04 Agosto 2021 - Ultimo aggiornamento il: 04 Agosto 2021 alle 19:40:00

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La poesia per riflettere sulla giustizia sociale

foto di Letture poetiche sulla Rotonda del Lungomare
Letture poetiche sulla Rotonda del Lungomare

Anche Taranto ha partecipato all’iniziativa della nazionale italiana poeti “Attacco poetico“, che vuole attraverso le parole della poesia riflettere sulla giustizia sociale. Lo ha fatto in un luogo simbolico, per Taranto, la Rotonda del Lungomare, che s’affaccia su mar Grande, che guarda le due splendide isole Chèradi, San Pietro e San Paolo, quest’ultima nota alla cultura mondiale per aver avuto le spoglie di Choderlos de Laclos, il grande autore de “Les Liaisons dangereuses”.

Lo ha fatto, in una splendida giornata di sole, anticipo di primavera, attraverso l’iniziativa di Marco Tagliente, socio dell’associazione culturale Gruppo Taranto. Impossibile riportare tutte le liriche (come per esempio la bellissima “Milano”, di Aldo Perrone, dedicata (1998) alla memoria della sorella Maria. che l’attrice Roberta Fiordiponti ha letto con particolare commozione, e momenti significativi dell’evento. Qui riporteremo però le liriche legate più strettamente alla tematica sociale. In apertura della manifestazione una poesia che congiunge idealmente l’Isola di San Paolo all’Isola d’Elba, tratta dalla raccolta “Il lucido Frammento/ Poesie Elbane/ Turno di navigazione”, di Perrone.

La poesia “Una stagione lontana” (letta dall’autore): “Una stagione lontana / (c’era in lontananza un’isola bassa / e accanto forte Laclos, e il mare era un incanto / calmo, con gli amici, / i nostri) / un sogno in ogni sguardo/ (dall’altro mare c’era lo scoglio / avanti a Livorno) / una speranza ogni palpito/ un giro di vite in ogni cuore umano/ un giro di sogni/ in ogni amore// (una stagione lontana / dove il canto erano i pensieri / e il sogno non sapeva / estinguersi)”. È subito seguita la lettura di due poesie della poetessa tarantina Barbara Gortan “Un’onda lunga un palmo”. Legge l’autrice: “Un’onda lunga un palmo/di vento, il sole/già calmo// Il mare era grande./Bambina, benedetta/tra le onde/anche tu riapparivi//La luce aveva la gravità /dell’eco.//Come se a guardare il passato/ qualcosa tornasse”. Poi una lirica delicata: “In ozio assorta”: “In ozio assorta/nella notte aperta/come coprire/l’occhio mal chiuso/ce l’ho fatta/a fermare i ragni sul mio cuore, /e inizio a lanciare filiere/che estrudono la seta./ Dietro i pianeti vivono /intorno fusili e verso /trame intagliano/fine lucentezza,/sfrecciano di sottili fili,/due pianeti.

È poi intervenuto Calogero Cangialosi, che ha letto due poesie del “suo” Raffaele Carrieri, fra i maggiori poeti italiani del secolo scorso. Da: “Lamento del gabelliere”, la poesia “Speranza”. Eccola: “L’infanzia /Del mare /Mescolai /Alla mia./ Poi entrai /Nella cronaca./ Fui mimo /Ad Atene/ E battiloro/A Damasco./Ebbi quattro /O sette mogli?//Non ha/Memoria/ L’acqua /Sulla rena./Il figlio /Di mio figlio/Sarò io /O altri? //Interruzione/Speranza”. Poi “Dal Trovatore” la poesia “Miei paesi”: “Tace il gallo fra spugna e lancia/Splende il sole nella bilancia/ Miei paesi di tante croci/ Senza fiumi senza foci,/Miei paesi di lumi e gufi/Col demonio dentro i tufi, /Sul calvario Gesù giace /Come luce sulla calce”. Marco Tagliente ha dedicato alla figlioletta, e letto, una lirica della poetessa Anita Piscazzi, da “Alba che non so”, intitolata “Perché non scendi dalla croce?” “Te ne stai col viso storto e le costole /rotte ad aspettare appeso/ che cosa accadrà. / Scendi. E ti chiuderò gli occhi che la morte /ti ha lasciato aperti per vedere meglio il gelo/ del mondo. //Sei lì da mille anni e non fai nulla se non / accasciarti di più sui ginocchi//hai sprecato la tua età dovevi ardere/ invece che sanguinare. / Nulla voglio solo il tuo amore/ nelle mie ossa. //Scendi adesso che non ho più fiato nei denti/e ti guarderò come non ti tuo mai guardato.” Di Raffaele Niro, dalla raccolta “L’attesa del padre”, la poesia (letta da Marco Tagliente) “Nel nome del figlio”: “Quando scrivo/sono vivo//si gonfia il seno alle donne//le chiese si pronunciano teatro//la parola s’invola//è/oro/ di nulla//e /si fonde/ nel seme//diventa/essere il sostantivo/miracolo d’amore”. Di Ettore Toscano, tarantino, scomparso la scorsa estate, la poesia “Taranto”.

