11 Aprile 2021 - Ultimo aggiornamento il: 11 Aprile 2021 alle 08:07:16

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Le cerimonie della fine dell’inverno: la Quaresima


Torniamo, dunque alle cerimonie “della fine dell’inverno o di Carnevale-Quaresima”. Dopo aver parlato del Carnevale, appena concluso, vediamo ora i riti e le tradizioni del periodo della Quaresima. La Quaresima di ieri e di oggi

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Nella letteratura popolare della Quaresima esiste un antico “fableau” del XIII secolo, intitolato “ La battaglia di Charnage e di Carème “. In questo “fableau” si racconta di re Luigi IX che, durante una sua festa, si trovò ad ospitare il “Cavalier Charnage”, uomo stimato e onorato da re e da principi e da tutti amato, ed il “Cavalier Carème “, l’amico dei re e degli abati, signore assoluto dei mari, dei monti e degli stagni. Fra questi due cavalieri sorge un dissidio per gelosia, che determina un duello: “Carème” si presentò a cavallo di un pesce, con una ruota di formaggio per lo scudo, una sogliola tagliente per strada ed infine castagne, burro, e formaggio e frutta secca per munizioni.

“Charnage” di contro cavalcava un grosso cervo (che portava sulle copiose corna moltissime allodole) ed aveva anche sul capo un elmo formato da un pavone ed un pezzo di cinghiale. L’esito della battaglia fu per molto tempo incerto, ma alla fine “Carème” fu costretto ad arrendersi; tuttavia l’arrivo di un re molto potente (Sua Maestà il Natale) impose una pace giusta e decorosa: si stabilì che il “Cavalier Carème” riapparisse soltanto per quaranta giorni durante l’anno e per due giorni alla settimana, ma gli fu imposto di diventare vassallo del nuovo re “Charnage”. La Quaresima non è sempre stata di quaranta giorni: anticamente il digiuno durava, nella Chiesa Romana, 36 giorni e solo nel V secolo ne vennero aggiunti altri quattro in tutte le Chiese occidentali, tranne in quella Ambrosiana. Gli antichi monaci latini celebravano tre quaresime, di quaranta giorni ciascuna: la principale prima di Pasqua; la seconda prima di Natale; la terza dopo la Pentecoste, nella festività di San Giovanni Battista. Invece i monaci greci osservavano cinque quaresime: quella precedente la Pasqua, detta degli Apostoli; quella dell’Assunzione; la terza di Natale; quella della trasfigurazione, e l’ultima nel normale periodo.

I Giacobiti ne facevano una sesta, detta la “ Penitenza di Ninive “; i Padri Maroniti una settima, chiamata “ Esaltazione della Santa Croce”. Il limite temporale di quaranta giorni nacque dalla considerazione che tale numero era abbastanza ricorrente nella religione ed era sempre associato all’idea della penitenza e dell’afflizione: quaranta giorni ed altrettante notti era durato il diluvio che aveva distrutto l’umanità; quaranta giorni aveva digiunato Mosè prima di ottenere da Dio la Rivelazione e le XII Tavole sul monte Sinai ; infine e “ in primis “ Gesù aveva digiunato nel deserto per quaranta giorni. Ma oltre queste ragioni di un simbolismo profondo, furono escogitate anche altre giustificazioni aritmetiche alle quali veniva attribuita molta importanza. S. Gregorio affermava che bisognava adempiere al Decalogo e per fare ciò che era necessario osservare il Vangelo e quindi digiunare tanti giorni quanti sono i libri del Vangelo, cioè quattro per ogni precetto del decalogo: “et quia denarius quater dictus in quadragenarium surgit “. Fissato definitivamente il periodo della durata della quaresima, si andarono codificando ed ampliando le varie cerimonie ed i riti; a tal fine la somministrazione delle Ceneri ai fedeli rivestì, sul principio, carattere di grande solennità.

