22 Aprile 2021 - Ultimo aggiornamento il: 22 Aprile 2021 alle 15:06:21

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Il Premio Martina, l’incontro Pierri-Betocchi

foto di Michele Pierri e Angelo Carrieri
Michele Pierri e Angelo Carrieri

Nato a Napoli nel 1899 e vissuto a Taranto dalla metà degli anni ‘20 del secolo scorso per via del matrimonio con Aminta Baffi, figlia dello storico tarantino Egidio, Michele Pierri non ci mise molto a rivelare la sua natura schiva e talmente poco propensa alla promozione di sé e della sua poesia, da farsi trovare assente, proprio allorquando era più esigita – e fisiologicamente opportuna – la sua presenza. Ne ricordo ancora il sorriso divertito con cui mi raccontò di un evento che il movimento cattolico tarantino, a fine anni ‘40, organizzò per insignirlo di un’onorificenza, che intendeva riconoscere, e segnalare di conseguenza,… la sua cultura e la capacità di simboleggiare nell’opera di chirurgo-poeta la connotazione di un suo rapporto col divino, che sentì sempre prevalente nelle sue giornate terrene.

Si sottrasse alla pressione di conoscenti e familiari, sfuggendo all’insistenza degli uni e degli altri da una porta secondaria dell’alloggio in cui abitava con i suoi nove figli, oltre la stessa Aminta, che da napoletano lo rese tarantino, lei dottoressa, mancata per quel solo altro anno, non più frequentato nel corso di studi di Medicina, fulminata d’amore per il nostro Michele. Più vicina a noi, l’occasione del premio Martina, che nel 1981 ebbe un risalto notevole. Fu quella la circostanza in cui riuscì, in verità su sua esplicita richiesta, a farlo uscire dal suo eremo di via Pupino 2, laddove si era trasferito nello stabile tarantino della famiglia di Giacinto Spagnoletti, allora già conosciuto per la sua frequentazione di poeti e letterati (fu lo stesso scopritore della giovanissima Merini), che sarà il nerbo fondante della loro opera e della loro stessa vita intorno all’ideale dell’ermetismo e delle maggiori riviste – fra esse il “Frontespizio” – del Novecento. Fu quella, per l’appunto, una delle rare volte in cui riuscii a stanarlo da via Pupino 2, per condurlo ad incontrare il suo amico Carlo Betocchi, la cui vita passata, per l’esperienza politica, e quella allora svolgentesi, per le malattie delle rispettive compagne di vita, si consolidarono in un percorso comune di impegno poetico e sodalizio umano assolutamente straordinario.

I due non si vedevano da tempo e, vista l’età di entrambi, non si sarebbero più rivisti. Giunti al “Dell’Erba”, mi aiutò a riconoscere, oltre Betocchi, Mario Luzi, Dario Bellezza, Dante Maffia, che gli aveva fatto visita, me presente, nelle settimane precedenti. Quale non fu lo stupore di Betocchi, quando, liberatosi di tutti quelli che lo circondavano, venne verso di noi ed abbracciò Michele, per un incontro – il più straordinario e breve che mi sia capitato di osservare -, ma di un’intensità insolita e che tutti avrebbero potuto avvertire. “Ermetici anche nella vita” pensai, visto quello che Betocchi rappresentava per Pierri e Michele rappresentava per Carlo. L’incontro – ero nel momento più verbale e verboso della mia esistenza – l’immaginavo ricco di tempo e di parole atte a riempirlo. I poeti veri – quell’occasione me ne convinse definitivamente – sanno che tempo e parole, in più larga copia, non avrebbero aggiunto niente all’intensità del loro incontro.

Prima di tornarcene a Taranto, volle scherzosamente rimbrottare il prof. Cosimo Fornaro, cui rimproverò, col sorriso, di non fargli più visita, perché indaffarato a frequentare poeti di più riconosciuto lignaggio dell’olimpo letterario nazionale. Fu, sicuramente, per il professore, prematuramente scomparso, lo stimolo per una frequentazione, periodicamente rinnovata, di Michele, cui dedicò un capitolo di un suo delizioso libello: “Emiliana o l’handicap”. L’indomani, il “Corriere del giorno” pubblicò l’intervista a Betocchi che, meravigliato delle attenzioni tutte incentrate su di lui, invitava i giornalisti ed i tarantini a voler riscoprire un poeta come Michele Pierri, da lui definito il “Dante del 2000”, con riferimento al “Ritratto di donna”, composto di circa 300 liriche, dedicate ad Aminta all’indomani della sua dipartita e pubblicato con la prefazione di Giacinto Spagnoletti.

