15 Aprile 2021 - Ultimo aggiornamento il: 15 Aprile 2021 alle 13:32:53

Cronaca News

Caso ex Ilva, i medici di Taranto: «I danni alla salute vanno prevenuti, non compensati»

Cosimo Nume
Cosimo Nume

«Fra le molte reazioni alla nota sentenza del Tar Lecce sulla chiusura dell’area a caldo dello stabilimento Siderurgico di Taranto, tutte pienamente legittime e comprensibili, abbiamo riascoltato la proposta di rendere disponibili ulteriori risorse economiche per affrontare l’emergenza sanitaria connessa all’impatto delle emissioni inquinanti, cui sembrerebbe sottendere tuttora un’ottica eminentemente risarcitoria per i danni alla salute. Più volte questo Ordine ha avuto occasione di ribadire che, in termini strettamente sanitari, un danno alla salute non deve essere compensato quanto piuttosto prevenuto, adottando tutte le misure che il principio di precauzione impone a qualunque attività antropica che presenti rischi per l’integrità psicofisica dei cittadini». E’ l’Ordine dei Medici di Taranto ad intervenire sul nuovo fronte relativo all’ex Ilva, con una nota a firma del presidente Cosimo Nume.

«Rimaniamo fermi in questa convinzione, chiedendo che si abbia cura in primo luogo di attivare, predisporre e rendere operative, da parte di quanti ne hanno responsabilità a qualunque livello, tutte le procedure che escludano per il futuro altro nocumento ai lavoratori e ai cittadini di Taranto» dice ancora il dottor Nume: «Tutto il resto non è neppure politica, arte antica e nobile, ma molto più probabilmente una pervicace miopia con cui si guarda al complesso problema senza alcuna capacità di trovarne le soluzioni». L’associazione PeaceLink esprime «viva soddisfazione» per la sentenza del Tar di Lecce che ha ordinato ad ArcelorMittal lo spegnimento degli impianti dell’area a caldo dell’Ilva di Taranto. «L’area a caldo dell’Ilva è formata da cokerie, altoforni, agglomerato, acciaierie, GRF (gestione rottami ferrosi). Ed è l’area fortemente inquinante che attualmente risulta al centro anche del processo (derivato dall’inchiesta “Ambiente Svenduto”) per i gravi danni inferti alla salute, con gli eccessi di mortalità documentati dalle perizie epidemiologiche e ampiamente sottolineati in questi giorni dal pm Mariano Buccoliero» spiega Alessandro Marescotti.

«Siamo ad un momento cruciale della storia dei Taranto e finalmente viene chiarito dal Tar che la sentenza della Corte Costituzionale del 2013 non può far ulteriormente proseguire un’attività produttiva che continua a procurare danni alla salute dei cittadini di Taranto. Il bilanciamento salute-produzione è saltato. “Il bilanciamento degli interessi antagonisti, così come delineati dal Giudice delle leggi nella Sentenza della Corte Costituzionale 85/2013 risulta macroscopicamente violato”, si legge nella sentenza del Tar di Lecce. Appare quindi acclarato da questa sentenza che il cosiddetto “bilanciamento” fra salute e produzione sia ormai venuto meno alla luce della lunga serie di evidenze sanitarie emerse dal 2013 ad oggi. La messa a norma degli impianti, infatti, rimane incompleta. Per proteggere la salute e la vita della popolazione occorre fermare l’area a caldo dell’Ilva, come ha chiarito il Tar di Lecce. I “ragionevoli limiti” posti al diritto alla salute – in modo da bilanciare tale diritto con il diritto alla produzione – sono stati oltrepassati. Questo chiarisce in buona sostanza nella sentenza. Con riferimento al quadro sanitario ed epidemiologico, il Tar di Lecce ritiene violato il diritto alla salute e il diritto alla vita dei cittadini di Taranto che, si legge nella sentenza, “hanno pagato in termini di salute e di vite umane un contributo che va di certo ben oltre quei “ragionevoli limiti”, il cui rispetto solo può consentire, secondo la nostra Costituzione, la prosecuzione di siffatta attività industriale”.

Si apre adesso una fase nuova per Taranto. Occorre un fronte di iniziative unitario. Esso deve vedere uniti i cittadini con le istituzioni interessate alla tutela dei cittadini. Tutti devono far fronte comune. Al nuovo governo deve arrivare un solo messaggio. Con chiarezza e determinazione, un’intera comunità deve dire basta e deve richiedere che il Recovery Plan finanzi la riconversione dei lavoratori Ilva impiegandoli in attività di bonifica, di utilità sociale e di riqualificazione territoriale. Occorre chiudere definitivamente l’area a caldo senza generare disoccupati, così come è avvenuto a Genova e a Trieste. Il razzismo ambientale deve finire: la salute dei cittadini di Taranto deve valere quanto quella dei cittadini di Genova e di Trieste. La questione meridionale oggi è la rivendicazione di pari diritti e pari dignità nel campo del diritto alla vita e alla salute. La questione meridionale oggi ha un nome e questo nome è Taranto. Il nuovo ministro della Transizione Ecologica non faccia ricorso contro questa sentenza ma la accolga come una opportunità. Al nuovo ministro chiediamo che si lavori per chiudere la fonte delle sofferenze di un’intera comunità e per progettare un’ecoriconversione basata su attività non inquinanti». Il Codacons ha inviato una istanza al nuovo Ministro della Transizione ecologica, Roberto Cingolani chiedendo, alla luce della nuova sentenza del Tar Lecce che dispone la chiusura entro 60 giorni dell’altoforno a caldo, l’avvio di un nuovo tavolo di confronto a Taranto.

“La situazione che si è creata sull’ex Ilva impone di aprire un nuovo tavolo tra tutte le parti in causa, volto a definire i prossimi passi per dare attuazione alle disposizioni ministeriali e comunali e alle sentenze del Tar, ma soprattutto risolvere in modo definitivo la questione ambientale di Taranto – spiega il presidente Carlo Rienzi – Va poi studiato il nodo dell’occupazione, allo scopo di tutelare i lavoratori dell’acciaieria i cui diritti devono integrarsi con la primaria esigenza di tutelare la salute e l’ambiente”. “Riteniamo inoltre che il nuovo Ministero debba necessariamente costituirsi in giudizio al Consiglio di Stato, per contrastare il ricorso di ArcelorMittal contro la sentenza del Tar Lecce” aggiunge Rienzi.

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