21 Aprile 2021 - Ultimo aggiornamento il: 20 Aprile 2021 alle 20:01:12

Cronaca News

Un anno dopo, la lezione del Coronavirus

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Un anno fa: la spesa a domicilio

“Un minuscolo virus comparso all’improvviso in un lontanissimo villaggio della Cina ha creato un cataclisma mondiale” – è l’ incipit di un recente volumetto di Edgar Morin, uno dei più noti maitres-à-penser della filosofia francese, ( E. Morin, Cambiamo strada. Le 15 lezioni del coronavirus, Raffaello Cortina editore, Mi, 2020 ) che ci invita a una riflessione sull’emergenza sanitaria e sulle possibilità del pensiero contemporaneo di comprenderne le ragioni. Se la prima questione interessa tutti, la seconda non è meno trascurabile perché riguarda la speranza di uscire da questo cataclisma con un profondo rinnovamento delle coscienze.

Non a caso l’autore, dopo aver attraversato la storia del Novecento – storia che coincide con la sua biografia – si rivolge direttamente al lettore, incitandolo a non perdere la speranza: “Comprenderà (il lettore) il mio desiderio di risvegliare le coscienze spendendo le mie ultime energie in questo libro”. Dalla presenza di un virus che ha prodotto una catastrofe globale possiamo ricavare una grande lezione anzi, a detta di Morin, ne ricaviamo addirittura quindici. Il libro ci mette di fronte a non pochi interrogativi forti, forse troppi perché una singola coscienza possa sopportarli tutti. La prima domanda, bruciante, è “Come vivi?” , domanda diventata cruciale durante il confinamento, che ha portato ciascuno di noi a interrogarsi sul proprio stile di vita e sui nostri veri bisogni. Le risposte che l’autore ci suggerisce non sono necessariamente negative perché, a suo parere, il lockdown ci ha fatto sperimentare nuove forme di felicità.

Contro l’alienazione del quotidiano ritroviamo gli affetti familiari, le buone letture, la bella musica, le visite virtuali ai musei. La nuova condizione privativa, chiusa tra casa e lavoro, costretta alla solitudine, distogliendoci dal divertissement pascaliano, dalla ricerca incessante del superfluo e del futile, può indirizzarci verso l’essenziale dell’esistenza. L’ottimismo dell’autore rinuncia a scontrarsi con il lato oscuro dell’isolamento, con la nostra fragilità e con il rischio continuo della vita. Mai siamo stati reclusi fisicamente come nel confinamento imposto dal virus e mai siamo stati così aperti al destino terrestre, così vincolati alla globalizzazione. Il rischio oggi è globale. Ce lo ricorda Ulrich Beck, uno dei più lucidi sociologi della seconda modernità, quando definisce la globalizzazione come “la società mondiale del rischio”. Tutti i cittadini del mondo sentono che la loro esistenza è messa a rischio da fenomeni globali.

Alle minacce finora conosciute, la criminalità internazionale, le migrazioni di massa, le crisi economiche, si aggiunge adesso la crisi sanitaria. Spunta una nuova inquietudine: la paura suscitata da una malattia sconosciuta, che alimenta l’ossessione immunitaria già presente nella “società del rischio” La paura ormai ci è entrata dentro – sostiene Bauman nella Società dell’incertezza– e ci spinge a un atteggiamento difensivo che, invece di rassicurarci, rinforza le nostre insicurezze. Il circolo vizioso della paura, secondo il teorico della società liquida, si è saldato sull’area dell’incolumità personale. Ci sentiamo continuamente esposti alle minacce dirette alla propria persona: abbiamo paura di quello che mangiamo, dell’aria che respiriamo, dei chili di troppo che accumuliamo, e viviamo ossessionati dalle misure di protezione. Bauman elenca un lungo catalogo delle paure postmoderne, ma riconosce che tutte le nostre angosce furono già classificate da Freud in modo definitivo: “Siamo minacciati dalla sofferenza da tre versanti: dal nostro corpo, che non può funzionare senza il dolore e l’ansia come segnali di pericolo; dal mondo esterno, che può scagliarsi contro di noi con la sua terribile forza distruttiva; e infine, dalle nostre relazioni con gli altri” – scriveva il padre della psicanalisi nel Disagio della civiltà.

Il coronavirus ci ha attaccati su tutti e tre i fronti, costringendoci a misurarci con una dimensione che Freud non poteva conoscere: la vita online. È la rete che oggi sostituisce la maggior parte dei nostri rapporti col mondo e ci confina quotidianamente nella nostra comfort zone virtuale. Siamo sempre connessi e viviamo sempre immersi in una camera-eco, in cui stiamo insieme agli altri restando sempre soli. Alla solitudine digitale si aggiunge la presenza dei media, che amplificano le paure con una comunicazione pervasiva e martellante, aumentando la percezione che oggi la vita sia diventata molto più pericolosa e minacciosa del passato. Il rapporto Istat 2020 è eloquente: descrive un’Italia spaventata, dolente, indecisa tra risentimento e speranza e, soprattutto, percorsa dall’individualismo. La pandemia mostra come la deriva individualista della nostra convivenza si riveli la migliore alleata del virus.

