06 Marzo 2021 - Ultimo aggiornamento il: 05 Marzo 2021 alle 18:00:25

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Cultura e fede: la consapevole emarginazione, anche politica, del Cristianesimo

Foto di Benedetto XVI
Benedetto XVI

Caro direttore,

all’Università di Torino talune rappresen­tanze di studenti di una formazione politica hanno proibito ad altri allievi di sostenere, anche se a distanza, gli esami senza simbo­li religiosi al loro collo o presso i loro stru­menti di studio; insomma mettere da parte il Crocifisso o altra immagine santa e sacra della Fede cristiana.

Non mi meraviglio, caro direttore, di tale insulsa e atea, nichilistica iniziativa perché purtroppo essa è l’effetto e non la causa di un a lontana ma reale emarginazione della Fede cristiana.

Non si dimentichi che fu proibito all’Univer­sità degli Studi di Roma che il Pontefice Be­nedetto XVI potesse tenere un discorso agli studenti di quell’Ateneo.

E fu proibito da un gruppo minore di stu­denti.

Le Autorità accademiche non si offesero.

Come è noto il testo del Trattato Costituzio­nale per l’Europa, approvato a Bruxelles, non contiene alcun riferimento alle radici cristia­ne del nostro continente europeo. Ed è stato anche eliminato un passo dello stesso storico greco Tucidide sul valore della democrazia.

Ora non scrivo, direttore, da cattolico cri­stiano quale fui e sono, ma, modestamente, da studioso della civiltà umana nel mondo e, con ferma coscienza, posso dire che il volto dell’Europa già dal tempo di Carlo Magno era fondato su fermi valori di “Humanitas” cristiana; erano i Vangeli il primo punto si­curo della civiltà stessa europea. L’esclusio­ne della Fede come civiltà della vita, prima che religione di vita, è forma di essenziale struttura etica e morale oltre che di cultura, di arte e di umana saggezza.

Ecco il perché il pur laico filosofo Croce scriveva: “non possiamo non dirci cristiani”. È la civiltà immensa che il Cristianesimo ha dato all’umanità tutta.

In tal senso l’emarginazione della Fede cri­stiana come civiltà di esistenza, non è solo emarginazione di una religione che fu dei Padri, ma è segno di una discriminante di vita che potrebbe avere ed ha riflessi negativi sull’etica stessa della vita.

Il Cristianesimo, come Fede, è armonia, è verità del sentire e del fare perché è fonda­mentalmente religione umana che non ha bisogno di mitologia o di altra religione in­conciliabile con quella evangelica che, pur avendo la sua luce eterna da Dio, si basa sulla volontà dell’uomo di realizzare il bene fraterno e la reciproca forza educativa del sempre rinascente spirito dell’uomo.

Un grande scrittore russo, Tolstoj, alla fine dell’800, scriveva che la sua cristiana fede era nella sapienza del Vangelo che gli stessi cristiani, o che si dicono tali, leggono poco o non leggono affatto.

Testimonianze della stessa Fede è quella “Risurrezione, che è una parola metaforica

come a dire di una costante resurrezione dal male che è sempre nel Caino dell’uomo.

Ed era tale il pensiero agostiniano in tem­pi oramai lontani, ma sempre presente, nel nostro tempo. Tutta l’Europa è vissuta, e da millenni vive, perché ha le radici nel più alto sentimento che l’uomo ha avuto in dono: la “Caritas”: l’Occidente ha allontanato il divi­no e continua a smarrirsi in una crisi che non è di esperienza, ma di coscienza: a tal punto che l’ateismo o altro da questo è vicino ad una materialismo di ignobile conseguenza nel costante ritmo della esistenza.

Se si deteriora la civiltà cristiana prenderan­no vita ed iniziative altre religioni che sono alle spalle della nostra avviata ad una incom­prensibile esterofilia.

La nostra civiltà cristiana, lo ricordino i cri­stiani-cattolici, ha come progenitori le gran­di civiltà greca e latina.

In quelle civiltà non mancò mai il senso del divino e non mancarono di avere quella teo­fania; il loro divino si manifestò nelle opere di Omero, di Pindaro, di Eschilo, di Fidia e nel mondo romano avvertirono il dono del loro divino Virgilio e Seneca, Orazio e Mar­co Aurelio; crearono il “mito” e quel “mito” unì popoli di diversa etnia e di differente co­stume sociale.

Furono i greci e latini che trasmisero ai cri­stiani tutti quello spazio-tempo della loro religione che fu motivo per gli uomini di ascendere e comprendere il “divino”.

Il loro divino nel quale la parola e la luce della Croce furono il completamento della visione teofanica della vita; da quella Croce nacque un nuovo mondo di costruttiva virtù umana, ma quella Croce fece dire a Dante che anche “Curto era romano”.

Caro direttore, non possiamo più essere cri­stiani in segreto. La libertà costituzionale di culto non consente l’emancipazione di una Fede a visione di altra; e se la Fede cristiana si smarrisce o rallenta la sua opera suprema di bene e di pace e di carità fra gli uomini, a motivo di un declassamento della stessa con­cezione della vita, ebbene tutto ciò non fa di noi cristiani-cattolici ma entità di credenti per storia e non per virtù della storia.

Per tal motivo vegeteremo. Non ci sarebbe­ro stati nella nostra Fede né Dante, né Mi­chelangelo, né Galileo. Né ci sarebbero tutti quei Santi che “portarono la luce di Cristo sulla terra”.

E allora tutti noi gradiremo ascoltare la sicu­ra parola del nostro Pontefice e la sua voce redimerà, ne sono certo, molte anime oggi perdute o smarrite. E la parola del nostro Francesco si unirà a quella del divino Fran­cesco.

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