15 Aprile 2021 - Ultimo aggiornamento il: 15 Aprile 2021 alle 16:13:34

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Quando tre grandi poeti scoprirono Taranto

foto di Una pagina di “Insula Romana"
Una pagina di “Insula Romana"

Una pubblicazione del Premio di poesia “Insula romana”, svoltosi a Bastia Umbra, Perugia, nel 1998. In una pagina centrale, due poesie, una di Franco Loi, l’altra, di chi qui scrive. Sono quelle premiate (per i testi editi e per quelli inediti). Eccole. Franco Loi: “La luna era luna”. “La luna era luna dietro il cielo/ Si camminava, e nel tremare dell’aria / mi ero perso nel respirare di lei … / Oh quando le stelle si vorrebbero parlare / e viene una voce e uccelli cantano nel niente! / Nell’uomo si nasconde il senso della parola, / e svanisce la memoria, passa il vento. / Quel cielo vuoto nella luna era noi, / ma niente posso dire del sentimento.“

L’altra, di Aldo Perrone: “Milano”. “Oggi, bimestre, bolletta della luce,/ma tu non la vedrai,/ sorella mia, fine ragazza dagli occhi verdi,/bella d’ingenuità,/ragazza sempre, anche ora che hai chiuso gli occhi,/ improvvisamente, e curvi sul tuo corpo/composto e il tuo volto bello ancora/i tuoi figli e le tue lacrime. Bella ancora/di quella bellezza d’entusiasmo/che così ti dava il mondo/invincibile speranza di felicità e d’amore, nonostante…/Basta ora ‘bollette precedenti ci risultano pagate’,/basta ‘segue fattura, prego regolarizzare’,/basta segreterie telefoniche gracchianti messaggi dolci,/aspri di solitudine: Milano…//Ma i miei occhi erano verdi al Sud, i miei biondi capelli/fini come seta, e il volto di perla/ quando partii dal Sud, quando la speranza d’amore/m’accendeva il corpo e a questo giovane davo sguardi dolci/- che mi aveva portato lontano – e con la mia bellezza/ il mio candore profondo e la mia speranza/ di madre, amavo. Madre,/madre a Milano,/ madre alla Val Trebbia, madre dietro i monti/di San Colombano, madre dentro i cuori dei miei figli/madre anche ora, che da queste colline alte nel cielo/vi guardo, figli innamorati, figli cresciuti di baci. Lontana/da quel mio mare che sa di Grecia e d’aranci/vostra madre vi ama./Vicina al vostro amore e alla mia morte,/sul Naviglio che mormora scuro nella sua corsa/i miei sogni spenti in un’alba di maggio a Milano./Lasciate che sia io la voce di fronde e di vento/che mormora: ‘Milano’.” Nella pagina accanto due quadri (di Silvestra Meranghini, e di Antonio Coletti) ispirati rispettivamente alle due poesie.

Fu in quell’occasione che incontrai per la prima volta Franco Loi; e con lui quella sera Elio Pecora e Giorgio Manacorda. Durante il rito della premiazione, dopo la recita delle nostre poesie, ci ritrovammo fianco a fianco (con me era mia moglie) e iniziò una serata difficile da dimenticare. Così si sviluppò fra noi una conversazione che durò tutta la sera. La mia lirica era stata scritta per mia sorella ch’era scomparsa quattro mesi prima. Compresero che nel mio animo c’erano sentimenti contrastanti. Un dolore più forte d’ogni cosa. Durante la serata Loi scoprì con piacere che conoscevo non poche sue poesie, ovviamente milanesi – e le sapevo anche recitare – mi disse. Gli accennai della nostra poesia dialettale, legata in particolare al (grande e quasi sconosciuto) Emilio Consiglio. Per il poeta milanese (Loi) ed il poeta “romano” (Pecora) quell’incontro fu una non piccola sorpresa, quando parlai loro della pubblicazione dei racconti di mare del Premio Taranto, tra i quali c’erano un Sandro Penna e un Pier Paolo Pasolini non solo inediti ma assolutamente sconosciuti.

