06 Marzo 2021 - Ultimo aggiornamento il: 05 Marzo 2021 alle 18:00:25

Cronaca News

Diffamazione attraverso i social, una condanna che insegna molto

Aula di tribunale
Aula di tribunale

Una sentenza educativa. Pedagogica, si potrebbe dire. La condanna per diffamazione di Francesco D’Eri, al di là dell’entità della pena, insegna almeno un paio di cose ai temerari del web. D’Eri, militante di Fratelli d’Italia molto attivo su Facebook, è stato condannato dalla Seconda Sezione penale del Tribunale di Taranto per aver diffamato il sindaco Rinaldo Melucci.

In una sua diretta su quel social network, D’Eri si produsse in una invettiva riguardante una trasferta istituzionale del sindaco con il suo staff a Roma, al Ministero dello Sviluppo Economico, per uno degli incontri sulla vicenda Ilva. In particolare D’Eri si soffermò sulle modalità di pagamento e di rimborso delle spese di soggiorno per quella trasferta istituzionale. Si spinse però oltre, con affermazioni che il giudice Chiara Panico, che lo ha condannato, ha definito «illazioni» relative alla sfera privata del primo cittadino e per questo ritenute offensive della reputazione del sindaco, che nel giudizio si è costituito parte civile, assistito dall’avvocato Fausto Soggia. Nella motivazione della condanna, il giudice opera una illuminante distinzione: la parte del discorso pronunciata da D’Eri relativa alle spese di viaggio (circostanze che comunque Melucci ha agevolmente chiarito nel dibattimento) rientravano nel diritto di cronaca e di critica, perché si trattava di notizie che, si legge nella sentenza, «potevano certamente avere un interesse per la collettività» e quindi da considerarsi di interesse pubblico.

Non lo stesso invece può dirsi delle parole allusive che, rileva il giudice, «esulano da ogni diritto di cronaca e di critica politica, risultando non utili alla collettività e, come tali, gratuitamente invasive dell’altrui sfera personale e lesive dell’altrui reputazione». Quelle illazioni pronunciate dal D’Eri, osserva ancora il giudice, «non sono certamente necessarie ai fini dell’informazione, non risultano riscontrate, sono gratuite e infamanti, oltreché non pertinenti né di pubblico interesse per la collettività, il cui unico interesse è quello del buon andamento della pubblica amministrazione», e non certo quello di spiare dal buco della serratura la vita privata altrui. Parole, quelle di D’Eri, giudicate «gratuitamente offensive, non rispondendo davvero ad alcun interesse pubblico da soddisfare, ma solo ad un inutile pettegolezzo sulla vita privata della carica pubblica».

Vi è da dire che nel dibattimento D’Eri si è scusato con la parte offesa, «sintomo – rileva il giudice – di una sua presa di coscienza dello sbaglio commesso». Ciò non gli è servito tuttavia ad evitare il riconoscimento della sua colpevolezza da parte del Tribunale che lo ha condannato alla pena di 600 euro di multa – così come chiesto dal pubblico ministero Emira Morciano – oltre al pagamento delle spese processuali, con pena sospesa e non menzione nel casellario giudiziale. D’Eri dovrà, inoltre, rifondere le spese di costituzione della parte civile. L’attivista è stato infine condannato al risarcimento dei danni che dovranno essere liquidati davanti al giudice civile. Dicevamo quindi che questa sentenza insegna almeno un paio di cose. La prima: Facebook e gli altri social non sono una prateria sconfinata dove si possono compiere scorribande al di fuori di ogni rispetto della legge. Il codice penale vale anche su Facebook e, anzi, sarebbe auspicabile che questa sentenza, oltre a fungere da deterrente per evitare altri comportamenti diffamatori, fosse di incoraggiamento per quanti vengono dileggiati sul web: si può denunciare e si può ottenere la condanna di chi ha diffamato o ingiuriato.

La seconda cosa che insegna: la critica politica è una cosa, l’oltraggio alla persona è altro. Si può fare politica, si può criticare anche in modo aspro e deciso, ma mai spingendosi all’insulto, alla diffamazione, all’oltraggio della dignità della persona. Che questa sentenza sia davvero un insegnamento. Per chi subisce e, soprattutto, per chi sul web crede di poter infamare liberamente.

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