18 Aprile 2021 - Ultimo aggiornamento il: 18 Aprile 2021 alle 17:24:06

Lo stabilimento ArcelorMittal
Lo stabilimento ArcelorMittal

Il presupposto è quello di superare la conflittualità sociale e il groviglio giudiziario che rischia di portare alla chiusura di quello che nei tempi d’oro era noto come IV Centro Siderurgico. Un gruppo di ex tecnici dello stabilimento ex Ilva ha allora elaborato una proposta progettuale per la trasformazione del ciclo produttivo in modo da abbattere gli effetti ambientali e sanitari dell’area a caldo.

L’idea: realizzare una fabbrica completamente “elettrica”, in attesa che, «tra qualche decennio», diventi praticabile la tecnologia a idrogeno. Così Michele Conte, Roberto Pensa, Biagio De Marzo e Filippo Catapano – riuniti nell’associazione “Orizzonti”, ua costola di Federmanager – hanno deciso di mettere a frutto le loro consolidate conoscenze per offrire una soluzione tecnica e consentire all’ex Ilva di continuare a produrre acciaio abbattendo quasi completamente le emissioni inquinanti. La proposta è già stata inoltrata a Draghi e ai ministri Giorgetti, Cingolani e Colao, a vario titolo coinvolti in quella che è la più complessa vertenza ambientale-industriale della storia italiana. «Questa nostra proposta – ha detto Michele Conte – può essere utile ad avvicinare Comune e Regione al governo per un accordo di programma. La fabbrica completamente elettrica serve per darle un assetto strutturale conveniente per il territorio, che non può permettersi un buco occupazionale di quella portata. Proseguendo nel conflitto si rischia di aprire una pagina nera per l’occupazione e per l’economia».

L’ingegner Roberto Pensa è uomo d’altiforni, ha conoscenza come pochi proprio di quell’area a caldo che oggi si vorrebbe smantellare. È lui a spiegare tecnicamente in cosa consiste il progetto per l’introduzione di due acciaierie elettriche. «L’accordo tra Invitalia e Arcelor Mittal prevede un assetto ibrido con una acciaieria elettrica in grado di produrre 2,5 milioni di tonnellate e comprende un piano per rifare l’Afo5. Tutto ciò per ottenere un abbattimento del 30% delle emissioni inquinanti. Può bastare? Crediamo di no. Ecco allora che la strada che proponiamo è quella di arrivare ad una fabbrica completamente con forni elettrici da realizzare in tempi ragionevoli, diciamo circa dieci anni. Saremmo tra i primi in Europa a compiere un passo del genere. In Germania è in corso un esperimento di questo tipo ma con tempi di realizzazione più lunghi».

Naturalmente un investimento di questo tipo richiede investimenti dei quali solo la partecipazione dello Stato può farsi carico. D’altro canto una via d’uscita la si deve pur trovare, anche perché chi crede che sia realistica l’alternativa della chiusura tralascia il fatto che con l’ingresso di Invitalia nell’assetto proprietario dello stabilimento, lo stesso Stato ha voluto chiarire che quella fabbrica resta strategica per il Paese. Ecco allora la proposta per passare dalla fabbrica ibrida prevista dall’intesa Stato-Arcelor Mittal a quella interamente elettrica con l’abbandono del ciclo dell’altoforno. «In questo modo Taranto sarebbe appunto tra le prime siderurgie in Europa a operare questa scelta per raggiungere gli obiettivi di una completa decarbonizzazione e l’abbattimento totale degli inquinanti legati al ciclo integrale: la nuova fabbrica ridimensionata, razionalizzata e modernizzata con processi dove la trasformazione diretta in coils avviene con ridottissimi consumi energetici consentirà produzioni con un elevato mix qualitativo di acciai, con minori necessità di personale per la manutenzione e per la gestione fortemente semplificata. Se si desse corso alla proposta di questo gruppo di tecnici, non ci sarebbe neppure bisogno di investire denaro nel rifacimento dell’altoforno 5.

«Gli attuali altiforni sono in grado di accompagnare la transizione verso questo nuovo modello di stabilimento che proponiamo. Occorre dare a Taranto quello che chiede, cioè “una produzione di acciaio pulita”. Solo così le azioni progettate potranno essere una reale occasione di rilancio condivisa». Il modo, quindi, per superare gli aspri conflitti sociali e assicurare la produzione di acciaio senza impatto sull’ambiente e sulla salute e garantendo comunque la tenuta dell’economia del territorio. Una proposta di pacificazione sociale, quindi, che non andrebbe a penalizzare gli aspetti economici e produttivi. «Con la nostra proposta – ha chiosato Conte – si renderebbero inoltre disponibili molte aree dello stabilimento che potrebbero essere utilmente utilizzate dall’indotto. In questo modo lo stabilimento resterebbe vivo e le bonifiche avrebbero una prospettiva realistica. Altrimenti si rischia solo di fare la fine di Bagnoli».

Enzo Ferrari
Direttore responsabile

1 Commento
  1. Michele CONTE 1 mese ago
    Reply

    Grazie per la chiarezza di esposizione dei nostri propositi.

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