevuto, tra gli altri premi e onorificenze, il Premio Strega nel 1997 per “Il romanzo di Tommaso Campanella

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