19 Aprile 2021 - Ultimo aggiornamento il: 19 Aprile 2021 alle 15:35:44

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Lo stabilimento Italsider negli anni ‘60

Col titolo “L’Italsider: una ‘punizione’ per Taranto e il Mezzogiorno”, la Voce del Popolo del 9 dicembre 1972 pubblicò un articolo del “Times” di Londra sulla città bimare. L’articolo, a firma di Peter Nichols, evidenziava il fallimento della politica dei poli di sviluppo e forniva un impietoso quadro del modo dissennato con cui lo Stato realizzava il processo industriale a Taranto, generando disastro ambientale e una enorme disoccupazione di ritorno (Vertenza Taranto), oltre una lunga scia di morti bianche. “Il prezzo del progresso”, che era giusto pagare per il coro quasi unanime della stampa locale. In assenza di dati affidabili sul numero, che ne certificasse la brutalità, nel 1978 il Gruppo Taranto li censì attraverso una ricerca sui giornali a partire dall’inizio, nel 1960.

“Il prezzo del progresso ha raggiunto quota 353” fu il titolo del manifesto col quale furono informati i Tarantini. Peggio di una guerra. Il 10 dicembre scorso lo Stato è tornato in Ilva attraverso Invitalia, socio di Arcelor Mittal, con un contratto sui cui contenuti la città è stata tenuta all’oscuro, come avviene nei rapporti fra padrone e servo. Molti vedono nel ritorno dello Stato la migliore garanzia per il risanamento ambientale e la tutela della salute. Forse, ma per una più corretta valutazione di oggi non sarà inutile conoscere e ricordare i fatti di ieri. L’Italsider nacque male e superata. Male perché fu costruita a contatto della città, e superata perché già prima della sua inaugurazione ufficiale, il 10 aprile 1965, si prevedeva una forte espansione del mercato dell’acciaio. Si formò così l’idea di uno stabilimento più grande, cosicché il piano regolatore di sviluppo industriale (commissionato alla società TEKNE di Milano nel 1961), al momento dell’adozione (1964) era già superato.

Si approntò di fretta una variante (Marsella) che raddoppiò l’area destinata al siderurgico (da 550 ha a 1330), con in più 170 ha di colmata a mare per un porto più grande. I tempi per approvare la variante non c’erano ma i lavori partirono lo stesso e le licenze, che non potevano essere concesse, le rilascia nell’agosto del 1970 un’amministrazione comunale che è in regime di prorogatio per le prime elezioni regionali. Anche se in carica per la sola ordinaria amministrazione, forza le leggi e rilascia le licenze. Una forzatura inutile, perché Finsider-Iri adesso volevano molto di più. Allora avanti con una nuova variante (Carbonara), che variava la variante che aveva già variato un piano regolatore fresco di stampa ma nato vecchio. Ed ecco per cosa: un porto reso grandissimo con una colmata di 800 ha. Un colosso che interessa anche Shell e Snam, che si offrono anche loro di prefinanziarlo in cambio dell’uso in esclusiva. Un vero affare, e senza oneri per costosi espropri, perché bastava riempire di loppe, materiale di rifiuto e cemento 800 ha di mare. Colmare fino quasi a raggiungere l’isola di S. Pietro! La città bimare rischia di restare con un mare e mezzo. Va aggiunto che il porto stellare (non superlativo di bellezza ma solo per riferimento alla forma), gestito in esclusiva, non avrebbe prodotto reddito per la città ma soprattutto, come denunciò la sola Voce del Popolo (che non confuse mai il progresso con le morti bianche) il 14 novembre 1970, “la zona industriale costituirebbe così una grande fascia circolare dalla colmata del porto stellare alla strada per Martina Franca, dello spessore di una decina di chilometri.

Taranto verrebbe a trovarsi al centro di questo vasto settore circolare dell’ampiezza di quasi un semicerchio e di notevole spessore, sotto vento rispetto a tutti i venti che soffiano da nord a sud-ovest”. Insomma, un disastro. Ma intanto il mercato ha fretta e così il 26 novembre 1970 il Comitato interministeriale per la programmazione economica (Cipe) approva il raddoppio dello stabilimento di Taranto, il più grande d’Europa. Lo Stato investe una somma enorme, quasi millecinquecento miliardi di lire destinate al solo raddoppio perché la città, per lo Stato che decide, è solo un’appendice della fabbrica.

Adesso bisogna bruciare le tappe: la burocrazia fa perdere tempo; le leggi? anche. Ma un nuovo piano non c’è, come si fa per le licenze? No problem. Roma vede e provvede. E così, già nel 1971, ad agosto (mese di bagni, ferie e colpi di mano), contro il parere della commissione edilizia il sindaco di Taranto, su suggerimento romano, rilascia all’Italsider le licenze in precario. Cioè licenze buone per autorizzare piccole strutture temporanee, che in qualsiasi momento e con breve preavviso vanno rimosse col ripristino dei luoghi nello stato originario. Fu con questi titoli, buoni per le bancarelle dei mellonari, che furono realizzati “sei tra ponti e viadotti, una stazione elettrica, un edificio di sette piani, una condotta d’acqua, cinque edifici industriali, una nuova acciaieria” e, aggiungiamo noi a questo passo di una corrispondenza di Antonio Cederna per il Corriere della Sera, tutto quanto fu necessario a quel raddoppio. E questa fu l’acciaieria più grande d’Europa, che per essere nella legge non poteva produrre tubi e lamiere, ma doveva vendere meloni. Adesso lo Stato era il più grande abusivo d’Italia. E anche se a maggio del 1972 la Regione Puglia, accogliendo uno stralcio di variante al piano regolatore comprensoriale (definito ad hoc e a posteriori dall’ASI di Taranto) concesse la sanatoria (la malapolitica copre sempre le proprie malefatte), niente sana la ferita di uno Stato che consentì a Finsider-Iri di operare contro le leggi e in offesa dei diritti della città e dei suoi abitanti.

