23 Aprile 2021 - Ultimo aggiornamento il: 23 Aprile 2021 alle 17:54:14

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La donna e il matrimonio nella società longobarda

foto di Le nozze di Teodolinda
Le nozze di Teodolinda

Le scarse attestazioni storiche sui Longobardi non ci permettono di avere un quadro completo su questa ‘gens’. Nel I secolo a.C, provenienti dal Nord dell’Europa, si spinsero verso il Sud. Tiberio li sconfisse il 5 d.C. Nel 167, insieme ad altre tribù, furono ancora sconfitti dai Romani. Poi si spostarono verso il Danubio (II-IV sec.) si stanziarono in Pannonia (un territorio tra i fiumi Sava e Danubio), finché nel 568 invasero l’Italia fino al Sud. Occuparono la Lombardia che da loro prese il nome e fondarono i ducati di Spoleto e di Benevento. Si infiltrarono in Puglia, occuparono tra il 674 e il 678 Taranto e vi restarono per quasi due secoli.

Nell’anno 809 erano sicuramente a Taranto, perché il più antico documento di Taranto dell’Archivio di Montecassino indica Grimoaldo come “summus princeps Langobardorum”. Nel 774 ai Longobardi subentrarono i Franchi, ma la ‘Langobardia Minor’ sopravvisse ancora per tre secoli fino al 1076. Questi sono gli avvenimenti esteriori, ma poco o nulla sappiamo delle loro tradizioni, della loro spiritualità. Dal buio delle fonti solo con l’Editto di Rotari (E.R.) (a. 643), scritto in Italia, emerge un quadro politico e sociale della ‘gens Langobardorum’, maturato nei secoli della ‘Wanderug’, migrazione. L’Editto è una summa di norme consuetudinarie longobarde, è il tentativo di collegare il testo legislativo ai dati storici. È rivolto al passato, non è opera di restaurazione ma di conservazione. I capp. 153- 226 sono dedicati al diritto di famiglia.

Ma vediamo prima quali caratteristiche aveva il matrimonio presso i Germani, secondo la testimonianza di Tacito. Lo storico ne parla nel cap. XVIII della “Germania” e lo vede ispirato a rigidi principi morali (… severa… matrimonia…) e afferma inoltre che “dotem non uxor marito, sed uxori maritus offert” (non la moglie offre la dote al marito, ma il marito alla moglie). Col matrimonio la donna entrava a far parte della famiglia del consorte, ma non recideva i legami con la famiglia originaria. Sono presenti, durante l’incontro, i rispettivi parenti che accettano i doni offerti alla sposa e la donna ricambia con altri doni. Si tratta di doni simbolici che riflettono il mondo delle divinità venerate dai Germani. Su quei doni simbolici gli sposi prestano giuramento stabilendo così un vincolo,eterno, non solo tra di loro, ma tra le rispettive famiglie, un vincolo posto sotto la protezione degli dèi custodi dell’intera collettività (da notare: germ. *aiwa ‘matrimonio’ che, come lat. aevum, significa anche ‘tempo senza limiti, eternità). La migrazione, la ‘Wanderung’ gli scontri e gli incontri con altre genti, ha certamente influito sulle tradizioni e abitudini longobarde.

Se l’Editto di Rotari fotografa la società longobarda fino all’arrivo in Italia, per completare il quadro bisogna considerare le altre leggi dei principi longobardi e soprattutto altri documenti, come gli atti notarili pervenutici e raccolti oggi nei vari volumi del Codice Diplomatico Barese (CDB). Ma vediamo nei capitoli dell’Editto dedicato al diritto di famiglia quali mutamenti, rispetto al matrimonio descritto da Tacito, siano avvenuti durante la lunga ‘Wanderung’ e che l’Editto codifica. Il cap. 204 stabilisce che una donna è assoggettata al mundoaldo, che può essere il padre, il fratello o un parente. La donna non può donare alcunché dei beni mobili e immobili senza il consenso e l’autorizzazione del mundoaldo. Questa ‘potestas’ si estendeva anche agli sponsali. Il padre o chi per lui, cedeva il ‘mundio’, la tutela, al marito, ricevendo una donazione, ’meta/meffio’.

