21 Aprile 2021 - Ultimo aggiornamento il: 21 Aprile 2021 alle 09:30:12

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Processo Ambiente Svenduto, “Vendola e Florido, accuse infondate sui favori ai Riva”

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Processo Ambiente Svenduto

Nell’udienza di ieri, davanti alla Corte d’Assise di Taranto, hanno discusso gli avvocati dei principali esponenti istituzionali dell’epoca, il presidente della Regione Puglia Nichi Vendola e il presidente della Provincia di Taranto Gianni Florido, entrambi imputati per lo stesso reato, concussione, e per fatti totalmente diversi sui quali si basa la tesi accusatoria dell’asse politici-Ilva. Florido è finito sotto processo per l’autorizzazione, chiesta dall’Ilva, per la discarica Mater Gratiae ma non rilasciata.

Come hanno ricordato gli avvocati Carlo e Claudio Petrone durante la discussione, “mentre si consumava la custodia cautelare in danno di Florido, arrestato il 15 maggio 2013, il Consiglio dei Ministri concedeva il 26 agosto 2013 l’autorizzazione interna dell’Ilva per lo smaltimento rifiuti”. Intorno al rilascio del provvedimento, il cui iter si protraeva da un paio d’anni, Florido, hanno evidenziato i legali “non ha esercitato alcuna pressione, tantomeno illecita, tesa a favorire l’Ilva”, limitandosi a indicare la possibilità di un rilascio con prescrizioni”. Questo “perché il Ministero dell’Ambiente e la Regione sollecitavano la definizione della pratica”. Un’indicazione, quella di Florido, ha ricordato l’avvocato, ritenuta dal custode giudiziario Barbara Valenzano (teste dell’accusa) necessaria e anche utile ai fini del monitoraggio e del controllo della discarica stessa“.

Inoltre, hanno aggiunto i legali, “Florido se ne è occupato dopo aver appreso casualmente dell’iter in corso perché rimproverato da Fabio Riva a margine di un incontro pubblico. Perché – ha rimarcato ancora il legale – della vicenda della discarica, Florido si è sempre occupato solo in incontri ufficiali” e “sulla scorta delle sentenze del Tar che censurava i provvedimenti della Provincia”. “Questo non è il processo all’ambiente di Taranto –ha detto Carlo Petrone – è il processo sulla Mater Gratiae! A distanza di più di dieci anni dall’inizio delle indagini, sgombrato il campo da un impianto di uno sconcertante profilo accusatorio di impronta prevalentemente ambientalista, è possibile affermare – ha tuonato il difensore – che gli indizi posti a carico di Florido, già insussistenti, non si sono mai sostanziati storicamente e giuridicamente in nessun elemento concreto o rilevante a suo carico. Tutto ciò in assenza anche di intercettazioni telefoniche o ambientali o di riscontri credibili”.

“Nella maggior parte dei casi – è la tesi difensiva – si è trattato di insinuazioni indiziarie, lette in chiave accusatoria, rimaste prive di prova e drasticamente sgretolate”. Petrone, riferendosi alle accuse del dirigente del settore Ambiente della Provincia Luigi Romandini, ha parlato di “pressioni inesistenti”. In quanto alla minaccia di licenziamento, “è stata smentita dalle dichiarazioni rese in aula dagli investigatori della Guardia di Finanza”, oltre ad essere “impossibile da praticare se non in determinate condizioni e circostanze indicate dal nostro ordinamento giuridico”. Petrone ha rivolto un j’accuse contro la testimonianza di Romandini mettendo in atto un’opera di demolizione a colpi di aggettivi e definizioni come “claudicante”, “poco comprensibile”, “non credibile”, tralasciando le definizioni più pesanti utilizzate dal difensore il quale si è soffermato anche sulle conseguenze del processo sulla vita umana e politica di Florido, il cui nome nel 2013 circolava fra quelli dei papabili sottosegretari del Governo di Letta.

“Questa vicenda giudiziaria – ha rimarcato – ha provocato sofferenze umane, compromettendo fisicamente, moralmente e umanamente un uomo che non aveva dato alcun input al pettegolezzo e al sospetto e che viene dal mondo sindacale”. Claudio Petrone ha puntato il dito contro l’intercettazione modificata sia dall’aggiunta di un termine, “firmare”, inesistente nell’audio e sia dall’erroneo collegamento alle discariche, mentre si parlava di impianti termici, come dimostrato da una perizia della stessa difesa e dalla deposizione in aula del finanziere D’Arco.

“Il termine – è emerso dall’istruttoria – non è stato mai proferito dal dirigente Ignazio Morrone”. Quell’intercettazione è un pilastro dell’arresto di Florido poichè ha reso attuali le esigenze cautelari, (l’episodio è del 2011 mentre quello in cui Romandini è parte offesa è del 2009). “Mi stupisce che non sia stato aperto d’ufficio un procedimento per accertare l’eventuale ipotesi di falso nella trascrizione”. Ha affermato il giovane Petrone rivolgendosi alla pubblica accusa. La difesa di Florido ha fatto chiarezza su un’affermazione di Archinà: “Ci siamo tolti una peste e ce ne siamo ritrovati tre”. Non era riferito a Romandini, ha puntualizzato Claudio Petrone, ma a Lovascio un altro dirigente. Riguardava l’Ilva ma il porto non la Mater Gratiae. Infine, i difensori hanno sostenuto la liceità delle iniziative di Florido, a cominciare dalla rotazione dei dirigenti “mai impugnata da Romandini” e “priva di scopo punitivo”. “La Provincia mise a disposizione di Arpa e Asl finanziamenti per 300 milioni di euro per attività di monitoraggio nei confronti dell’attività dell’Ilva e indagini epidemiologiche, come emerso dalle deposizioni di Assennato e Vendola”. E ha fatto riferimento anche ad altre iniziative della Provincia con Florido presidente, tese a favorire non l’azienda ma la sicurezza e la salute dei lavoratori, come l’infermeria nello stabilimento.