“Da questo luogo d’imperturbata attesa/come per sottaciuta intesa/da ogni evento elusi/viviamo/da questo luogo come cieche vedette/il vuoto/ viviamo/del nulla/che speriamo”, recitata a memoria da Roberta Fiordiponti. Il tema fondante la manifestazione, lo abbiamo già indicato, era “la giustizia sociale”, cosicché la conclusione tematica dell’evento è stata la lirica di Perrone per la dolorosa pagina dell’emigrazione, che Roberta Fiordiponti ha letto, anzi interpretato. “La canzone di Ablà”. “Sono tornato ancora una volta/questa notte./ Sono tornato, triste come sempre.//Non c’era nessuno ad aspettarmi,/come nel mondo normale,/come nel mondo,/come nelle mie tende quando tornava/mio padre/dopo la lunga marcia dell’inverno /nella boscaglia/all’albero del pane./Come nei miei ritorni alle mie mogli,/ lasciate,/amate /nella vita e nella desolazione:/ ma i ritorni erano caldi,/colmati da notti d’amore./Ora qui sono solo./Sono tornato nella solitudine,/sono tornato/per la solitudine,/ sono tornato a vivere tutte le solitudini /che mi circondano./Mustafà, Omar, Makane,/ Dver, e tutti quelli che avevo incontrato/nella savana,/ricchi di gioia e di libertà,/ed ora qui prigionieri.//È vero, l’ho scampata, io, la guerra,/e gli altri/sono sepolti nella boscaglia, soli.//Ma io di loro sono ancora più solo./Portato a capire,/ho il magico smalto della lingua e so prendere/il nome di una donna della grande città,/andarla a trovare. E baciarla.// Essere raccolto dalla sua bocca/è un privilegio che mi allontana/dai miei compagni./Che vorrei non avere/quando li sento soli come i vecchi/quaggiù,/in questo mondo crudele, soli./Tornati/ come bambini /a desiderare una donna – e se un donna,/un uomo da amare -./E rassegnarsi all’amore/solo e disperato,/o a cacciarlo dalla mente, il desiderio./Non avevo il diritto di fermarmi; una legge,/dicono,/lo vietava. Poi la guerra bruciava più forte, laggiù,/e sono tornato. Come altre volte,/ nella speranza di fermarmi.//È stato allora/che ho conosciuto/ Kalimera,/una donna, un compagno, un fratello./Ho trovato un dolore più grande e per caso l’ho soccorso. /Kalimera,/ho sofferto con lei, e i suoi compagni;/ho vissuto con loro./Kalimera, /Kalispera. //Eccomi,/ritrovato nel mondo lontano /dove ho bisogno di vivere,/dove sono quello che non vorrei essere,/dove sono quello che potrei essere,/dove scopro brandelli/della mia vita e della mia terra lontana, appesi/al mio letto ogni mattina,/come di carne dimenticata/dopo il pasto del Re leone.//Ho passato giorni assolati a raccogliere secchi nelle campagne,/ho passato notti a dormire sugli stracci gettati per giaciglio./Ho vissuto di elemosine per un tempo/che temo sempre /e che prego svanisca per i miei fratelli.//Sono tornato./Ho trovato la lingua e la parola. /Ho ringraziato/ come una madre la donna bella che me le ha date./Ma non l’ho ringraziata come una madre/perché lei mi tocca/come un’amante./Lei è un giunco sottile e tenue nei suoi capelli fini/ color dell’acqua d’oro./Io sento il suo ardore/ ma non so dirle al momento giusto /le poche parole/che vuole./Eppure la lingua e la parola/ mi hanno dato improvvisamente il suo mondo.//Ed io vivo /due estati e due inverni,/due primavere e due autunni/e mi domando:/chi sei Ablà,/chi sei?/Qui nella frenesia della lunga strada/di mille luci strane,/tessuta di grandi e lussuose auto/e ristoranti,/e tram e metropolitane/ed ali d’immensi jet,/e d’immensi luoghi/che fabbricano, nel frastuono e nel silenzio,/regali: giocattoli/che ora anch’io uso e che anch’io chiamo/“i miei beni”./O invece qui,/al limitare della boscaglia,/chiuso nella capanna che mio padre/ fece/e mi insegnò a riparare/ per quando avrebbe urlato l’uragano?/Dove i miei figli/dicono “padre” in un verbo dolce/che non ritroverò dopo la prossima partenza? Allora?