11 Aprile 2021 - Ultimo aggiornamento il: 11 Aprile 2021 alle 08:18:52

Cronaca News

Arcelor Mittal: Cassa integrazione per ottomila

Arcelor Mittal
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La crisi resta fortissima, il Covid è un macigno anche sull’economia. E ArcelorMittal Italia conferma il numero massimo – 8.128 dipendenti – del nuovo ricorso alla cassa integrazione ordinaria per crisi di mercato per lo stabilimento siderurgico tarantino. Lo ha comunicato l’azienda ai sindacati Fim Cisl, Fiom Cgil, Uilm, Usb, Ugl e alla rsu aziendale. A firmare la comunicazione è direttore del personale, Arturo Ferrucci. La nuova cassa integrazione decorrerà dal 29 marzo per un periodo “presumibile”, dice l’azienda, di 12 settimane.

“A causa dell’emergenza epidemiologica Covid 19 – è la motivazione – ancora in atto in tutto il territorio nazionale e internazionale, i cui effetti continuano ad avere riflessi in termini di calo di commesse e ritiro degli ordini prodotti, considerato altresì il parziale blocco di parte delle attività produttive, distributive, manifatturiere e commerciali”. Ferrucci, direttore del personale, non nasconde le difficoltà citando un contesto “difficilissimo” anche per “la chiusura degli ordini e delle fatturazioni visto il drastico calo registrato in questi mesi dei volumi e di conseguenza delle attività produttive”. Per questo Ami si trova “nella condizione di dover procedere ad una riduzione della propria attività produttiva”. ArcelorMittal ha avviato la cassa integrazione per crisi di mercato a Taranto già da luglio 2019, cioè pochi mesi dopo (novembre 2018) il suo arrivo come gestore in fitto rispetto a Ilva in amministrazione straordinaria. La cassa ordinaria da luglio sino a fine febbraio-primi di marzo 2020, è stata sempre chiesta per un numero massimo di 1.200 dipendenti, poi col ricorso alla cassa integrazione Covid e adesso con la ordinaria, i numeri sono significativamente aumentati coinvolgendo quasi tutta la forza lavoro di stabilimento.

A quanto si è appreso, ArcelorMittal si riserva di trasformare la cassa integrazione ordinaria in cassa integrazione Covid – al momento in scadenza il 27 marzo – qualora ci fossero i presupposti. È già accaduto in passato, infatti, che l’azienda abbia avviato la procedura di cig ordinaria e poi l’abbia ritirata per trasformarla in cassa Covid essendo intervenute norme specifiche al riguardo. Da ricordare che l’applicazione effettiva della cig ha riguardato un numero inferiore di dipendenti: circa 4.000 nelle fasi acute della pandemia, la scorsa primavera, e circa 3.000 negli ultimi mesi. Attualmente sono in cassa Covid meno di 3.000 persone essendo nel frattempo ripartiti alcuni impianti che erano fermi da mesi come l’acciaieria 1 e l’altoforno 2.

Quest’ultimo, però, rimesso in marcia a fine gennaio scorso, dopo che Ilva in amministrazione straordinaria ha effettuato una serie di interventi per migliorare la sicurezza del campo di colata, è fermo da venerdì scorso; in marcia ci sono solo gli altiforni 1 e 4. Ilva in amministrazione straordinaria, proprietaria degli impianti, ha effettuato lavori per circa 10 milioni di euro installando tre diverse macchine (tra cui il campionamento automatico della ghisa) adempiendo a prescrizioni dell’autorità giudiziaria dopo un infortunio mortale accaduto a giugno 2015 proprio all’altoforno 2. Ad ogni buon conto, sulla strada dell’ex Ilva di Taranto non mancano criticità. I sindacati Fim Cisl, Fiom Cgil, Uilm e Usb, in una comunicazione all’azienda, chiedono un incontro per verificare le ragioni per le quali l’altoforno 2 è fermo da venerdì scorso. Lunedì sera i sindacati hanno dichiarato che lo stop dell’impianto, rimesso in marcia a fine gennaio dopo una serie di lavori ed un anno di inattività, era stato causato da un cedimento del refrattario, materiale di rivestimento dello stesso altoforno.

