22 Aprile 2021 - Ultimo aggiornamento il: 21 Aprile 2021 alle 16:13:38

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Da “Fermo e Lucia” ai “Promessi sposi”: il ‘600 milanese in Manzoni

foto di Alessandro Manzoni
Alessandro Manzoni

Giustamente e doverosamente quest’anno celebriamo e consacriamo il genio dantesco non solo quale creatore della “Divina Commedia”, ma primo assertore di quella lingua “vulgaris” che sarebbe diventata la futura lingua di tutti gli italiani. Lingua degli italiani, al di là delle opposizioni dei “clerici” per quella latina. Vinse Dante che nel “volgare” raccoglieva e portava a compimento tutti i tentativi di altri poeti a cominciare da Guido Guinizzelli, che lo stesso Dante considerò padre suo e maggior degli altri. Passati i secoli, passate le diatribe culturali ed anche politiche sul primato del latino sulla “lingua” anche dantesca, il problema si presentò all’alba dell’800. E precisamente in quel 1821 anno nel quale anche Alessandro Manzoni chiuse con la poesia e pose lo sguardo alla prosa. Moriva il poeta e nasceva il narratore.

Certamente influenza non minore aveva subito a Parigi in incontri con intellettuali francesi e non fra i quali anche un certo Walter Scott, autore di quel romanzo “Ivanhoe”, opera storica sul conflitto fra Sassoni, Normanni e le Crociate. In Manzoni si affermò l’idea di scrivere un romanzo storico, anche lui, un romanzo intorno al Seicento milanese, epoca del Borromini, epoca di una mortifera e furiosa pestilenza, epoca nella quale un popolo di umile gente veniva vessata da pochi potenti, anche locali, in nome di una artefatta giustizia sociale, fra angherie e soprusi. Epoca spagnola, epoca di tasse sulla farina, sull’olio, su altre derrate, fra sopportazione e sacrifici dei più poveri, della umile gente. Ma, attraverso un romanzo storico, Manzoni si propose di scrivere un’opera in un linguaggio che, dopo quello dantesco, doveva diventare nel suo “cursus” quotidiano e preciso, la lingua operante di tutti gli italiani, non ancora uniti in libertà di suolo, ma unificati dalla stessa struttura linguistica.

Una “lingua” per tutti, ma capace di essere, nella sua struttura linguistica, il linguaggio di tutti, dallo studioso intellettuale all’umile lavoratore di fabbrica e dei campi. Siamo nel 1821, Manzoni ha già scritto gli “Inni Sacri”, le tragedie “Adelchi” e “Conte di Carmagnola” ne ha pensato una terza, “Spartaco”, ha dato alla stampe il suo “5 maggio”, ha lavorato intono alle “Osservazioni cattoliche”; insomma è poeta ormai consacrato; vuole ore diventare il narratore degli italiani. Nasce “Fermo e Lucia” laboratorio di pensiero e di scrittura. Venti anni dopo sarà il romanzo celebre de “I Promessi Sposi”. Cambieranno nomi, personaggi e situazioni, Lucia Zarella sarà Mondella, Fermo Spolino, Renzo Tramaglino, il Conte del Sagrato diverrà l’Innominato, ma resterà Don Abbondio, don Rodrigo e su tutto e su tutti vivrà vincitrice la Provvidenza divina che restituirà la luce della pace ai miseri e la suprema condanna ai peccatori e il sorriso del perdono alle anime illuminate di Dio, avanti tutte Fra’ Cristoforo per non dimenticare la crisi notturna dell’Innominato.

Ma anche, e ben altro, era lo scopo di quel romanzo: il suo fine, la sua finalità. Il tempo storico era lì a far da giustiziere; un tempo già romantico, ma ancora illuminista; era tempo di rivisitare la lingua italiana, dominata dal Foscolo, dal Leopardi, ancora lingua erudita e, a volte, culturalmente retorica, e dare all’Italia il linguaggio di una nuova Italia, un idioma per tutti nella comprensione, ma anche dignitoso, alto e solenne; una funzione linguistica che fosse aperta a tutti gli eventi e gli avvenimenti, ma giammai sciatta o nervosa, ma precisa e dignitosa nel suo dire e nel suo esprimersi sia sulla bocca del Cardinale Borromeo o del redento Innominato, sia in quella della devota Lucia o dell’inquieto Renzo. E così per gli altri personaggi del romanzo.

Nel 1827 “Fermo e Lucia” diverrà “Gli sposi promessi”, non ancora i “Promessi Sposi”” perché Manzoni ad intendere e scrivere nel più moderno italiano andrà a Firenze per bagnare i suoi panni in Arno. E finalmente il capolavoro uscirà fra il 1840-’42. Veramente c’è un altro poeta: il Manzoni della prosa, quella scrittura manzoniana che non tramonterà giammai anche attraverso l’infuriare degli eventi successivi e dell’inesorabile tempo. Un tempo il romanzo fu studiato, non letto, nelle scuole superiori italiane; proprio per la unica, irripetibile scrittura linguistica. Oggi quel romanzo è sottratto, ma già da ieri tempo, allo studio e dei docenti e degli allievi. Attilio Momigliano nel suo studio su Manzoni aveva messo in guardia il Ministero della Pubblica Istruzione. Se Manzoni scende nella conoscenza degli italiani scende l’Italia nella sua stessa cultura. Il che è avvenuto! Se Dante ha pensato alla futura lingua italiana, Manzoni, secoli dopo, ha ripreso quella sublime volontà e nel linguaggio ha redento culturalmente l’Italia e ha dato agli italiani un libro da leggere sempre e un linguaggio per non imbarbarirlo. Cosa che è purtroppo avvenuta ed avviene. A tutto danno e nostro e dei nostri figli e nipoti. Nella completa trascurata evidenza di un linguaggio straniero sulla linguistica italiana; e tanto perché gli italiani vogliamo trovarci sempre fuori di classe piuttosto che, metaforicamente, in classe. Ancor peggio, oggi, con una epidemia che flette il coraggio e denuncia la nostra irrituale e culturale debolezza.

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