24 Ottobre 2021 - Ultimo aggiornamento il: 24 Ottobre 2021 alle 22:59:00

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Riflettere su 50 anni di regionalismo

Dopo cinquant’anni, sarebbe utile e necessario, da parte di tutti, aprire una riflessione sull’esperienza regionalista nel nostro Paese. Negli anni Settanta la nascita delle Regioni aveva suscitato grandi speranze. Non so se oggi, a distanza di tanto tempo, possiamo affermare di essere soddisfatti per come sono andate le cose.

Per quello che abbiamo avuto modo di vedere e di constatare, penso proprio di no. Sono stati cinquantanni, a parte alcuni sprazzi di luce e a qualche presidente illuminato e concreto, caratterizzati dall’instabilità, almeno fino alla stagione dell’elezione diretta, dai tanti ritardi accumulati, da una burocrazia quasi sempre nemica dei cittadini e rallentatrice dei processi di sviluppo, dalla riproposizione di un neocentralismo regionale. Solo avendo consapevolezza di quanto è avvenuto, si può comprendere come sia veramente necessario soffermarsi su questi aspetti per individuare tutte le opportune iniziative per la costruzione di Regioni più in sintonia con i tempi che viviamo, attraverso interventi normativi e anche gli adeguamenti degli Statuti, che sono – non è esagerato dirlo – “la carta costituzionale delle Regioni” e rivestono una straordinaria importanza anche al fine di recuperare un rapporto, più lineare e trasparente, di piena e convinta fiducia tra Istituzioni e cittadini. Appare evidente che questo percorso deve essere il frutto di un ampio coinvolgimento delle forze politiche, di quelle culturali e sociali, dei corpi intermedi della società, per costruire Regioni moderne e avanzate, con nuovi strumenti capaci di dare vita a Istituzioni più vicine ai cittadini e attente alla piena valorizzazione delle risorse locali, del territorio e delle sue specificità, dell’intero sistema produttivo.

Ecco perché mi preme evidenziare alcune questioni sulle quali sarebbe opportuno soffermarsi e discutere per prospettare spunti e indicazioni, al fine di dare corso a quei cambiamenti non più rinviabili. Molto si è discusso in passato di legge elettorale e della forma di governo delle Regioni. Quello attuale è sicuramente un sistema elettorale convincente che rimarca con forza i caratteri del sistema maggioritario e che assicura la stabilità dei governi. Per quanto attiene la forma di governo bisogna senz’altro confermare l’impostazione che in modo inequivoco metta al bando tentazioni, che, di tanto in tanto, riaffiorano e che riporterebbero a stagioni, caratterizzate da una permanente instabilità, non più riproponibili. L’elezione diretta del Presidente, così come avviene per i Sindaci, è un punto dal quale non si può né si deve prescindere.

Altra cosa è, invece, verificare come porre rimedio a spinte oligarchiche che hanno appannato il ruolo degli organi collegiali e hanno messo in discussione un assetto istituzionale più armonico. A questo proposito, si potrebbero inserire alcuni correttivi che possano dare corso a un riequilibrio di compiti e funzioni, garantendo al tempo stesso la stabilità che è il presupposto fondamentale del buon governo. Ma come fare tutto questo? Si può fare, per esempio, rafforzando la funzione di controllo del Consiglio, con il monitoraggio della spesa, il controllo sugli atti amministrativi fondamentali, fino ad arrivare alla fattispecie del gradimento da parte del Consiglio regionale sugli assessori, riecheggiando l’assent del Senato degli Stati Uniti rispetto alla nomina dei ministri da parte del Presidente o il voto sul programma e sui commissari da parte del Parlamento di Strasburgo.

È importante, inoltre, prevedere e adottare norme regolamentari in grado di far funzionare al meglio sia le assemblee regionali che le commissioni permanenti per evitare che leggi e provvedimenti utili e indispensabili per l’economia e la società possano rimanere bloccati così come si è verificato nel corso degli anni. Si potrebbe pensare, per esempio, di introdurre alcuni istituti utilizzati a livello statale per accelerare ed abbreviare le procedure di approvazione, proponendo l’iter di approvazione delle leggi cosiddetto misto, con approvazione del testo articolo per articolo da parte delle commissioni in sede redigente e con votazione finale, da parte dei consigli regionali, dell’intero provvedimento. In questo modo, gli emendamenti potrebbero essere presentati solo nelle commissioni. Queste innovazioni porterebbero sicuramente ad una radicale riforma dei lavori consiliari e contribuirebbero a sbloccare le commissioni dallo stallo in cui si spesso si trovano. Per quel che concerne i problemi relativi all’ordinamento contabile, sarebbe opportuno svincolare i capitoli di spesa del bilancio regionale dalle leggi, per consentire di variare il bilancio all’interno di unità previsionali e quindi di non dover fare, a ogni costo, una legge ogni qualvolta sono necessari interventi che prevedono impegni finanziari. Occorre, poi, in relazione al decentramento istituzionale e amministrativo ridisegnare i “sistemi regionali” che governano i vari settori, definendo, una volta per tutte, il processo di delega delle funzioni agli enti subregionali. Non è possibile che le Regioni, nel mentre reclamano nuovi poteri da parte dello Stato centrale, diventino protagoniste di un neo-centralismo regionale.