E chi non ricorda le colline ecologiche, che dovevano fare da barriera alle polveri per i Tamburi e sono in realtà dei bignè di poca terra ripieni di loppa e rifiuti industriali? hanno inquinato la falda, ma sono stati un’ottima discarica per l’Italsider; e ancora, la gravina Leucaspide trasformata in canale di scolo per schifezze dell’acciaieria, evidenza anche del disprezzo verso la gente e i suoi luoghi. Questo e altro è l’Italsider di quegli anni. Così, quando nel 1995 il privato subentrò allo Stato trovò la strada del disastro ambientale spianata, e fu ben contento di approfittarne con una “Gestione sciagurata e criminale”, secondo le parole dell’accusa al processo in svolgimento in questi giorni, questo perché i Riva non intervennero sugli impianti anche se sapevano della loro condizione disastrata. Quindi Taranto fu costretta a convivere (lo dice la magistratura), con una fabbrica disastrata e inquinante già prima del 1995. Leggi abusate, connivenze per aggirare i controlli, disprezzo degli abitanti e dei loro diritti, inquinamento dell’ambiente e dii tanta parte delle istituzioni, che nel tempo in cui la città sprofondava nell’orrore poco o niente hanno visto e di niente hanno avuto sentore fino al 2012, quando Taranto è diventata “il caso”, il paradigma di cosa può generare il sonno della ragione.

Adesso la città è stata venduta, in comproprietà tra vecchi e nuovi padroni, con un contratto che nei contenuti rende esplicito in trasparenza il principio di fondo: l’ex Ilva di Taranto deve tornare (in qualunque modo) a produrre l’acciaio per l’industria italiana. “La crisi ex ILVA frena la produzione Electrolux. – Lo stabilimento di elettrodomestici fermo il sabato per la mancanza di acciaio da lavorare”, è un titolo del 20 novembre 2020 (rassegna stampa del sito della siderurgia, Siderweb). Necessità comprensibile ma che non può prevalere sul diritto alla vita. Ma questo contratto, se letto tenendo disgiunta la logica industriale da quella umana, a questo porta. Taranto diventerà il luogo di produzione dell’acciaio semilavorato italiano, da distribuire poi anche agli altri stabilimenti secondo necessità. È detto acciaio verde perché a regime si abbatterebbero il 90% della diossina, il 78% delle polveri sottili e della co2. Quindi il futuro migliore cui può aspirare l’abitante di Taranto, in epoca green, è fatto di almeno un 10% di diossina, un 28% di polveri sottili e altrettanto di Co2. Valori che non tengono conto, tra l’altro, delle ulteriori emissioni dell’intera area industriale e sui quali è lecito nutrire qualche dubbio. Dagli ottimi articoli dell’ingegner Roberto Pensa, pubblicati da Taranto Buonasera, si rileva che le emissioni di Co2, con la migliore tecnologia (a idrogeno), passerebbero da 16 milioni di tonnellate a 12 milioni, e quindi con un abbattimento di Co2 al massimo del 30%.

E inoltre, gli impianti per la produzione del preridotto, la materia prima che serve ad alimentare i forni elettrici, producono polveri (ing. Pensa). Saranno tre, uno in area ex Ilva, gli altri due, gestiti da società private, non è chiaro (ma sembra probabile) che siano un “regalo” per Taranto. Sarebbe una evidente contraddizione aggiungere impianti invece di alleggerire: una delle tante stranezze di questo contratto nel quale troppi sono i punti lasciati nel vago, tranne quelli relativi alla produzione e ai rapporti fra i due contraenti. Qui tutto è preciso: la produzione passa da 3,3 milioni di tonnellate nel 2020 a 5 milioni quest’anno (aumento già iniziato, ma in forza di quale miglioria ambientale?). Nei prossimi tre anni, aumento della produzione di un milione di tonnellate l’anno, fino agli 8 milioni del 2025. Tutto preciso, com’è anche per gli impegni economici. Ed è normale che sia così, sennò quale valore ha un contratto se le scadenze non hanno data precisa e cogente? Avrebbe accettato Arcelor Mittal un contratto senza date? E allora, come può la città accettare di legare il suo futuro ad un contratto che, nelle parti che la riguardano è vago e impreciso, come scritto sulla sabbia? Lo Stato dovrebbe esserne il garante, quello stesso che per primo ha dato l’avvio al degrado e che dopo non ha saputo vigilare. Quello stesso che riprende a produrre prima di risanare. Davvero, a quasi cinquant’anni quel titolo della Voce è sempre attuale: per Taranto l’Italsider (oggi Arcelor Mittal-Stato) è una punizione senza fine.

1 Commento
  1. VINCENZO 2 mesi ago
    Reply

    FINALMENTE LEGGO SUL VOSTRO GIORNALE UN ARTICOLO COMPLETO ED ESAUSTIVO SUI GUASTI CHE QUELLO STABILIMENTO HA PROCURATO, PROCURA E PROCURERA’ ALLA N/S CITTA’ STA ANCHE ALLA STAMPA LOCALE CERCARE DISPERATAMENTE DI BYPASSARE QUESTAO CONCETTO DI UNDUSTRIA STRATEGICA PER LO STATO E NON CERTAMENTE PER COLORO CHE VIVONO IN QUESTA CITTA’.

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