14 Aprile 2021 - Ultimo aggiornamento il: 14 Aprile 2021 alle 06:52:44

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Coronavirus

Sembra trascorsa una eternità. Dapprima attoniti a seguire le notizie da Codogno, poi il terrore che il virus potesse diffondersi anche qui. L’angoscia dopo il primo caso di positività, la corsa alle introvabili mascherine, i guanti per andare a fare la spesa, le strade deserte e la città spenta per il lockdown, l’abolizione di abbracci, baci e strette di mano. Come un racconto di fantascienza, letteratura distopica. Tutto invece maledettamente vero, tremendamente reale.

E la paura che saliva alla notizia di ogni contagio in più. Eppure a confrontare i dati dello scorso anno con quelli di oggi ci accorgiamo di quanto improponibile sia il paragone. Un anno fa da queste parti i pazienti contagiati si contavano sulle dita ma cresceva lo spavento: forse il vaccino più efficace per proteggerci in quella fase; oggi registriamo migliaia di positivi e centinaia di morti ma sembra che tutto stia scivolando verso una anomala normalità. È cambiata la percezione del rischio, oggi di gran lunga più sottovalutato. Stiamo imparando a convivere con il virus? Forse. O forse è semplicemente subentrata l’assuefazione e stiamo banalizzando la vita e la morte. Come se il dolore della porta accanto non ci toccasse, ci scivolasse via con l’indifferenza di chi si considera in una bolla di immunità e preferisce tenere lontana da sé la sofferenza altrui.

Un anno fa ci dicevamo che la pandemia ci avrebbe reso migliori. Oggi qualche dubbio in più ce lo portiamo dentro.

Enzo Ferrari
Direttore responsabile

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