17 Aprile 2021 - Ultimo aggiornamento il: 17 Aprile 2021 alle 18:16:49

Cultura News

L’insolenza e l’arroganza linguistica equipaggiata dalle tecnologie digitali


L’arroganza linguistica equipaggiata dalle tecnologie digitali all’ultima moda e sponsorizzata da immense risorse manovrate dal capitalismo economico è diventata soverchiante. Espressioni logore, eccesso di parolacce, anacoluti troppo esibiti. Sparute frasi, dopate da una raffica di aggettivi e atrofizzate dalla struttura sintattica sincopata e da una punteggiatura svilita. Gesti – verbali (hate speech) e non – discriminatori, sulla base di principi etnicorazziali, politico-religiosi, di orientamento sessuale, come spari che deflagrano ai quattro angoli del web.

E non solo. Un dire “senza parole” (senza significati) ma carico di rumori (di significanti), privo del tempo lungo della riflessività, della densità del concettualizzare, della ricerca-costruzione dell’ordine logico, e segnato dalla dissoluzione dei modi verbali, uno per tutti, il congiuntivo. Il comunicare dei più viene dominato da messaggi rozzi, semplificati (frasi ad effetto non più lunghe di due righe), da discorsi inesistenti e affermazioni perentorie: in genere di promesse o di minacce. È un’illusione che nasconde la sconfitta di chi non sa parlare (e non sa scrivere) che precipita nelle rapide dello sfogo e del risentimento e non già di chi frequenta le vie lente nello spazio della ragione. Non sfugge come non sia affatto semplice, soprattutto nei momenti difficili, quando per ciascuno è più urgente far sentire la propria voce ed esprimere i propri problemi, evitare l’uso di un linguaggio forte, fatto di proclami, invettive, insulti: viene giustificato dalla necessità di liberare la realtà dalle parole che l’hanno deformata per “dire le cose come sono”.

Molto spesso, nel corso dell’esistenza, il modo di parlare (e di scrivere) è stato offensivo, violento, riduttivo. Ciò che è nuovo, nella situazione odierna, è l’impatto prodotto dall’abbruttimento e dalla monotonia del linguaggio sugli ideali e sulle pratiche della parte (più) giovane e alfabetizzata della società. Certo, l’odierno chattare multimediale ha la sua densità emancipativa, oltre che espressivo- comunicativa, anche sotto il profilo politico, per via dell’allargata partecipazione di tanti che finora non avevano voce. Non manca, però, il dubbio che il vizio sia strutturale e che Internet oggi rappresenti il vero ambiente sociale in cui si elabora un’alternativa alla democrazia rappresentativa o meglio si lavora al suo svuotamento. Il computer e lo smartphone stanno sempre più diventando l’unica porta di accesso alla realtà. Così la persona concreta “sparisce a favore di un essere virtuale”, molto più facilmente volatile (cioè celabile) epperciò manipolabile dai demagoghi che indicano capri espiatori e promettono soluzioni miracolose purché ci si affidi alla loro guida “paterna”.

Al momento non mi sento di poter riconoscere nel web un pensiero pensato, un testo argomentato, un messaggio convincente. Proprio perché mi sembra non tanto uno dire carico di significato quanto meramente reattivo o semplicemente “fatico”, in breve: fortemente attento ai significanti non già alla densità dei significati. Il parlare cui occorre oggi guardare, più che mai in una temperie pandemica gravissima, non deve esser mera reazione, né frammento disarticolato (che, o addirittura destrutturato e nemmeno emoticon), bensì proposizione razionale, attestante organizzazione dei propri pensieri e governo dei propri processi cognitivi.

È il modo di raffreddare le percezioni, le emozioni e talora le passioni, di difendere lo spazio della riflessività e, quindi, ricercare quella chiarezza, trasparenza ed essenzialità (concinnitas: Nihil est enim in historia pura et inlustri brevitate dulcius) (Cicerone, Brutus, 75,262), note agli antichi, smarrite da noi. Dove brevità non vuol dire slogan, né frasi mozze e non articolate. Questo non significa -si badipropendere per un parlare sbilanciato sulle esperienze linguisticamente ortodosse né segnato dal culto della forma, dalla aulicità (!) e, conseguentemente, dalla messa tra parentesi della ruvida e babelica vitalità del mondo. Significa, semplicemente, attestare il proprio io, il proprio essere persona, con “una lingua che dice”, che sa di plein air: che ha una presa diretta sulla realtà nelle sue articolazioni plurime, ricche di tensioni e di risorse. Saturo di mondo e ad alta densità denotativa piuttosto che a valenza connotativa. Un parlare che cerca i nessi: impegnato ad annullare le divisioni del potere. Il potere divide; la democrazia connette. È il senso sociale della sintassi.

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