/perché mi aggiro/nei bar della stazione/ diffusi del sentore degli orinatoi,/ora/che non ho più bisogno di niente,/ora/che ho da mangiare riccamente,/ora/che torno e trovo/chi mi aspetta e mi ripete/come a un re /i gesti di sogno /che ogni maschio vuole dalla sua donna, /e che sono così uguali/a quelli delle mie mogli, laggiù? /…………………/Ma le notti mi sveglio, /di sudore e stanco/come dopo una corsa, e invece /è il sonno, stregato.//Ho paura/ per il figlio lontano /o dell’altro o dell’altro, o dell’altro, il più piccino, /che mi chiama/con la sua voce lontana. O l’ultima moglie, con le carni intatte/di giovinezza – laggiù –/illuminata di sole e di luna piena, distesa tra due alberi antichi d’orzo,/o il baobab dove l’amai./ Ma in altre notti mi sveglio e la paura/irrompe/furiosa:/di non ricordarmi,/ora,/la mia vita nell’Africa lontana,/di non essere più in due/ nella mia vita sola, di sentirmi sopravvivere,/ solo,/nel mondo/trovato/dopo la fuga.//Come disse mio padre:/‘non fuggire! Non fuggire./ Resta tra la polvere/della tua vita. E della nostra./Resta./Non troverai nessuno/che intrecci l’erba e la terra./E quei mattoni diversi non faranno una casa/d’un capo o d’un servo, /perché non saranno le tue mani a farla.’ / Mio Padre! / E quindi ho avuto un padre? In una vita? / Ho avuto una madre /dagli occhi di antilope veloce?/Ho avuto fratelli a rotolarsi nel fiume / per giochi che sempre vincevano?/La nostra giornata … //La nostra giornata…// Oggi / il sole ha una luce diversa./(ma quanto è lontano quest’oggi dal lontano ieri?) / Oggi /non ho neppure paura./Un chiuso languore/che mi ferma le membra.// Quando / ho aperto gli occhi,/ho veduto zanzariere diverse,/il caffè sul tavolo ed un biglietto /che mi porterà/la direzione della giornata. /Nel petto ho un assalto/ che temevo da sempre./ È venuta la Strega,/arrivata/per sempre /per dirmi che oggi, / che da oggi,/mi sono svegliato/quello che non sono. // Che /me ne sono andato giù/ sulla bassa marea,/scivolando sul fondo/dietro un pesce.// L’acqua non era di sale / come quella della mia infanzia,/aveva un tanfo/come corpi putrefatti marcissero/sotto lo strame d’alghe. // Avrei voluto una morte, dolce, /nell’acqua crescente, / mi sono ritrovato spoglio anche del mio coraggio /antico: /se la vedova nera mi ha morso nel sonno /o se qualcuno /ha acceso la magìa dei morti/per darmi lo scompiglio. O almeno / lo scorpione gigante è venuto a pungermi. / Stanotte. // Sono tornato / ancora una volta, questa notte. //Sono tornato. //Non c’era nessuno / ad aspettarmi,/come nel mondo d’Africa, come nelle mie case /quando tornava/ mio padre /dopo la lunga marcia dell’inverno, / nella boscaglia, all’albero del pane. / Sono tornato / per incontrare capelli d’oro bianco, /per darle un pettine verde,/una bamboletta di pane / e nastri intrecciati, un dente di bambino, /una lucertola seccata al sole. / Per domandarle se sa bruciare /tutto e sciogliermi la cenere /sul cuore /per togliermi la ferita profonda /nella quale c’è anche lei/che mi ama.//Se potrà capire…/ No./Oggi è quel giorno./E non posso dormire / né vegliare, / non sognare / né sentire, /non posso /chiudermi /e neppure aprirmi, / non posso piangere, /e non potrò più ridere. Posso/solo/andare e tornare, /tornare ed andare, /andare e tornare / e cantare canzoni /che sono dolore /infinito dolore: /e nessuna bocca /o solitudine / consola”. Commozione generale, a cominciare dall’attrice, che si asciuga qualche lacrima. E, importantissimo: sulla pagina ufficiale della nazionale poeti, in Italia il post di Taranto è risultato al primo posto per gradimento.

1 Commento
  1. giacomo salvemini 5 mesi ago
    Reply

    …….. quanti poeti dimenticati….e le voci ” perdute “…..taranto è provincia è ricca di poesia…..perché……si dimentica tanto facilmente…..???????

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