Il nuovo ordinamento federalista dello Stato deve necessariamente essere accompagnato da una profonda riforma e modernizzazione della pubblica amministrazione, con l’obiettivo di rifondare un nuovo rapporto di fiducia con la società. La pubblica amministrazione non deve costituire una palla al piede dei cittadini e delle imprese impegnate nella competizione internazionale e nello sviluppo locale. L’introduzione sistemica di tecnologie digitali non ha ancora aperto il campo ad un rapporto tra pubblica amministrazione e cittadino più funzionale e trasparente. C’è bisogno, altresì, di una significativa messa a punto per realizzare una reale semplificazione e riduzione degli adempimenti amministrativi e del numero dei provvedimenti, così come occorre concentrarsi sull’elaborazione di testi unici. C’è poi un’altra questione importante da affrontare, che riguarda il Mezzogiorno d’Italia e chiama in causa la circostanza se ha ancora un senso che ogni Regione agisca autonomamente e non si ponga il problema di come pesare di più nel rapporto con il Governo centrale e rispetto alle opportunità messe a disposizione dall’Europa. Non mi riferisco, naturalmente, alla proposta delle Macroregioni, avanzata negli anni Novanta dalla Fondazione Agnelli, per la quale si rende necessaria una modifica legislativa, che richiederebbe i dovuti approfondimenti e tempi adeguati.

Ma nell’attesa dell’ipotesi di una nuova radicale geografia della suddivisione territoriale delle regioni, restano per intero i problemi di una virtuosa cura dei territori, del loro eco-sviluppo, delle tutele dell’ambiente e della salute dei cittadini, dello sviluppo dei fattori economici esistenti (la manifattura competitiva globale, l’agricoltura pulita e dei prodotti tipici da esportare), di trasporti efficienti e sostenibili, di un forte contrasto ai poteri criminali e della messa al bando di pratiche clientelari molto diffuse, cause non secondarie del mancato sviluppo. Problemi che possono essere affrontati seguendo la traccia segnata dall’ex ministro, Claudio Signorile, con la sua idea suggestiva di un “Mezzogiorno Federato”, di un Mezzogiorno, cioè, che deve presentarsi unito al tavolo del Governo e al confronto con l’Unione Europea, dove verranno assunte le decisioni sulla realizzazione del Recovery fund e anche dei fondi di coesione, in un contesto di nuova attenzione per le economie emergenti dell’Europa Mediterranea. E tutto questo si può e si deve fare, senza modifiche costituzionali, ma concentrandosi sulle materie di competenza regionale, attraverso progetti elaborati e realizzati con il metodo federativo, con un patto tra le singole regioni, nel quale ciascuna mantiene la sua identità e si unisce alle altre nella definizione e nella gestione di questi progetti. Sono questi alcuni aspetti che meritano un approfondimento e una maggiore considerazione da parte di tutti coloro che, consapevoli dei limiti di questi anni, vogliono contribuire a dare luogo a nuove regole per la costruzione di Regioni al passo con i tempi.

Filippo Turati, a proposito della lotta contro l’autoritatismo statuale in favore delle autonomie locali, osservava acutamente: “Il decentramento sostanziale cui noi miriamo esige che tutti gli individui siano cittadini, nel senso pieno della parola, che ciascuno eserciti, ossia abbia i mezzi per esercitare sulla cosa pubblica la sua parte di peso e di controllo, questo è il midollo del controllo decentralista, questo è il decentramento che noi vagheggiamo. Ma perché questo si ottenga, occorre dare a piene mani istruzione e libertà”. Chi ci ha preceduto ha fatto molto per la democrazia e la crescita delle condizioni di vita. Oggi, bisogna avere la capacità di individuare le garanzie, le regole, le procedure per poter coniugare al meglio l’esigenza della partecipazione e della rappresentatività con quella del governo.

Michele DROSI

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