19 Aprile 2021 - Ultimo aggiornamento il: 19 Aprile 2021 alle 15:35:44

Cronaca News

Processo Ambiente Svenduto, “La tragedia causata dal tornado”

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Processo Ambiente Svenduto

Dai reati contro la pubblica amministrazione ai due tragici infortuni confluiti nel maxi processo “Ambiente svenduto”. Nell’udienza tenutasi ieri (la 296esima) dinanzi alla Corte d’Assise di Taranto, hanno discusso alcuni difensori di imputati per reati contro la pubblica amministrazione e altri difensori di imputati per due incidenti sul lavoro verificatisi nel 2012, uno il 28 novembre in seguito ad un violento tornado e l’altro il 30 ottobre.

Nel primo ha perso la vita un giovane gruista, Francesco Zaccaria, in servizio al IV sporgente del porto. Entrambi gli incidenti si sono verificati in pieno exploit dell’inchiesta della Procura sul disastro ambientale dell’Ilva gestita dal gruppo Riva. Sotto accusa, in concorso con Adolfo Buffo, Antonio Colucci e Giovanni Raffaelli, è finito Giuseppe Di Noi, caporeparto al molo dell’Ilva del porto di Taranto, difeso dagli avvocati Franz Pesare e Armando Pasanisi. Per lui il pubblico ministero ha chiesto la condanna a 3 anni e 9 mesi di reclusione per omesse cautele e misure di sicurezza sul lavoro e omicidio colposo. Stando alla ricostuzione dell’accusa, al molo dell’Ilva venivano utilizzate apparecchiature di sollevamento “che risultavano in esercizio da oltre 30 anni e in pessimo stato di conservazione”. Quel 28 novembre 2012 una zona di Taranto fu investita da un tornado che travolse una cabina scaraventandola in fondo al mare. All’interno, alla guida, c’era il giovane gruista che fu ritrovato senza vita il giorno successivo.

I difensori Pesare e Pasanisi hanno contestato, facendo leva su una consulenza tecnica, la ricostruzione dell’accusa e il fatto che l’evento atmosferico, pur essendo eccezionale, fosse prevedibile. Secondo i consulenti, hanno evidenziato gli avvocati, proprio l’eccezionalità dell’evento non lo rendeva in alcun modo prevedibile. Inoltre, il tornado fu talmente forte e violento da strappare gli ormeggi e spostare persino alcune navi e, purtroppo, anche la cabina. Secondo l’accusa perchè mancavano le misure di sicurezza, ossia un respigente fine-corsa regolamentare e il fermo antiuragano per bloccare la cabina ed impedire che finisse in mare. I difensori hanno respinto le accuse sostenendo che i compiti di Di Noi erano altri, in quanto si occupava di carico e scarico delle merci dalle navi. E hanno concluso la discussione chiedendo l’assoluzione da tutti i reati. Dell’altro episodio, verificatosi a fine ottobre del 2012, ancora una volta con conseguenze tragiche, infatti ha perso la vita un locomotorista del Movimento ferroviario, Claudio Marsella.

Dell’episodio risponde, in concorso con Buffo e Colucci, anche il caporeparto Cosimo Giovinazzi, per il quale la pubblica accusa ha chiesto la condanna ad un anno e tre mesi di reclusione per la mancata adozione delle misure di sicurezza sul lavoro e la mancata osservanza delle norme anti infortuni. La tesi accusatoria è stata respinta dal difensore dell’imputato, l’avvocato Egidio Albanese che ha discusso ieri pomeriggio, chiedendo l’assoluzione del suo assistito. Nell’udienza di ieri ha discusso, fra gli altri, anche il difensore dell’ex segretario della Provincia di Taranto Vincenzo Specchia, l’avvocato Andrea Sambati. Per Specchia, che, in concorso con Florido e Michele Conserva, risponde di concussione nei confronti del dirigente Luigi Romandini, il pm ha chiesto il non doversi procedere per prescrizione del reato. La discussione della difesa relativa al filone processuale che vede imputati esponenti istituzionali e della dirigenza della Provincia di Taranto riprenderà il 7 aprile prossimo, quindi subito dopo le festività pasquali, con le arringhe degli avvocati Michele Rossetti e Laura Palomba, entrambi difensori di Conserva, assessore all’Ambiente fino al 2012, che, risponde di concussione.

Per lui, come per Florido, il pm ha chiesto 4 anni. Il processo sul disastro ambientale dell’Ilva contro 47 imputati fra cui i fratelli Fabio e Nicola Riva (che rischiano rispettivamente 28 e 25 anni di reclusione), tornerà in aula lunedì prossimo. Il calendario stilato dal presidente della Corte d’Assise Stefania D’Errico prevede gli interventi di altri componenti del folto collegio difensivo. Fra gli altri, discuterà il difensore dell’ex prefetto Bruno Ferrante, l’avvocato Raffaele Errico. Per Ferrante, presidente del cda di Ilva per alcune settimane, fino al sequestro dell’area a caldo dello stabilimento, il 26 agosto 2012, il pubblico ministero Mariano Buccoliero, ha chiesto la condanna a 17 anni di reclusione. Ferrante come gli altri vertici Ilva del periodo 1995-2012, risponde di disastro ambientale, avvelenamento di sostanze alimentari e omesse cautele e misure di sicurezza sul lavoro.

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