25 Febbraio 2021 - Ultimo aggiornamento il: 24 Febbraio 2021 alle 20:03:42


I miei coetanei ricorderanno il comico Gino Bramieri che in “Carosello”, programma televisivo a cura della RAI andato in onda dal 1957 al 1977, faceva pubblicità al “moplen”. “Carosello” consisteva in una serie di scenette, spesso comiche, seguite da messaggi pubblicitari. Quelle che pubblicizzavano il “moplen” prevedevano sempre la rottura di qualche contenitore in vetro, ceramica o coccio, dopo la quale il bravo Bramieri chiudeva la scenetta con l’espressione, poi divenuta tormentone per anni, “E mo e mo? Moplen!”, mostrando l’oggetto in plastica equivalente a quello rotto. Il “moplen”, marchio registrato di una materia plastica ottenuta dal polipropilene, fu inventato negli anni cinquanta dal chimico Giulio Natta, che per tale invenzione ottenne il premio Nobel per la chimica nel 1963. Tale materiale è ancora oggi una delle materie plastiche più utilizzate.

Dagli anni ’50 del secolo scorso in poi, i prodotti in plastica sono entrati nelle case di tutti sotto forma di oggetti di uso comune. Ma oggi, ahinoi, non sono solo nelle nostre case! Abbiamo tutti negli occhi le immagini delle isole di plastica, formate da grandissime quantità di rifiuti che, una volta finiti in mare, per mezzo delle correnti si concentrano in un’unica zona. In esse sono soprattutto evidenti le cosiddette macroplastiche. Vengono definite “isole” per l’altissima densità di rifiuti che conferise loro la forma e l’estensione di una vera e propria isola. Cito solo la più grande, quella situata nell’Oceano Pacifico, scoperta nel 1997, della misura di circa 1,6 milioni di km² (tre volte la superficie della Francia), con 80.000 tonnellate di rifiuti. Di tali “isole” nel mondo ce ne sono altre cinque. Nel nostro Mediterraneo, una è presente tra l’isola d’Elba e la Corsica. Ciò accade perchè la plastica non è biodegradabile; la vita media delle bottiglie di uso alimentare, ad esempio, è stimata a ben 1000 anni. Ormai siamo, o dovremmo essere, tutti consapevoli dei danni che le macroplastiche arrecano alla fauna marina. Mammiferi marini, tartarughe e uccelli muoiono, a centinaia di migliaia ogni anno, perché hanno ingoiato oggetti in plastica scambiati per cibo o perché restano impigliati nelle reti da pesca e annegano. Un fenomeno che riguarda anche i nostri Mar Piccolo e Mar Grande.

La plastica rinvenuta in mare può provenire dalle navi ma l’80% di essa proviene da fonti terrestri. Del resto, un attento osservatore, dai rifiuti accumulatisi sulla costa, può individuare le attività che insistono nello specchio acqueo antistante. Se abbondano le retine tubolari e le funi, ci sarà un impianto di acquacoltura; se predominano bottiglie, contenitori per vernici marine e simili, ci sarà un porticciolo per imbarcazioni da diporto; bicchieri, buste di merendine e patatine fritte, e giocattolini vari indicano la presenza di bagnanti incivili. E qui entriamo in gioco anche noi! Sebbene molte multinazionali si stiano impegnado ad usare imballaggi realizzati con materiali naturali e compostabili e nonostante alcuni poli tecnici stiano realizzando imbarcazioni adibite alla raccolta dei rifiuti, il comportamento individuale è fondamentale. Non abbandonare i rifiuti nell’ambiente non dovrebbe neanche essere raccomandato tanto esso è ovvio! Ma ancora più importante è la raccolta differenziata che permette il riciclo delle materie plastiche, grazie al quale esse vengono trasformate in materia prima usata per produrre altri manufatti. Ad esempio, le bottiglie di plastica possono essere riciclate, anche se al massimo cinque volte; vetro e metalli possono essere riciclati all’infinito.

D’altro canto, la sostituzione della plastica, che ha il vantaggio della leggerezza, con i materiali tradizionali come vetro, metalli, legno, comporterebbe un costo ambientale ed energetico tra le quattro e le sette volte superiore, a causa dei costi di trasporto. Come uscire, quindi, da questo impasse? Con il classico buon senso. Usare contenitori di vetro quando possibile, ad esempio per l’approvvigionamento di acqua da bere, acquistare prodotti imballati in materiale compostabile e prodotti sfusi per usare più volte gli stessi contenitori, usare sportine di cotone. In poche parole, evitare i prodotti usa e getta. Per coloro cresciuti come me nell’ “età della plastica”, si tratta di un radicale cambio di mentalità, non facile e anche scomodo e tuttavia inevitabile. Sottoposti all’azione degli agenti atmosferici, infatti, gli oggetti di plastica si frammentano in parti sempre più piccole, dando origine alle famigerate micro e nanoplastiche. Ma questa è un’altra storia.

Ester Cecere
Primo ricercatore Istituto Talassografico Taranto

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