17 Aprile 2021 - Ultimo aggiornamento il: 17 Aprile 2021 alle 18:16:49

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Roby Facchinetti, un nuovo singolo e vecchie emozioni

foto di Roby Facchinetti
Roby Facchinetti

La macchina della musica non si ferma. Roby Facchinetti, fra i fondatori dei Pooh, dopo lo scioglimento della “banda nel vento”, prosegue la sua attività solistica. Lo aveva fatto con due album quando cantava con Stefano, Dodi e Red (“Roby Facchinetti” e “Fai col cuore”) e un terzo, prima della reunion (“Ma che vita la mia”). In questi giorni ha pubblicato il terzo singolo, “Cosa lascio di me”, dall’album “Inseguendo la mia musica”.

Proviamo a saperne di più. Intanto, maestro, come va?
«Benissimo. Mi sono stancato di rispondere a domande simili con frasi del tipo “Potrebbe andare meglio se non fosse che…”, oppure “Navighiamo a vista in attesa di giorni migliori”: basta, ho deciso di ignorare completamente questo vigliacco – mi riferisco al Covid-19 – che ha seminato morte e terrore sull’intero pianeta portandoci via gli affetti più cari».

Stefano D’Orazio, l’ultimo in ordine di tempo, con cui avevi scritto la bellissima “Rinascerò rinascerai”, un auspicio nella lotta alla pandemia. Oggi circola il terzo singolo, un titolo che è tutto un invito alla domanda successiva. Cosa lascia uno che, come te, ha dato tutto di se stesso?
«Oggi mi va di ribaltare i concetti, così parto da quello che mi hanno lasciato, fatto dono, le persone che ho incontrato durante la mia vita, dai miei genitori in poi. Non è un caso che il video del brano raccolga cento scatti della mia vita – anche se forse avrei dovuto metterne tanti di più – persone importanti in modo diverso, che mi hanno lasciato tanto del loro affetto, parlo degli amici in genere, per proseguire con gli “amici per sempre” – i Pooh, Stefano D’Orazio, Dodi Battaglia, Red Canzian, senza dimenticare Valerio Negrini e Riccardo Fogli – che hanno fatto in modo che arrivassi ad oggi, fino ad essere quello che sono: proprio grazie a incontri di una vita, impari a crescere, a perfezionare, modificare se vuoi, il tuo modo di essere; chiunque diventa qualcuno a seconda delle persone che ha incontrato nel sentiero della vita».

Entrando nello specifico del brano, invece?
«Parla di un uomo innamoratissimo della propria donna. Le dice quanto lui la ami e quanto lei gli stia dando, tanto da lasciare tracce nel suo cuore; comincia tutto da lì, per poi diventare un brano universale, che si presta ad altre interpretazioni sul “Cosa lascio di me”; amo questa canzone anche per questo concetto, perché è un grande brano d’amore: un uomo innamorato ha paura di perdere quello che ama e si interroga su cosa sia riuscito a dare alla sua compagna».

QUESTO FOLLE SENTIMENTO
Maria Francesca Polli, autrice del testo, ha scritto per Mina, è riuscita ad entrare perfettamente nel mondo maschile, è entrata in perfetta sintonia con i tuoi sentimenti.
«L’amore è un sentimento universale, è un dare e avere, anche se ritengo che la donna sotto certi aspetti sia più profonda, riflessiva; è più affidabile, l’uomo talvolta è superficiale, più fallibile nei sentimenti. Maria Francesca ha interpretato perfettamente questo “folle sentimento” che è l’amore: esprime un sentimento forte e discreto insieme, quasi lui o lei si amassero talmente tanto da chiedersi quale sentimento abbiano lasciato nell’altro…».

“Cosa lascio di me”, mi ricorda canzoni come “Cosa dici di me”, “Due belle persone”, “Cosa rimane”. C’è un amore, un’amicizia che avresti voluto recuperare?
«Quando penso a certe cose, le prime persone che mi vengono in mente, sono quelle care che non ci sono più, affetti intimi, troppo personali; non posso fare a meno, però, di ricordare Stefano e Valerio, grandi compagni di viaggio, il mio pensiero quando vado indietro con la memoria è rivolto a loro: due autori, due musicisti straordinari, persone fantastiche che mi hanno lasciato dentro tanto – a proposito di “Cosa lascio di me” – e insegnato altrettanto».

