15 Aprile 2021 - Ultimo aggiornamento il: 15 Aprile 2021 alle 13:32:53

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Salvatore Quasimodo: dai Lirici greci al Vangelo secondo Giovanni

foto di Nicola Lazzaro e Salvatore Quasimodo
Nicola Lazzaro e Salvatore Quasimodo

Salvatore Quasimodo, premio Nobel per la letteratura nel 1959, ha segnato con le sue opere, attraverso un variegato percorso, una tappa importante nella letteratura del XX secolo. Grande appassionato dei classici, si dedicò alla traduzione dei Lirici greci e di alcuni episodi dell’Iliade e dell’Odissea. Conosceva bene sia il greco sia il latino, l’aveva studiato a Roma, dove si era trasferito dopo il diploma, con mons Mariano Rampolla del Tindaro, fratello di Federico suo professore all’Istituto Tecnico MatematicoFisico di Messina.Tradusse anche 23 Epigrammi di Leonida di Taranto, 8 nel 1957 e 15 nel 1967. Le traduzioni furono presentate a Taranto, insieme ad un saggio, dallo stesso autore, nel corso di una cerimonia ufficiale l’11 aprile del 1967. I manoscritti originali delle traduzioni, Quasimodo li donò alla città e da allora sono custoditi nella Biblioteca Acclavio. Famoso è l’epigramma in cui Leonida parla della sua lontananza da Taranto.

I versi nella traduzione di S. Quasimodo sono stati incisi, sulla parete frontale, nel salone di Rappresentanza della Provincia di Taranto. “Molto lontano dormo dalla terra d’Italia e dalla mia patria, Taranto. Questo è per me più amaro della morte. Tale è la vana vita di ogni nomade. Ma le Muse mi amarono, e per tutte le mie sventure mi diedero in cambio la dolcezza del miele. Il nome di Leonida non è morto. I doni delle Muse lo tramandano per ogni tempo”. Quasimodo non trascurò neppure gli autori latini, da Fedro a Catullo, da Virgilio a Ovidio, solo per citarne alcuni. Le sue traduzioni riscossero un enorme successo, perché riusciva a dare un tocco di modernità al testo antico. Non di minore importanza le traduzioni di Shakespeare, Moliere e Neruda. Si occupò di recensire anche opere teatrali, comprese quelle rappresentate nel teatro greco di Siracusa, le cui critiche erano pubblicate su vari periodici fra cui il Tempo illustrato, di cui divenne il critico ufficiale. Nel 1984 la raccolta fu ampliata dal figlio Alessandro nel volume Il poeta a teatro.

Considerava il teatro la massima aspirazione del poeta, e in occasione della IV “Giornata Mondiale del Teatro” (31 marzo 1965) inviò questo messaggio: “La decisione di dedicare ogni anno una giornata mondiale al teatro potrebbe far pensare a una sua crisi. C’è dunque bisogno di una celebrazione? Non si può parlare mai di crisi in senso assoluto delle forme creative: forse di rotazione, sia per i movimenti politici o ideologici della storia, sia per le distrazioni che allontanano l’uomo dai suoi problemi esistenziali. Il teatro, in ogni tempo, è stato il riflesso della vita contemporanea – è inutile ricordare i Greci – e per questo di volta in volta cade nelle riserve della censura. Oggi la cronaca dell’uomo non interessa soltanto il suo interno, la psicologia o le discordanze della psiche, la incomunicabilità o meno delle deboli ombre del suo pensiero, ma soprattutto l’urto fra i diversi modi di ordinare la vita, quando questa possibilità gli fosse data da una pace ragionata fra i popoli, che metta le sue radici anche nelle divisioni di razza e sui diritti dell’uomo. L’invito a teatro in questa giornata non dovrebbe essere provvisorio, temporaneo, ma convincere la nuova generazione (aggrappata alle prospettive spettacolari dello sport o alla dispersa vibrazione vocalica delle canzoni) che solo nel teatro troverà il dialogo che definisca la sua probabile sorte fisica. La guerra non è alle nostre spalle, ma proprio nei nostri gesti quotidiani.

