25 Febbraio 2021 - Ultimo aggiornamento il: 24 Febbraio 2021 alle 20:03:42

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Francesca da Rimini nel canto V dell’Inferno


Dante Alighieri

Ritorniamo a parlare di Dante e di alcuni personaggi della sua “Commedia”. Paolo Malatesta e Francesca da Polenta, per esempio, o più semplicemente Paolo e Francesca, gli amanti per antonomasia, protagonisti sventurati di una tragica storia con un finale da cronaca nera comprensivo di fratricidio e “femminicidio” ante litteram.

Francesca da Polenta, contessa di Rimini, non sembra vivere una vita circoscrivibile nel tempo; grazie a Dante, infatti, la sua storia non è scaduta nel pettegolezzo erudito o maligno né è stata sfocata dalla leggenda popolare, sorte toccata invece alla baronessa di Carini, ma si è consegnata all’eternità e si è riscattata nella poesia. Di lei, la Francesca della storia, sappiamo ben poco; sappiamo, cioè, che fu malmaritata, adultera e poi trucidata dal marito insieme all’amante che era suo cognato. Per ripercorrere le vicende esistenziali di Francesca, prima dell’infausto matrimonio, dobbiamo cominciare dal luogo in cui nacque, Ravenna, sul delta del Po, più vicina al mare di quanto non sia oggi, da dove passavano due rami del fiume, uno presso la città e l’altro entro le mura. Francesca doveva essere bella e gentile per nascita e costumi: era figlia, infatti, del signore di Ravenna, Guido da Polenta, di simpatie guelfe, consegnato alla storia col soprannome di Minore.

Nel castello di Polenta la giovane Francesca cresceva probabilmente tra l’amore disattento dei genitori, avendo come diversivi i riti religiosi nella chiesa di San Donato che ispirò Carducci (…Forse Francesca temprò qui gli ardenti/ occhi al sorriso) e la lettura dei romanzi del ciclo bretone che parlavano di amori e di avventure e che piacevano tanto alle dame del tempo perché vicini al loro modo di sognare la vita, di sentire e di amare, e che, con ogni probabilità, facevano battere il cuore anche alla giovane e fantasiosa Francesca. La giovinezza serena della ragazza fu poi stritolata dalla ragion politica e dal tradimento del padre. L’adultera Francesca, infatti, la traditrice del marito e del vincolo matrimoniale, era stata precedentemente vittima proprio del tradimento del padre che l’aveva obbligata a sposare il viciniore Gianciotto Malatesta, signore di Rimini, giusto per mettere pace fra due famiglie sempre inquiete e in guerra fra loro.

Da quest’unione nacquero due figli che furono chiamati Francesco e Concordia. Ma la nascita dei figli non aveva rasserenato la sventurata nobildonna, condannata a vivere in un ambiente sicuramente ostile, con un marito violento, sgraziato e zoppo (questo il significato di “ciotto”) cui si aggiungeva il cognato, Malatestino, fratello maggiore del marito, che Guido da Montefeltro, nel canto XXVIII dell’Inferno (v. 81), definisce tiranno fello e traditore. Decisamente non c’era da stare allegri. Unica evasione da tanta angustia era stata la relazione con l’altro cognato, Paolo, lui sì, bello e attraente. Boccaccio e l’Anonimo Fiorentino spiegano che Guido da Polenta avrebbe sottoposto al marital giogo la figlia con matrimonio per procura. Al posto di Gianciotto sarebbe comparso per la trepida e ansiosa Francesca il bel cognato Paolo che poi avrebbe condotto l’ignara sposina a Rimini fra le braccia del brutto gaglioffo destinatole per marito. Queste le attenuanti generiche di un adulterio che si giustificherebbe da sé senza l’aggiunta di commenti.