Da Monaldi in poi, dunque da “Tanta voglia di lei”, “Pensiero” e “Infiniti noi”, avete avuto grandi collaborazioni in fatto di arrangiamenti. Ci sono titoli che avresti ribaltato, tanto da fare di un brano romantico un pezzaccio rock e, viceversa, di un motivo rock qualcosa che fosse romantico?
«Francamente non saprei dove mettere le mani. Tutto quello che è stato fatto, andava realizzato così, prima della versione definitiva nelle diverse occasioni ci abbiamo pensato su non una, ma cento volte. Faccio un esempio, 2016: “Pensiero”, “Noi due nel mondo e nell’anima” e “Chi fermerà la musica”. Le abbiamo attualizzate con suoni, groove, imprimendo a queste una spinta maggiore; l’anima che quelle canzoni avevano originariamente, però, è rimasta la stessa. Insomma, abbiamo cambiato le cornici, ma i dipinti sono rimasti intatti. E se parliamo di successi, l’operazione diventa più complicata: fanno parte della memoria collettiva, la gente si è innamorata di quella canzone cantata in quel modo, con quel suono, con quelle frequenze».

Maestro, ci risulta che nei giorni scorsi fossi a Torino. Se non sono indiscreto e se fosse qualcosa legato al tuo lavoro, cosa facevi nella Città della Mole?
«Ero in missione segreta. Non posso entrare nei dettagli, perché quando sarà il momento il progetto sarà illustrato in ogni suo aspetto. Posso solo anticipare che si tratta di “Parsifal”; alcune notizie sono sfuggite al nostro controllo, ma per espressa volontà di Stefano con cui ho condiviso questa opera, tutto sarà reso ufficiale al momento giusto».

DAI CLUB AGLI STADI
Provo ad aggirare l’ostacolo, parliamo del “Parsifal” dei Pooh, hai visto mai, ti sfuggisse qualche altro dettaglio sull’opera Facchinetti- D’Orazio.
«Quel titolo, “Parsifal”, per i Pooh è stato decisivo. Non temo smentite se dico che quei dieci minuti hanno cambiato il nostro camino, quasi fosse un esame di maturità. I tempi stavano cambiando, c’era il rock progressivo che cominciava a farsi largo, così noi raccogliemmo il guanto di sfida di quei gruppi che andavano per la maggiore a quei tempi: “Parsifal”, perché no? Fu così che dimostrammo che la nostra musica non aveva solo un’anima pop; realizzammo un album straordinario».

E i Pooh non si fermarono nemmeno davanti a quella sfida. L’anno è il ’73…
«Infatti, non ci eravamo messi in discussione solo con un disco – all’epoca gli album erano chiamati così, quanti ricordi… – avevamo accettato un’altra scommessa: suonare nei teatri; i Pooh venivano dalle balere, erano cresciuti riempiendo i locali, ma i teatri stavano diventando esclusiva di PFM, Banco e Orme, grandi gruppi di rock progressivo. A noi toccava sfidare quelle che erano già icone in casa loro. Eravamo giovani, capaci di qualsiasi cosa, il nostro produttore discografico era Giancarlo Lucariello, il nostro manager Maurizio Salvadori. Domanda secca: “Che ne direste se provassimo a suonare nei teatri?”; la risposta, senza tanti giri di parole, altrettanto telegrafica: “Perché no?”. Mettemmo in piedi un signor concerto: quel tour di tre mesi, durò un anno e mezzo».

Balere, club, teatri, mancava l’ultimo passaggio.
«Gli stadi, ma di mezzo ci furono anche i teatri-tenda: i teatri da mille, millecinquecento posti, nonostante due spettacoli, pomeriggio e sera, non ce la facevano più a contenere un pubblico sempre crescente».

Eravate passati da “Parsifal” a “Il tempo una donna la città” nei teatri…
«…Per proseguire nei teatri-tenda e, soprattutto, negli stadi: “Rotolando respirando”, “Il ragazzo del cielo”, “L’ultima notte di caccia”, “Viva” e via così. Il pubblico dei Pooh ormai esigeva fuoco e fiamme e noi, a modo nostro, li accontentavamo: fumi e laser, primi a fare di un concerto anche uno spettacolo. Come Pooh di cose ne abbiamo lasciate…».

Claudio Frascella

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