Non veniva venduta la donna, ma il mundio, la tutela su di lei. Seguiva poi la ‘traditio’, la consegna della sposa al marito. Però per portare a conclusione il matrimonio era richiesto il consenso della donna (Liutprando,120). Le norme prescrivevano l’atto solenne, scritto, letto e ratificato da parenti e amici il giorno dopo le nozze e la consegna alla sposa per evitare dubbi e incertezze. Nell’atto era indicato il morgincap, ‘dono del mattino’,consistente nella quarta parte dei beni del marito (Liut.,V) al momento del matrimonio e anche di quelli futuri. Ne sono testimonianza le numerose carte private raccolte nei vari volumi del CDB. Il ‘dono del mattino’ non era, come molti credono, un ‘praemium pudicitiae’, ma un dono che l’uomo offriva pubblicamente, per dar piena e legale validità al vincolo matrimoniale. In seguito il ‘morgincap’ venne dato lo stesso giorno delle nozze, “in die nuptiarum’’. Del ‘morgincap’ la donna non poteva essere privata in nessun caso, anzi poteva accrescere il suo patrimonio, se aumentava il patrimonio del marito. Il marito poteva perdere tutto, ma il ‘dono del mattino’ era intoccabile. Un toponimo ricorda questa usanza, la Masseria Malciccappa (F. 203,III, NO) tra Sava e Francavilla Fontana. ‘Malciccappa’ sembra una traduzione in italiano (forse per poterla riportare nelle carte dell’Istituto Geografico Militare), del termine dialettale maru c’incappa (BR) ’povero a chi ci capita’, con cui si indicava la Masseria e che per Rohlfs è una derivazione, deformata, di ‘morgincap’.

Cerchiamo ora di aggiungere qualcosa non in relazione ai beni materiali, ma al rispetto dell’uomo verso la sposa. Innanzi tutto la donna – come abbiamo visto – non poteva essere data in moglie senza il suo consenso (Liut., 120). E questo ancora cento anni dopo la caduta della ‘Langobardia Minor’ (1076), (CDB,III, a. 1167). Il rispetto per la donna emerge anche dalle norme che condannano chi le usa violenza (E.R.186), la rapisce (Liut., 31, 94), e la ripudia (Grimoaldo,6). Perciò nei documenti dove si parla di matrimonio, il marito si impegna a trattare bene la moglie, come fanno ‘i buoni longobardi’ (CDB, IV, a. 1028, 1167…), a proteggerla (CDB, III, a.1149), a riscattarla in caso di rapimento e a riaccorglierla in casa (CDB, III, a 1119…). Da queste norme si evince che i tempi non dovevano essere tranquilli.. Tra le promesse del marito c’è anche quella di abbandonare eventuali convivenze e di affidare la concubina alla vendetta dei familiari (CDB,IV,a.1057).

Accanto al grande rispetto per la donna, anzi per la moglie emerge un elemento tipico della tradizione longobarda: la vendetta, che ritroviamo anche in documenti posteriori alla ‘Langobardia Minor’, vendetta contro una donna (che non è, però, la moglie!). In seguito la situazione giuridica della donna si evolve. È autorizzata a disporre liberamente dei suoi averi senza alcun mundoaldo, “tamquam franca femina” (CDB, I, a. 1152) o a scegliere lei stessa il mundoaldo (CDB, IV,a.1237). Sono diverse tradizioni giuridiche che interagiscono dialetticamente. E pur affievolendosi, quelle longobarde riappaiono – però non più nella forma originaria. In un documento di Martina Franca del 1313 si parla di morgincap, meffio, mundio. Un documento di Mottola del 1769 ci conferma che si viveva “iure longobardo” come anche a Massafra fino al 1807. A Leporano ancora nel 1769 alcune consuetudini matrimoniali venivano svolte “iure longobardorum vivantino”, così anche a Brindisi fino al 1803. Le tradizioni longobarde sono come un fiume carsico sotterraneo, riemergono dopo secoli in tanti ruscelli, che costituiscono i tasselli di un mosaico che lentamente si sta ricomponendo, perché “il Mezzogiorno – come dice J-M. Martin – fu una delle regioni più longobarde d’Italia”.

Romano Colizzi

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