16 Aprile 2021 - Ultimo aggiornamento il: 16 Aprile 2021 alle 18:03:30

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Mezzogiorno federato e sviluppo, non bisogna sprecare l’occasione europea

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Le bandiere dei Paesi dell'Unione Europea

La felice intuizione di Claudio Signorile sulla necessità di federare il Mezzogiorno si impone in tutta la sua attualità e lungimiranza proprio in un momento come l’attuale nel quale il Governo si appresta ad elaborare il piano da presentare a Bruxelles per il Recovery fund. E’ un’occasione da non perdere che non si ripeterà mai più. Per questa ragione è di grande importanza elaborare un piano complessivo che sia credibile, accompagnato da un percorso praticabile, ma soprattutto un grande piano che non si perda dietro ai provincialismi e ai particolarismi del progetto per il ponte o per la strada del municipio ma abbia l’ampio respiro che metta da parte i piccoli interessi di bottega provinciali e regionali in un’ottica che coinvolga tutto il Mezzogiorno dentro una logica europea e transnazionale.

E’ la visione di un Sud e di una Sicilia visti come un’Air Base naturale verso i Paesi che si affacciano sul Mediterraneo e l’Africa. In effetti per un’Europa che guarda all’Africa mediterranea l’Italia ed in particolare il Sud e la Sicilia rappresentano una piattaforma naturale per nuovi e più intensi rapporti commerciali, industriali, economici e culturali. La conformazione geografica del nostro Paese fa di esso una piattaforma naturale protesa nel Mediterraneo e verso l’Africa. Tale piattaforma va però infrastrutturata in un’ottica certamente incompatibile con provincialismi e tentazioni campanilistiche. Infatti senza la grande infrastrutturazione, le grandi vie di comunicazione e di collegamento, i porti, l’alta velocità e quant’altro, l’idea di un’Europa che si proietti verso l’Africa e la centralità mediterranea del Mezzogiorno sono destinate a rimanere una pura petizione di principio. Solo attraverso questi interventi e solo in questa visione transnazionale il Mediterraneo può giocare sempre di più il ruolo di “mare interno dell’Europa” e il Mezzogiorno quello di banchina di attracco di popoli, idee, culture, flussi economici, vie commerciali che dall’Europa guardano all’Africa e viceversa.

Un bacino di 20 milioni di persone non è uno scherzo. E allora se questo è il ruolo del Mezzogiorno e del Mediterraneo, se ragioniamo nell’ottica di un Mezzogiorno non più come appendice dell’Italia ma come Mezzogiorno d’Europa, di prolungamento naturale dell’Europa e collegamento con i Paesi dell’Africa bisogna andare oltre e abituarsi a pensare non più come Calabria, Puglia, Lucania, Sicilia o Campania ma come Mezzogiorno. Da questo punto di vista l’intuizione del Mezzogiorno federato che propone Signorile assume grande attualità e diventa strada obbligata. Io resto convinto che essa, tenuto conto del favore con cui è stata accolta negli ambienti politici, scientifici e tecnici del sud ma anche da amministratori intelligenti del nord come il sindaco di Milano Giuseppe Sala (l’alleanza con il Nord produttivo è fondamentale), diventerà nelle prossime settimane operativa e si trasformerà in precisa proposta politica. Sarà proprio questo idem pensare e operare delle regioni del sud che consentirà la realizzazione di grandi opere infrastrutturali poiché da questa ottica la grande infrastrutturazione del Mezzogiorno trarrà giustificazione e motivazione. Da decenni per esempio si parla della realizzazione del Ponte sullo stretto di Messina. Personalmente ritengo che questa importante infrastruttura oltremodo necessaria allo sviluppo del Mezzogiorno finora non sia stata mai realizzata perché è stata sempre rappresentata come un’opera inserita in un’ottica provincialistica o al massimo regionalistica cioè come opera “necessaria per assicurare tempi più brevi al passaggio dello stretto e collegare la Sicilia al resto del Paese”. In sostanza una infrastruttura ad uso domestico finalizzata al superamento dell’isolamento della Sicilia. Nobilissima intenzione e opera certamente necessaria ma l’ottica regionalistica e il limitato ambito della sua utilizzazione non giustificano il costo dell’opera.

