21 Aprile 2021 - Ultimo aggiornamento il: 21 Aprile 2021 alle 09:00:54

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Un dono a Raffaele La Capria, decano degli scrittori italiani

foto di Raffaele La Capria
Raffaele La Capria

È stato ripubblicato (dopo sessant’anni) il romanzo Ferito a morte (Mondadori), Premio Strega del 1961, di Raffaele La Capria (Napoli 2 ottobre 1922), con una Prefazione di Sandro Veronesi: si affermò come uno dei capolavori della narrativa italiana del dopoguerra. Un romanzo che aveva avuto una gestazione di molti anni: cifra dominante il Tempo,tiranno in ogni singola pagina e …soprattutto in levare di cose belle, cioè sempre a perdere» (scrive Veronesi nella Pref.).

È certamente molto di più di un romanzo mesto sulla giovinezza che vola via rapidamente: iniziato da giovane e pubblicato a 39 anni quando La Capria giovanissimo non era più. È soprattutto uno sguardo su Napoli che va oltre Napoli come lo stesso giovane scrittore cercava di andare :oltre il proprio milieu. La polarizzazione tra Napoli e “Altrove”è la struttura circolare di Ferito a morte. E non solo: il giovane scrittore voleva portare fuori la stessa Italia e soprattutto il Sud, spargendo il seme della modernità nella cultura italiana, tutta o quasi intisichita dal nazifascismo e dalla guerra. La Capria si occupa in particolare di poesia e di poeti inglesi soprattutto di S.Eliot che traduce e commenta scrivendo saggi critici senza far mistero di includere la Nuova Napoli europea prefigurata nella rivista “ Sud” In lui si rispecchia un secolo di vita italiana: il nostro Sud e il nostro Nord.

Il dolore della guerra e la vitalità del benessere. La crescita della persona attraverso lo studio e le esperienze intellettuali, soprattutto quelle dei tre anni di vita della rivista “ Sud, Quindicinale di letteratura e arte” (1945-47). Il Sud è il tema su cui si incentra la grande poesia e la grande letteratura internazionale nella società intellettuale del dopoguerra. Ho conosciuto Raffaele La Capria il 15 novembre del 2017. Mi accoglie sorridente e capace di trasformare la consolidata riservatezza prima in cortesia eppoi, magicamente, in simpatia. Seduto su una poltrona bianca, accostata a una parete interamente tappezzata dai Meridiani della Mondadori, lo trovo perfetto: maglioncino color pastello, pantaloni beige, mocassini marroncino.

Elegante (come sempre ), ma l’indicatore del suo charme mi è parso ben altro: la congiunzione tra la curiosità e la passione. Muove rapidamente gli occhi e ogni tanto si accarezza le guance rasate con cura. Il tutto in un’atmosfera d’incanto: dall’ampia vetrata dell’attico, che si affaccia sulla cupola attorcigliata di Sant’Ivo alla Sapienza, si scorgono le ortensie, i limoni,i vasi di piante aromatiche e s’intravedono i tetti romani, dipinti dai colori di un arcobaleno che appare e scompare più volte dopo che una pioggerellina novembrina li ha ricoperti con gocce perlacee. Un’ aura di affabilità in cui l’uomo non tradisce lo scrittore, né lo scrittore tradisce la sua umanità. Una personalità fatta anche dal tono della voce,nel colore dell’accento napoletano, con cui si trasmettono pensieri e sentimenti, dalla complicità negli sguardi lanciati con purezza di intenzione e da una relazionalità pregna di sorrisi elargiti in maniera sincera e di viva attenzione anche se non dovuta. Classe, amabilità, riservatezza per il profilo dell’uomo; piacere, acutezza, ricerca della “parola che dice” per l’identikit dello scrittore. In tutti i suoi libri usa l’espressione bella giornata: La Capria parla delle belle giornate, le evoca di continuo come lo sfondo ideale della vita e della letteratura. E soprattutto chi le ha vissuto se indubbiamente – forse – non può riviverle, non può- e non deve- scordarle. Non stanco di vivere, ma assai consapevole dei tratti conclusivi della propria parabola esistenziale.

Profondamente convinto della bellezza del vivere («Brevi furono gli anni felici della Dolce Vita e breve la mia giovinezza che li attraversò»): ma anche consapevole di non potersi proiettare in un’attività senza fine e soprattutto di non essere più quello di prima, quando scriveva. «Non scrivo più perché ci sono i termini/limiti delle attività che si svolgono nella vita. Credo che a questa mia età occorre riconoscere il raggiungimento di alcuni traguardi ed io, come scrittore, credo di averli raggiunti. Non sono più tante cose che una volta ero, e non sono più capace di fare una quantità di cose che una volta facevo. A novantacinque anni smettere diventa un modo di vivere. Delle cose che non posso avere faccio a meno. Serenamente. Oggi mi piace più leggere. I testi pieni di sentimento. Ma non zuccherosi. Racconti che esprimono sentimenti non quelli che sfruttano i sentimenti. Il mio cuore ha bisogno di essere alimentato, per il prodigio di quella scintilla tra i due poli: da cuore a cuore, da cose che fanno bene come il piacere. L’esistenza si affronta con il cuore» La scrittura richiede energie che non può più mettere in campo. Soddisfatto della vita vissuta, non pensa a quella passata, vuole continuare ad amare quella vita che lo fa stare al mondo. È soprattutto il presente (anche del Paese) che ancora lo intriga. Vive leggendo, ma non lasciandosi prendere dalla nostalgia. È il suo modo di dare vita al suo esistere.

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