Elio Pecora, grande amico di Penna, volle sapere nei particolari non solo del Premio Taranto ma anche del racconto, anzi “Raccontino” – si chiamava così – di Sandro Penna. E nel libro, poi il romanzo breve “Terracina”, di Pasolini. Che “Terracina” fosse la prima stesura di “Ragazzi di vita” (il vero capolavoro dello scrittore di Casarsa) era ignoto anche agli esperti pasoliniani! Cosicché dovetti promettere che appena tornato a Taranto, avrei inviato in regalo il libro (“I più bei racconti di mare del Premio Taranto”, stampato nel 1992 dalle piccole edizioni del Gruppo Taranto, per il ricordo di Antonio Rizzo; oltre i lavori di Penna e Pasolini c’erano Brignetti, Gadda e Carpinteri). E raccontai dell’evento terracinese, quando sindaco e la comunità della cittadina mi avevano invitato per presentare “Il racconto ritrovato di Pier Paolo Pasolini”. Convegno e Mostra, che oltre me vide relatori Siriana Sgavicchia e Renato Minore. Nella mattina (per merito del mio amico Calogero Cangialosi che si era procurato due biciclette) corremmo a visitare Vicolo Rappini, il vicolo protagonista di una parte significativa del romanzo. Si era salvato, con altre due o tre viuzze, dalla furia della speculazione edilizia contro il Centro storico per merito delle anziane con i “zinali”, che avevano cacciato le ruspe. Nel convegno chiesi che il Comune giurasse di salvare quel vicolo, che ormai era parte importante della moderna letteratura italiana. Parlammo a lungo dei loro libri. Specie quello del premiato Franco Loi, per la raccolta “Verna”. Per me un vero “canzoniere d’amore”, con una corposità da lirica classica, oltre che testo di felice erudizione. Il testo di Loi, fatto singolare, era delle edizioni Empirìa, casa editrice romana alla quale collaborava proprio Elio Pecora. Ricordo che in quel tempo vi collaborava anche Gabriella Sobrino, coraggiosa estimatrice dei miei lavori su Raffaello Brignetti. In quegli anni Elio Pecora aveva pubblicato le poesie scritte nel ventennio 1975-1995, certamente una delle sue maggiori raccolte.

Aveva già pubblicato un felice lavoro su Penna, e l’importante antologia “Poesie italiane del 900”. Feci finalmente a Loi la domanda di rito: perché avesse scelto di poetare in milanese. “Si poeta con la propria lingua, ch’è il cuore…”, disse. Infatti nella nostra bella poesia del Novecento Franco Loi rappresenta una delle più limpide e sentite voci. In quella “sua” lingua milanese fatta di folgorazioni mai banali, intensamente originali e direi coraggiose. La lingua del popolo. Come se sua madre fosse la gente del “villaggio”, anche se il villaggio era Milano ed il suo milanese una lingua un po’ corrotta dagli emigrati (specie del Sud. Ma non era emigrato anche lui, di madre genovese e di padre sardo? Trasferiti nella capitale lombarda quando lui era bambino). Sì, il “parlar materno”. Accennai anche al legame che in quegli anni mi aveva avvicinato a Mario Luzi, Gaspare Barbiellini Amidei, Donato Valli, Emerico Giachery, Michele Prisco, Sergio Pautasso, Alberto Cappi, Silvia Sereni, per uno scambio di lettere, idee, riflessioni, in amicizia. Pur impegnato fortemente con la saggistica, per Brandi, per i “Racconti atalattici” di Brignetti, per Vito Forleo e Antonio Rizzo, per Eugenio ed Alberto Cirese, e Raffaele Carrieri ecc.). Ma la poesia non puoi dimenticarla.

Tornando a Loi, da poco scomparso, la sua è stata una grande lezione per l’intera letteratura italiana. Un’anima forte e contemporaneamente tormentata. Come tormentato fu il suo “discorso” con il sentimento religioso; che nessuno avrebbe sospettato così intenso e drammatico. E basterebbe quella sua splendia poesia: A Dio, nella raccolta “I nül” con la quale vorrei qui salutarlo: “Uh Diu, ciappum e scorla cul tò vent / stu sàres che de aqua el g’à besògn… / mì vöri fa parlà la tua natüra, / vöri vèss umbra dumâ de la tua lüs! / Se g’û de fa? Oh quièta la mia ment! / L’è dumâ l’ànema che vurarìa nel füs / fa deventà tua vûs e to turment! / Ma Diu fa quèl che te vöret, che te piâs, / che mì su mai due che me porta el vent.” (da “I niul” – Le nuvole: “Ah Dio, prendimi e scrolla col tuo vento/questo salice che d’acqua solo ha bisogno…/io voglio far parlar la tua natura/vorrei essere ombra della tua luce!/Cosa devo fare? Oh acquieta la mia mente!/E’ che vorrei l’anima far entrare nel fuso/e farla trasformare in tua voce e tuo tormento!/Ma Dio, fa’ quel che vuoi, ciò che ti piace,/che io non so mai dove mi porta il vento”).

Aldo Perrone

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