Questo modo di rappresentare l’utilità del progetto del ponte sullo stretto è stato sempre il suo tallone di Achille per cui hanno avuto facilmente buon gioco le critiche che da sempre gli sono state rivolte da coloro che sono pregiudizialmente contro al progetto: “Con le disastrose condizioni delle strade di collegamento in Sicilia e nel sud si pensa a realizzare un’opera così costosa. Tutti questi soldi per risparmiare mezz’ora di tempo”. Apparentemente becere e qualunquiste queste critiche in fondo sono supportate da molto buon senso. Nella logica del rapporto costi benefici queste osservazioni hanno un senso. Uno non compra una Ferrari per andare da casa in ufficio, usa la 500, ma se deve andare in autostrada da Taranto a Milano la Ferrari ha un senso. Il ponte sullo stretto nell’ottica tutta italiana del solo collegamento tra la Calabria e la Sicilia in effetti sarebbe un’opera eccessivamente costosa rispetto al beneficio che se ne trarrebbe (risparmio di mezz’ora di tempo per l’attraversamento dello stretto) ma se l’ottica diventa ampia, europea e transnazionale cioè quella di un’Europa che guarda ai Paesi del Magreb e di un Mediterraneo come mare interno d’Europa, la Sicilia diventa un AB naturale per il collegamento con l’Africa e quindi parte di un quadro di riferimento più complesso e articolato.

E allora le cose cambiano e il ponte sullo stretto diventa un’opera fondamentale, necessaria e strategica. In questo quadro vanno necessariamente inseriti tutti gli interventi a corredo di questa mega struttura che devono far parte di un unico quadro di riferimento. Le due dorsali adriatica e tirrenica, l’alta velocità, i collegamenti tra Adriatico e Tirreno tramite le trasversali Pescara-Napoli-Roma, Bari-Cilento-Reggio Calabria, la jonica Taranto-Reggio Calabria con le bretelle di collegamento della Calabria jonica con la Calabria tirrenica, la Cirò- Catanzaro per intenderci. Ma soprattutto occorrerà ripensare alla radice la infrastrutturazione viaria in Sicilia: collegamenti Catania-Palermo, Agrigento- Palermo-Messina-Catania, Ragusa-Catania-Palermo. E la Sicilia mediterranea dovrà essere dotata di porti e di infrastrutture tali da permettere l’attracco delle grandi navi portacontainer e attivare i grandi traffici intercontinentali che attraverso Suez traguardano l’Europa. E’ questo quadro di riferimento che giustifica l’intervento dell’Europa per una mega infrastruttura come il ponte sullo stretto. Fuori da questa logica il ponte sullo stretto diventa un’inutile dispendio di danaro pubblico. Devo rammentare che questa visione non è nuova. Essa era già presente nella filosofia del Piano Generale dei Trasporti elaborato dal Ministero dei Trasporti, Ministro Claudio Signorile con Ercole Incalza suo principale collaboratore negli anni 1984/86, e approvato dal Governo del tempo. Ma questa grande intuizione pensata allora e in quelle condizioni storiche era troppo avanti e non aveva grandi possibilità di diventare realtà per i costi che la sola Italia non avrebbe potuto sostenere.

L’Europa non era ancora sufficientemente attrezzata e disponibile a megainvestimenti in infrastrutture. Oggi le condizioni sono diverse e il contesto storico politico è cambiato. L’Europa a causa del Covid ha cominciato ad allentare i cordoni della borsa mettendo a nostra disposizione 209 miliardi da spendere. Un’occasione questa che sarebbe un delitto non cogliere poiché una tale disponibilità non si presenterà mai più. Ecco perché il quadro di riferimento politico proposto da Signorile quando parla di Mezzogiorno federato assume una enorme attualità ed io ci aggiungo necessità di realizzazione in tempi brevissimi.

Mario GUADAGNOLO

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