Ma ci dice anche che non è stato il Covid19 a produrre lo stato di crisi. Il virus lo ha fatto emergere, lo ha accelerato abbattendosi su di noi come uno tsunami che ha disfatto la sensatezza del nostro vivere e la nostra consueta esperienza del mondo. La radicale novità del Covid19 sta nel fatto che è all’origine di una megacrisi, composta dall’insieme di crisi sanitarie, politiche, economiche, sociali, nazionali e planetarie. Le une si sovrappongono alle altre, hanno tra loro interazioni molteplici e interconnesse; in una parola – osserva Morin – sono complesse nel senso originale del termine complexus, cioè “tessuto insieme”. “La prima rivelazione fulminante di questa crisi è che tutto ciò che sembrava separato è in realtà inseparabile”. Da questo intreccio nascono le lezioni che all’autore sembrano più significative. La lezione sul risveglio della solidarietà, ad esempio, come risposta necessaria all’individualismo egoistico e alla crescente divisione sociale.

“Il senso di solidarietà era assopito in ciascuno di noi e si è ridestato nella prova vissuta in comune” – afferma enfaticamente il filosofo francese. Morin, però, scrive il suo instant book alla fine del primo lockdown e non considera il logoramento psicologico ed economico che perdura con il perdurare dell’epidemia. Più interessanti le sue considerazioni sulla natura epistemologica della crisi, che per lui è prima di tutto una crisi dell’intelligenza. Le carenze del pensiero, politico e scientifico, “ci rivelano l’enorme buco nero della nostra mente, che ci rende invisibili le complessità del reale” e smaschera “le debolezze del nostro sistema di conoscenze”. La scienza, che dovrebbe darci la maggiore fiducia nella soluzione della crisi, si rivela inadeguata perché non solo non ha un repertorio di verità assolute ma è anche devastata dall’iperspecializzazione. Nell’affrontare il virus, gli scienziati ci stanno fornendo uno spettacolo quotidiano di virulenza polemica, con presenzialismi televisivi e “attacchi ad hominem” che vanno al di là delle controversie accademiche.

Le dispute tecniche adombrano un gioco di potenti interessi personali e finanziari e sembrano offrire agli occhi del mondo il modello della scienza anarchica descritto da Paul Feyerabend. All’accelerazione della ricerca medica si aggiunge “la concezione tecnicoeconomica predominante, che privilegia il calcolo come sistema di conoscenza delle realtà umane (tassi di crescita, sondaggi, ecc…) mentre la sofferenza e la gioia, l’infelicità e la felicità, l’amore e l’odio sono incalcolabili. Così, non è soltanto la nostra ignoranza, ma anche la nostra conoscenza a renderci ciechi”. La conclusione di Morin è suggestiva, ma rimane ineludibile un interrogativo posto dalla pandemia: quale criterio scegliere nel momento di crisi, il principio di emergenza o il principio di prudenza? Finora ogni decisione è stata vista come una scommessa, ma è chiaro che abbiamo bisogno di una strategia complessiva che affronti il rischio mantenendoci uniti. Superare la sfida della pandemia non è facile, il post-Coronavirus è inquietate quanto la crisi stessa. Molti condividono la sensazione che il mondo di domani non sarà più quello di ieri. Ma quale sarà? “L’avvenire imprevedibile è oggi in gestazione” – annuncia Morin – e non abbiamo la certezza che “dal dolore e dal caos possa emergere un nuovo paradigma”.

Cambiare strada, però, secondo lui è l’unica soluzione per proteggere il pianeta e umanizzare la società. I suoi obiettivi sono molto ambiziosi, forse andrebbero ridimensionati da un sano realismo come quello a cui ci richiama Marc Augé, altro importante pensatore francese, per il quale è cambiata la nostra rappresentazione del rischio. Nei secoli scorsi si aveva innanzitutto paura della morte, oggi si ha soprattutto paura della vita. Ma la paura può anche diventare un fattore di progresso poiché, una volta superata la paralisi, ci spinge a trovare soluzioni per andare avanti. Le soluzioni a cui pensa Morin sono talmente radicali da presentarsi come una palingenesi dell’umanità. Cambiare strada, a suo parere, e procedere in direzione di un nuovo umanesimo è un obbligo imposto dalle numerose lezioni che il virus ci sta forzando ad apprendere. L’autore in questo pamphlet destinato a lettori di buona volontà non esita a misurarsi con la proposta, assai impegnativa, di una rigenerazione globale, frutto delle sfide di fronte alle quali ci ha posti il Coronavirus. Non Non riuscendo a dare un senso alla pandemia, almeno impariamo da essa per il futuro.

Ida Russo
Presidente sezione di Taranto della Società Filosofica Italiana

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