A stretto giro, ArcelorMittal ha risposto ai sindacati, smentendo che vi fosse stato un cedimento del refrattario. I sindacati evidenziano tuttavia che l’altoforno è di nuovo fermo ad appena un mese dal riavvio e quindi va chiarito cosa è accaduto il 27 febbraio. Con la riattivazione dell’altoforno 2, il siderurgico era tornato ad avere operativi tutti e tre gli altiforni di cui dispone. Questo aveva portato la produzione di ghisa ad un livello giornaliero di 14.000-15.000 tonnellate anche in vista dell’obiettivo complessivo di produzione fissato per il 2021 a 5 milioni di tonnellate di acciaio dopo un 2020 che si è chiuso con appena 3,3 milioni di tonnellate, una quantità bassissima, mai raggiunta in tanti anni di attività. La Uilm e la Fiom hanno inoltre chiesto un’ispezione allo Spesal, il Servizio di prevenzione igiene e salute degli ambienti di lavoro dell’Asl, e all’Arpa, l’Agenzia per la protezione dell’ambiente della Regione Puglia. Come riportato dall’agenzia Agi, in una lettera sono i rappresentanti Uilm Ciro Manisi, Vincenzo Vestita e Antonio Zaccaria a chiedere allo Spesal Asl e Arpa Puglia di “verificare i fenomeni di emissioni fuggitive e non convogliate nel reparto TRS 2 in acciaieria 2 col fine di traguardare soluzioni risolutive e definitive”. “Abbiamo rilevato ed evidenziato a tutti i preposti che durante la marcia degli impianti, gli stessi sprigionano considerevoli quantità di fumi e polveri non convogliate, che tendono a stratificare nel capannone dell’acciaieria per poi fuoriuscire all’esterno”. I rappresentati della Uilm sottolineano che “abbiamo fatto presente che le contromisure adottate sinora si sono rivelate inconcludenti, in quanto ad oggi l’aspirazione è evidentemente inefficace”. Ora Uilm e Fiom chiamano in causa Spesal Asl e Arpa Puglia “stanchi di non riuscire a determinare le necessarie condizioni di salute e di sicurezza per i lavoratori, oltreché di rispetto dell’ambiente, nonostante anche alcuni esposti effettuati nei mesi/anni passati”.

Questo, dice il sindacato, “a causa dell’approccio aziendale a non voler affrontare e risolvere in via definitiva tali problematiche”. Per Gennaro Oliva, coordinatore di fabbrica Uilm, “questa è purtroppo la situazione che si verifica con ArcelorMittal. Segnalazioni, denunce, e tutto resta immutato. Se dovessero esserci gravi conseguenze soprattutto a danno delle persone, dovranno essere individuate le responsabilità e come Uilm le perseguiremo nelle sedi opportune”. Il dossier Taranto è ora nelle mani del ministro per lo Sviluppo Economico Giancarlo Giorgetti. “Il nuovo quadro finanziario conseguente a una rivalutazione della tematica degli aiuti di Stato, conseguente al rinnovato approccio della situazione europea, permette di valutare in una nuova prospettiva la strategia di intervento pubblico nell’area” ha dichiarato l’esponente leghista rispondendo nell’Aula della Camera per il question time. Il ministro ha fatto riferimento, in particolare, a “specifiche previsioni del Piano nazionale di ripresa e resilienza che in questo momento sono in predisposizione al ministero”. Giorgetti ha peraltro fatto rilevare, tornando all’intesa raggiunta nei mesi scorsi tra ArcelorMittal e Invitalia che la recente sentenza del Tar della Puglia “rischia di complicare e vanificare il buon esito dell’operazione”.

Ma nello stesso tempo, ha ricordato, “il ministero ha avviato un’interlocuzione con i commissari, i sindacati, ma anche con i rappresentanti del territorio, sindaco di Taranto e Regione Puglia, che hanno portato al tavolo anche le ragioni dell’indotto”. E in quella sede, ha fatto assicurato, “è emersa la volontà comune di vagliare ogni possibile ipotesi diretta a vagliare le criticità intervenute, coinvolgendo anche le istituzioni europee, nell’ottica di tutelare la produzione strategica dell’acciaio in Italia, assicurare le garanzie per i lavoratori e la tutela dell’ambiente, ciò tramite la verifica di fattibilità tecnica ed economica di una riconversione energetica del sito”. “Ho apprezzato che uno dei primi atti del inistro Giorgetti, dopo l’insediamento, sia stata la convocazione delle ‘parti’ dell’ex Ilva di Taranto, rimettendola così al centro dell’agenda di governo. Il segnale d’urgenza lanciato è incoraggiante, adesso l’auspicio è una decisa accelerate del dossier.

La situazione è insostenibile e incombe il Recovery che potrebbe rivoluzionare il modo di produzione dell’acciaio” ha detto la deputata di Forza Italia, Vincenza Labriola, intervenendo nell’Aula di Montecitorio nel corso del question time. “Siamo consapevoli della rilevanza che il siderurgico ha sul Pil – ha aggiunto –, ma siamo altrettanto consapevoli dei danni che l’acciaieria più grande d’Europa ha creato e continua a creare alla salute dei cittadini e all’ambiente di Taranto. Così non si può continuare a produrre, tra l’altro l’importanza strategica dell’azienda riflette una realtà economica drammatica, troppi anni tra finti rilanci e altrettante finte ripartenze. Forse – ha sottolineato l’esponente azzurra – l’aspetto più difficile sarà quello di ricucire le ferite tra l’azienda, la politica e il territorio”.

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