Esse erano attratte, secondo un antico rito, ancora praticato, dalle palme benedette della domenica delle Palme dell’anno precedente. Ma quella delle Ceneri non è che una funzione simbolica e non costituì mai la parte sostanziale della quaresima, che invece che era l’osservanza delle digiuno. Tale pratica fu imposta dalle leggi religiose di vari popoli, fin dalla più remota antichità: nei Libri sacri dell’India, nei papiri egiziani sono, infatti, indicati numerosi precetti sul digiuno. Nell’osservanza della quaresima gli orientali sono più severi dei Cristiani d’Occidente: nella chiesa greco-scismatica il digiuno è di stretto rigore durante tutti i quaranta giorni per tutti i fedeli e anche per le gerarchie ecclesiastiche, compreso il Patriarca. Fra i protestanti, invece, soltanto la Chiesa anglicana ha conservato la pratica del digiuno. Sono pure famosi i digiuni del popolo ebreo e la quaresima dei musulmani, il “Ramadam “, con prescrizione di digiuno assoluto dall’alba al tramonto. I primi monaci cristiani praticavano il digiuno con grande austerità: in Egitto, per esempio, non assumevano che poco pane e poca acqua per tutta la giornata. Durante il periodo quaresimale, oltre alle digiuno è prescritta anche l’astinenza, che era di rigore tutti i giorni eccetto la domenica e si concludeva con l’unico pasto giornaliero da tenersi solo dopo il tramonto del sole. Soltanto all’inizio del secolo XVI la Chiesa concesse di aggiungere al pasto principale la cosiddetta “ colatio “ e in seguito fu anche ammesso l’uso moderato della carne, che prima era assolutamente vietata. Tutte queste prescrizioni sul digiuno erano pubblicate annualmente a Roma su un apposito “Editto sull’osservanza della Quaresima“.

Accanto alle pratiche religiose vi sono altre manifestazioni del folclore popolare: in Toscana il giorno delle ceneri si fa baldoria, perché ricorre il cosiddetto ciò “ carnevalino “. Inoltre, un’ultima eco del carnevale sia nella prima domenica di quaresima battezzata con il nome di “ pentolaccia “; si tratta di una antichissima consuetudine che ha origine nel desiderio di prolungare ancora un po’ l’allegria del carnevale. Sempre durante questa domenica i contadini romagnoli usavano festeggiare la “fagiolara “ alle ragazze che non avevano marito: si spargevano sulla soglia delle case di tali ragazze legumi di ogni genere (fave, ceci, fagioli). A Napoli e in quasi tutta l’Italia meridionale c’era la consuetudine del fantoccio di quaresima: il mercoledì delle ceneri in ogni piccolo pendeva un fantoccio scheletrico, con ampio vestito a campana sotto il quale si notava un’arancia nella quale erano conficcate delle penne di gallina. Il fantoccio rappresenta la quaresima e le penne stanno ad indicare le sette settimane di penitenza che precedono la Pasqua. Ogni sabato a mezzogiorno veniva strappata una penna ed il sabato santo, quando le campane suonano a festa per annunciare la resurrezione di Gesù, veniva strappata l’ultima penna e si dava fuoco il fantoccio.

A metà Quaresima si usava, un tempo, interrompere la penitenza e a ripetere qualche baldoria. A Roma, alcuni popolani costruivano un fantoccio con stracci, fichi, frutta secca, arance, ed il fantoccio rappresentava una vecchia signora, che simboleggiava l’immagine del digiuno. Tale fantoccio veniva squartato, dopo essere stato portato in corteo, per indicare che era trascorsa mezza quaresima. Una delle due metà del fantoccio veniva lasciata alla gente che a gara si contendeva la preda. Ma tali cerimonie di mezza quaresima erano diffuse anche altrove: in Toscana circa l’usanza dello squartamento di fantoccio ci imbottiti di fichi e noci secchi, fissati su una scala. Quando tale consuetudine scomparve, rimase però l’uso di attaccare di nascosto una scala di carta sulle spalle delle donne che camminavano per le strade di Firenze. In Sicilia, a Palermo, la “serrata di la vecchia “, che fu effettuata sino al 1737, aveva un valore storico e mito logico: un’anziana donna era trasportata sopra un carro trainato da buoi, assistita da due “lazzoni “ che avevano appunto il compito di assistere i condannati a morte.