Per lord Vernon, che volle chiosare il quinto canto dell’Inferno, Francesca era stata promessa a Paolo e Gianciotto la sposò per procura ritenendo, poi, retorica la postilla della consegna della sposa al fratello, preferendo tenere per sé la donna giovane e bella; il che non può essere vero perché Paolo era sposato a sua volta con Orabile di Ghiaggiolo e padre di due figli, Uberto e Margherita. Boccaccio sostiene che fra i due cognati scattò l’attrazione fatale e che la relazione si protrasse per parecchio tempo: Perseverando Paolo e madonna Francesca in questa dimestichezza scrive Boccaccio che integra le notizie dimostrando come, nel castello di Gradara vicino a Pesaro, dove si dice che i due amanti furono colti in flagrante adulterio da Gianciotto e da lui uccisi intorno al 1284 o 1285, Paolo avesse pensato a un sistema di botole e vie sotterranee onde fuggire dalle stanze di Francesca in caso di improvviso pericolo. D’Annunzio che s’ispirò a questo episodio dell’ Inferno per scrivere una tragedia, la Francesca da Rimini, accusa Malatestino di aver scoperto e svelato la tresca amorosa a Gianciotto per vendicarsi di Francesca da cui era fortemente attratto e che l’aveva respinto. Per la cronaca, i corpi dei due amanti vennero ritrovati a Rimini entro un’arca di marmo, nella chiesa di Sant’Agostino, sul finire del 1500.

Cronista del tempo fu un tal Corsuccio da Sascobaro che rimase colpito, all’esumazione delle salme, dall’ottima conservazione delle loro vesti di seta: …Ambedue con un colpo di pugnale miseramente uccisi- scrive il cronista- le vesti dei quali erano di seta, e per tanti e tanti anni state in detta arca, apparivano belle e come nuove. Dante procede per grandi sintesi, scarta ogni elemento morboso della vicenda e punta sui due tragici protagonisti del quinto canto dell’Inferno, riassumendo la loro tragedia in quattro terzine. Dante chiede a Francesca come fecero entrambi a capire, al tempo dei dolci sospiri e dei dubbiosi disiri, che l’amore era corrisposto.

Francesca, mentre Paolo piange a di rotto, anche se il ricordare le procura dolore, racconta che, ignari di quello che sarebbe accaduto, galeotto un libro e l’autore del libro che stavano leggendo sugli amori illegittimi fra la regina Ginevra, moglie di re Artù, e Lancillotto, cavaliere della Tavola Rotonda, entrambi s’immedesimarono nella lettura fino ad essere vinti da un sol punto:

Noi leggiavamo un giorno per diletto di Lancialotto come amor lo strinse; soli eravamo e sanza alcun sospetto. Per più fiate li occhi ci sospinse quella lettura, e scolorocci il viso; ma solo un punto fu quel che ci vinse. Quando leggemmo il disiato riso esser basciato da cotanto amante, questi, che mai da me non fia diviso, la bocca mi basciò tutto tremante. Galeotto fu il libro e chi lo scrisse: quel giorno più non vi leggemmo avante. (If V, 127-138)

Perché “non vi leggemmo avante”? Perché, informato da Malatestino e sopraggiunto in quel preciso momento, Gianciotto, colto da un raptus d’ira, li aveva uccisi con due stoccate al cuore? O forse perché i due giovani, chiuso il libro, smisero di leggere e fantasticare per iniziare una relazione che durò un certo periodo di tempo fino alla conclusione tragica? Condannata a essere travolta da una bufera senza mai tregua insieme a Paolo e alle altre anime dei lussuriosi, nel secondo cerchio dell’Inferno, Francesca, colma d’infinito rancore, ha l’unica gioia feroce di sapere che Caina attende chi a vita ci spense (If V, 107). Gianciotto (che, dopo aver commesso il duplice omicidio, si risposò con Zambrasina del fu Tebaldello Zambrasi da Faenza dalla quale ebbe ben cinque figli), quando morirà, scenderà ancora più giù, nella prima zona del nono cerchio infernale, detta appunto Caina, dove scontano le loro colpe i traditori dei familiari. Amara soddisfazione, ma pur sempre soddisfazione…

José Minervini
Presidente Società Dante Alighieri Comitato di Taranto

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