E qui l’uomo va fermato e avvertito: e non nel segno della speranza, ma attraverso la certezza della sua forza spirituale e civile. Il teatro presume di continuare questo aperto dialogo millenario dell’uno, non contro l’altro, ma per l’altro, vicino o straniero alla sua lingua e al suo costume”. Nel 1942, in piena II guerra mondiale, Quasimodo inizia la traduzione, direttamente dal greco, del Vangelo secondo Giovanni. Si era avvicinato ai Vangeli molti anni prima attraverso la lettura delle Confessioni di sant’Agostino. Nel saggio della scrittrice Curzia Ferrari (Religiosità di Salvatore Quasimodo, pubblicato nel 1971 a cura del Centro d’arte e cultura l’Airone di Capua) leggiamo: “I Vangeli furono da me accostati attraverso la meditazione del libro di Sant’Agostino. I Vangeli e il libro di Agostino ordinarono ogni mia futura esperienza del pensiero. Forse debbo a queste letture un lungo intervallo che credevo fosse una rinuncia invece di una maturazione, tanto difficile mi sembrava di poter giungere alla verità attraverso la poesia”. Abbiamo contattato Alessandro Quasimodo affinché ci fornisse delle precisazioni sulle traduzioni del padre. “Ha sempre avuto presenti le scritture sacre – ci spiega il figlio Alessandro – la decisione di tradurre il Vangelo derivò esclusivamente da una spinta interiore e non come per le altre opere dalla richiesta di un editore. Scelse il Vangelo secondo Giovanni perché era più vicino al suo spirito e al suo modo di vedere le cose. Due erano le molle che lo spingevano a scrivere: l’amore e il culto della bellezza. Il testo di Giovanni, semplice e diretto, lo aveva letteralmente affascinato. Traeva ispirazione anche dalla lettura della Bibbia. L’esempio più eclatante è: Alle fronde dei salici, ispirato proprio al salmo 137 della Bibbia”. Durante quel periodo legge il Cantico dei Cantici, e compone 19 gennaio 1944: “Ti leggo dolci versi di un antico, e le parole nate tra le vigne, le tende, in riva ai fiumi e le terre dell’est come ora oggi ricadono lugubri e desolate in questa profondissima notte di guerra in cui nessuno corre il cielo degli angeli di morte”.

Notevole la differenza tra il paesaggio idilliaco del Cantico e la triste realtà del periodo bellico riportata in 19 gennaio 1944. “La traduzione del Vangelo – continua Alessandro Quasimodo – fu accolta dal mondo religioso a braccia aperte e con molto entusiasmo. Fu citata anche come esempio di grande fedeltà al testo originario, perché molti non traducevano dal testo greco, ma da quello latino, per cui a volte il senso risultava alterato”. L’imprimatur per la pubblicazione giunse il 5 ottobre 1945 dal canonico Carolus Tigini e subito dopo da Domenico Bernareggi che firmò per l’Arcivescovo di Milano. A coloro che lo definivano ateo, era solito rispondere così: io comunque non sono ateo, credo che questo l’abbia capito, sono un cristiano e non potrei non esserlo. La mia è l’attesa di sant’Agostino, l’attesa di fede. Decine sono le poesie in cui parla del Signore con la maiuscola; il centro delle mie poesie, era solito dire, è l’uomo e ancor di più il Dio che si fa uomo. “Recentemente è stata pubblicata da Mondadori, una nuova edizione di tutte le poesie di Quasimodo con inediti giovanili. Sulla copertina – ha commentato Alessandro Quasimodo – invece delle solite fotografie viste e riviste, ho proposto il fico d’India. Mio padre stesso si definiva così, perché era spinoso all’esterno, ma dolce all’interno. Era una persona molto buona e disponibile con gli altri, un po’ meno nel privato”.

La stessa Curzia Ferrari nel saggio sopra citato: “Aveva amici tra i sacerdoti, gli umili, la povera gente della strada alla quale dava non solo denaro ma anche una parola buona, di speranza, il che vale ancora di più”. La nostra speranza ed il nostro auspicio è che il grande e millenario patrimonio culturale del Sud sia maggiormente conosciuto, specialmente tra i giovani, affinché non si arresti l’attuale tendenza di divulgazione letteraria e scientifica.

Silvana Giuliano

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