Giunta in una piazza, la donna e la condotta su un palco, dove due e finti carnefici simulavano di ucciderla, tagliandole il collo o meglio, una vescica piena di sangue appositamente sistemata. Anche in molte altre parti d’Italia si usava “ segare “ la quaresima, come per esempio, a Forlimpopoli, a Brescia, o comunque non riprendere le baldoria. Ciò accadeva non solo in Italia ma anche in Francia e in Grecia, dove c’è la festa della “Koùlouma “, il ritorno alla terra. Come si può notare per la mezza Quaresima troviamo tradizioni più o meno caratteristiche, le cui origini risalgono al desiderio di interrompere la durezza del periodo di penitenza e di digiuno.

La festa russa di “Maslenitsa”
Una festa di origine slava che da un lato vuole dare l’addio all’inverno (simboleggiato dal fantoccio che viene bruciato) e dall’altro introduce al periodo quaresimale della Chiesa ortodossa è la festa russa di “Maslenitsa” o Maslenizza. È la festa del Calendario folcloristico russo, collegata con l’ addio all’inverno, il cui inizio risale al tempo antico. La Maslenitsa risale ai tempi dalle culture pagane e che è sopravvissuta anche dopo l’adozione del cristianesimo. La Chiesa ortodossa l’ha inclusa nell’elenco delle proprie festività, denominandola “Settimana del burro” (Syrnaja nedelja) o “Settimana senza carne” (Mjasopustnoj nedelja). Con l’avvento del cristianesimo la festa venne collocata nell’ ottava settimana prima di Pasqua – dal lunedì alla domenica – cioè alla vigilia della Quaresima, periodo durante il quale non si poteva mangiare carne. Ogni giorno aveva il suo nome. Molti riti sono stati collegati con gli sposi, considerati fecondi e per questo capaci di condividere la loro forza con altra gente e con la natura. Nei giorni dal lunedì alla domenica gli sposi effettuavano i seguenti riti: Andavano in slitte e più lungo era il percorso, maggiormente cresceva il lino. La gente cercava di andare insieme con gli sposi. Alla fine gli sposi dovevano baciarsi. Facevano una passeggiata attorno al villaggio con i cavalli adornati di campanelli, il tutto con accompagnamento di musica e canzoni.

Anticamente questo rito serviva a proteggere il villaggio dai demoni. Cucinavano e mangiavano il cibo per la festa – crepes,pasticcini, polenta – per augurare abbondanza durante tutto l’anno. Commemoravano i defunti: in uno dei sette giorni ci si recava ai cimiteri. Combattimento corpo a corpo: i lottatori all’ inizio fingevano di non voler combattere. In alcuni regioni della Russia era popolare il gioco “ La presa della città fatta da neve”. Creavano e distruggevano il pagliaccio di “Maslenniza”: il simbolo dell’inverno era fatto a pezzi oppure bruciato. Facevano rotolare dalla collina la ruota infiammata: La ruota era il simbolo del sole. Svolgevano la cosiddetta “congiura degli spiriti del focolare domestico”: uno dei posti, dove abitava il genio della casa era il forno, considerato il centro della casa, sorgente del calore, della luce, il posto per cuocere, il posto vicino al quale si dormiva e ci si curava quasi il “genio della casa”, al quale il popolo credeva di poter chiedere e ottenere favori e protezione. Perciò il primo pane preparato era dedicato al “genio della casa” e a sua moglie.

Quando si cambiava casa ci si portava dietro il genio vecchio dalla casa precedente. I “riti di Maslenniza “ avevano, dunque, la funzione di rigenerare le forze della terra, aumentare il raccolto dell’anno successivo. Anche il pagliaccio di “Maslenniza” era collegato con il raccolto dell’anno successivo: la paglia era il simbolo del grano e con la distruzione del pagliaccio si simboleggiava nello stesso tempo la distruzione del passato e l’approvvigionamento sicuro per il nuovo anno.

Stefano Milda
Vice presidente Società Dante Alighieri Comitato di Taranto

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