Nel maggio 1984 (di lì a poco la Merini sarebbe entrata nella sua vita e, contrariamente alle sue inveterate abitudini, non poté non presenziare al suo stesso matrimonio), in occasione del suo 85esimo compleanno, proprio l’amico Tommaso Anzoino ci consentì – da Assessore alla Cultura – di vivere una serata in suo onore, alla quale Michele non partecipò per assoluta assenza di quelle pulsioni narcisistiche che motivano troppo spesso la ridondante presenza di tanti intellettuali, sempre gli stessi, sugli organi di stampa e nel sistema televisivo nazionale. Feci di tutto per indurlo a partecipare, non ma non ci riuscii. Non posso non ricordare, a tale proposito, la straordinaria umiltà, che fu l’altra faccia della sua disarmante sincerità, di Tommaso. “Per professione, ma anche per interessi culturali ho limitato la mia attenzione alla poesia ufficiale, quella che si studia a scuola e che circola nella Repubblica delle lettere, in maniera molto più rumorosa e Michele Pierri, non è certo il tipo di poeta…”.

Così esordì Anzoino, ricordando, peraltro, di avere scoraggiato le continue visite di poeti, almeno due o tre a settimana, quanti ne giungevano nel suo ufficio di Assessore alla Cultura, causandogli stupore, poiché non riusciva a capacitarsi che la città di Taranto potesse esprimere quella che, con l’ironia che gli era solita, definì una “larga messe” di poeti. Concluse con una citazione da “Ritratto di donna” relativa alla vera poesia che “vuol essere se stessa, anche nella sua piccolezza” e “vorrà essere riconosciuta come insostituibile anche dal nulla”. Era come ammettere, per uno come lui così fortemente ancorato a premesse ideologiche più che radicate, che per la poesia era e resta inadeguato il metro sociologico malgrado ciò, forse proprio per tale motivazione, Montale sarebbe finito Nobel, Pasolini assassinato sul litorale romano, entrambi ricercatori di una purezza della parola, per vie che non potevano coincidere sempre con la prevalenza di un “significato” da affermare, piuttosto che con una esistenza – quella della poesia – da proporre, da richiamare, senza ridurla alla banalizzazione dei significati che, nella tradizione didattica, hanno finito con il prevalere.

Qualcosa, insomma, di misteriosamente coincidente con quello che sulla critica ebbe a dire Ungaretti stesso: “Il poeta spesso dimentica; il critico è colui che per mestiere, ricorda”. E ricorda frequentemente allo stesso poeta un significato, il significato che pur sfuggitogli, intendeva esprimere, non avendone sempre – nella fase della scrittura – compiuta consapevolezza.

Lettera di Mario Luzi

al nostro Spagnoletti

(anno 1942)

Carissimo,

ti ringrazio delle tue parole che conservano

quel calore a cui sto facendo una dolce abitudine.

Conservala, mio caro, questa forza interiore…

Sappi che oggi in questo mondo scarnito, ridotto

al suo scheletro sociologico, cioè animale,

le tue parole esistono, esistono intensamente

per chiunque ancora ne abbia bisogno.

Rappresentano la vita… di fronte a tante immagini

e apparenze di vita di cui oggi ci si

vuole contornare.

Tu sei più giovane di me, ma non per questo

mi illudo, anche io, sono più giovane di me, in

questo senso.

Perciò tu sei entrato nel numero esiguo dei

miei amici più cari.

Quel tuo finito

(da Ritratto di donna 1979-82

a Michele Pierri)

Non so perché il finito

sia svalutato a fronte

dell’infinito. Io non ti vedo

che in quello – nella casa,

la città dei tuoi passi,

i tuoi scontri voluti, non voluti.

Ipocrisia mi sembra

o vacuità lo spingersi

oltre quei segni in Dio

che con me ti ha vissuta

(non altro che per questo,

penso, con noi si mura).

 

Angelo Carrieri

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