E’ stata a tratti veemente l’arringa dell’avvocato Carlo Petrone, decano del foro di Taranto. Non ha risparmiato nessuno, nemmeno l’ex procuratore di Taranto Franco Sebastio per un intervento sulla Gazzetta del Mezzogiorno a febbraio scorso, che potrebbe essere “un messaggio ai pm” secondo la sua lettura. L’avvocato del governatore (dal 2005 al 2015) Vendola, Vincenzo Muscatiello, nella sua discussione, con slides e audio delle intercettazioni e degli interrogatori di imputati e testimoni, ha ricostruito una serie di circostanze e ripercorso le fasi più rilevanti del dibattimento. Vendola, in concorso con Fabio Riva, con l’amministrativista Francesco Perli, con il direttore dello stabilimento Luigi Capogrosso e con l’addetto alle relazioni istituzionali Girolamo Archinà, ha esercitato, secondo l’accusa, pressioni sul direttore dell’Arpa Giorgio Assennato per indurlo ad “ammorbidire” le relazioni sulle emissioni inquinanti e consentire così all’Ilva e ai Riva di continuare a produrre milioni di tonnellate di acciaio inquinando. L’ipotizzata concussione, contestata in due episodi, è consumata o tentata? E’ il quesito posto dal legale considerando che Assennato non si piegò alla presunta azione concussiva e gli fu prorogato l’incarico.

“Il bando di cui parlava il dottor Argentino in udienza preliminare non c’è mai stato. Infatti – sono state le parole dell’avvocato Muscatiello – gli chiesi di tirarmi fuori il bando se c’era e sarei stato il primo a chiedere il rinvio a giudizio di Vendola”. Per di più, ha evidenziato l’avvocato Muscatiello, Vendola ha incontrato i presunti correi Perli e Capogrosso “in un paio di occasioni, Perli in incontri al Ministero dell’Ambiente a cui partecipavano 50-60 persone”. Quindi, conosceva solo Archinà col quale aveva “solo dialoghi relativi a normali rapporti istituzionali, nei quali si davano del lei”. Rapporti istituzionali, peraltro, confermati dalle testimonianze dei collaboratori di Vendola. La concussione attribuita a Vendola è stata definita dal legale una “costruzione immaginifica” basata su alcune intercettazioni e sulle testimonianze dell’accusa. Mentre, è la considerazione del legale, “le testimonianze favorevoli a Vendola non sono state prese in considerazione”. Il professor Assennato, è “antropologicamente non concutibile”, ha detto Muscatiello riprendendo la frase pronunciata da Vendola nell’interrogatorio in aula. Il legale dell’ex presidente della Regione Puglia ha ridimensionato il ruolo di presunti emissari utilizzati da Vendola per ammorbidire Assennato: “Affermare che Antonicelli ha ammonito il professor Assennato è come dire che Chicco (personaggio de “La bella e la bestia”) è andato a concutere il professor Assennato” ha affermato l’avvocato Muscatiello ripercorrendo anche l’esame in aula di Assennato che ha smentito categoricamente pressioni nei suoi confronti: “Non l’hanno fatto né Antonicelli né Manna. E se l’avessero fatto avrei risposto more canis ad una eventuale pressione di ragazzotti nei miei confronti”.

E’ stata la risposta di Assennato in aula a febbraio dello scorso anno. Muscatiello ha ricordato una telefonata fra Archinà e Assennato e l’incontro mai avvenuto perché Assennato era in ferie. Un altro incontro descritto da Archinà ai Riva al telefono come un “gabinetto di guerra” in realtà non era mai avvenuto. E persino un incontro con Vendola:”Mi sono visto con Vendola, mi ha chiamato lui”. Frase di Archinà che nella ricostruzione del legale non trova nessun riscontro. “Sfumature comunicazionali, semantiche che forse appartengono alla logica delle relazioni istituzionali”, ha detto Muscatiello oppure “all’esigenza di Archinà di accreditarsi con i Riva”. E’ questa la lettura del legale di alcune frasi sui rapporti fra Vendola e Arpa, come “Assennato è stato scaricato da Vendola”, frase pronunciata da Archinà in una intercettazione e smentita in un’altra in cui il pr dell’Ilva dice “Vendola non ci darà mai ragione” in riferimento ai rapporti governatore-Assennato. Mentre una “incazzatura” (testuale) di Assennato “era solo disappunto”. In sintesi, quello che per la tesi accusatoria era uno scontro scandito da pressioni illecite, per la difesa era un normale rapporto dialettico fra organo politico, Vendola e organo tecnico Arpa, col dominus Assennato. Ma per questa tesi, ha concluso il legale, “siamo qui da quasi sei anni per una concussione che non c’è, per un reo che non c’è. Assolvete Vendola senza se e senza ma”.

Annalisa Latartara

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