28 Novembre 2021 - Ultimo aggiornamento il: 28 Novembre 2021 alle 18:20:00

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Raffaele Carrieri: una vita, la poesia e il mito della madre

foto di Raffaele Carrieri
Raffaele Carrieri

Raffaele Carrieri è nato a Taranto il 23 febbraio 1905. E così risulta dall’Ufficio di Stato civile del Comune di Taranto, nella casa posta in via Tommaso Niccolò D’Aquino al civico 34. La madre si chiamava Maria Carrieri. Ma Raffaele ha sempre dichiarato di essere nato la sera del 17 febbraio. Anzi affermò che “fra le molte date incerte ed approssimative della mia vita, quella del 17 febbraio è la più probabile”. Fu battezzato nella Chiesa di San Giovanni di Dio, o S.S. Crocifisso al Borgo. È morto, quasi ottantenne nella notte tra il 13 e 14 settembre 1984 per un attacco di asma cardiaca.

All’assessore al tempo alla Cultura, prof. Tommaso Anzoino scrisse che voleva donare alla biblioteca “Acclavio” di Taranto la sua biblioteca. Credo che non avvenne questo suo desiderio. Taranto ha ricordato il suo poeta scomparso con un omaggio a Raffaele Carrieri con interventi di Giacinto Spagnoletti, Piero Mandrillo, Franco Sossi, Cesare Vivaldi. Un primo omaggio. L’opera poetica di Carrieri, dai caratteri inconfondibilmente europei, come vedremo, fu oggetto di studi, saggi, articoli ed interventi da non pochi studiosi e la sua opera poetica numerosa fu oggetto di particolari interventi esegetici proprio perché gli studiosi o gli ammiratori delle sue opere si trovarono difronte ad una varia, diversa, a volte di memorie classiche, a volte di poetica europea, a volte di personali ricordi e tenerezze di figlio lontano dalla sua patria nativa e dalla Madre, la “formica” della sua antica casa. Poeta europeo non solo per il suo attivo “iter” culturale a più sensi e più ermetiche espressioni, non esente da formazioni ideologiche francesi, soprattutto simboliste, anche se, come fu chiaramente scritto, non mancano echi di conoscenza futurista tra Palazzoli, Papini, Marinetti, Carrà e Boccioni. Poesia e pittura dominarono la sua esperienza artistica l’una ponendosi con le carature dell’altra.

Né al suo “curriculum” vennero meno certe influenze dannunziane proprio dal tempo nel quale seguì il Poeta Vate in quel di Fiume. E ripeto non venne meno mai in Carrieri l’onda perpetua della lirica greca elegiaca e gnomica, ricavando dal suo Leonida tarantino momenti di malinconica vita e visione: lontana dalla sua terra natia. La bibliografia è già vasta e di natura estremamente articolata: da Bontempelli a Flora, da Vigorelli a Falqui, a Praz, a Michele Dell’Aquila, Leonardo Sebastio e Mario Sansone: non da meno gli studi e gli interventi degli altri studiosi, da Anita Preti, ad Angelo Lippo, a Mimmo Mazza, ad Aldo Perrone, a Pierfranco Bruni, a Josè Minervini, a Gianni Custodero, al nostro Alberto Altamura più volte partecipe dell’opera artistica del Carrieri in qualificati saggi e studi. E chiedo venia per non aver ricordato tanti e tanti altri valorosi studiosi. La vita del Carrieri già da giovanissima età fu disordinata e umilmente disadorna prima di raccogliere giusti e dovuti onori di autentica vitalità creatrice.

La sua opera e la sua vita è nel volume di Giovanni Carrieri: “Le opere e i giorni (ricorda Esiodo) di Raffaele Carrieri” Edizioni InkLine, sezione editoriale, Taranto 2001 con ottima iconica impaginazione di Angelo Todaro. L’opera creatrice di Carrieri fu veramente ampia e da critico d’Arte e da narratore e da poeta. Delle sue liriche ampia silloge fu pubblicata nel volume “Stella cuore” nella Collana mondadoriana “Lo specchio” anno 1970. In essa sono raccolti passi lirici da “Il lamento del gabelliere”, “La civetta”, “Il trovatore”, “Canzoniere amoroso”, “Io che sono cicala”, “In morte di mia madre”. Ed altre. La poesia di Carrieri fu subito studiata come estrosa e raffinata che risentiva di momenti salienti dalla sua vita da migrante e delle sue esperienze varie e disparate. Trasportava subito il lettore e l’estimatore in un processo di avventure temporali ove l’autobiografismo si univa, anzi si confondeva o si fondava in maniera fantasiosa che arrivava sino all’epigramma gnomico e si caricava di valori allusivi con alternanza di voci serene ed altre di plumbeo sentire.

“E’ la luce arido fuoco / al divino mio castigo. / Speranza non ho di clemenza / nel diafano deserto / che mi cuoce l’occhio l’osso / E con sale si macina / la dannata mia farina». (“Lamento del gabelliere” 1945) È del “Trovatore” (1953) la lirica più avvertita nel suo intimo calvario spirituale. “Pietà cuori duri / Pietà per l’orfano gitano / Pietà per chi muore all’impiedi / Pietà per chi cade / Pietà, pietà cuori duri / Voi che siete seduti / e apprendete dai giornali / la morte degli altri». Carrieri, nella sua vasta opera d’artista ha creato un “mito”: quello della madre. Ha cantato per lei /sola nell’ombra / Nella casa grande/. Nel 1967 compose “In morte di mia madre”. Poche liriche, ma di una serena quanto solenne “ricordanza” della mamma. Madre era per lui “formica” e quando morì divenne con la morte più grave e greve: “In sei furono a sollevarla per portarsela via”. E “Apprendo un altro silenzio / mi trova solo / ti scorgo, ti sento / e parlo da solo / tutto l’inverno. Solitudine della sua anima nella materna solitudine della morte. Poesia della madre e per la madre: Carrieri è qui il Poeta che, nella madre, ha ritrovato se stesso, il suo passato; quello ormai lontano, perduto, ma non smarrito. E la poesia acquista la forza della ricostruita memoria.

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